Alcune riflessioni dopo la vittoria di Donald Trump

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“Dopo la vittoria di Donald Trump nulla sarà più come prima!”. Questa era la sostanza del messaggio lanciato dalle principali agenzie di informazioni del nostro continente, dopo la sorprendente vittoria dell’egocentrico magnate alle elezioni presidenziali.

In diversi articoli apparsi sul nostro portale avevamo velatamente sostenuto come dinnanzi a nubi di guerra sempre più dense, la sua nomina a capo della principale potenza mondiale fosse in realtà la soluzione migliore rispetto a quella della sua sfidante “democratica” Hilary Clinton. In realtà ed è meglio specificarlo, il candidato repubblicano ha preso in termini reali meno voti rispetto alla sua avversaria, ma avendo vinto in un numero maggiore di stati è riuscito a conquistare 304 Grandi Elettori, un numero sufficiente per ottenere la nomina.

Non possiamo che sentirci sollevati per l’ennesima sconfitta di una “sinistra” che, come direbbe Gramsci, ha da tempo perso la connessione sentimentale con le classi subalterne, scaricate e abbandonate per appoggiare un processo di modernizzazione capitalistica che rischia oggi di gettare il mondo intero nella barbarie. Una pessima figura è stata fatta anche da Bernie Sanders, anziano senatore “socialista” ed eletto temporaneamente nuovo eroe della sinistra “radicale” europea, che, dopo aver perso le primarie, non ha mancato di dichiarare e rimarcare in ogni occasione il suo appoggio alla compagna di partito.

In Italia i primi ad esplodere in un tripudio di gioia sono stati Matteo Salvini e Beppe Grillo, due tra i leader politici più indecenti degli ultimi anni, pronti a beneficiare della ribalta mediatica senza aver capito assolutamente nulla di quello che stava accadendo nella nazione-cuore del sistema capitalistico occidentale. Per questo risulta necessario far un po’ di chiarezza.

Innanzitutto dobbiamo sottolineare il carattere di classe del voto di Trump, a tal proposito i più “esimi” analisti politici, che avevano trasformato l’anti-comunismo in una professione lautamente retribuita, sono stati costretti a rispolverare categorie analitiche marxiane per poter spiegare un esito elettorale (da loro considerato) inaspettato. Questa particolarità è risultata evidente osservando la vittoria conseguita nella maggioranza degli stati del Midwest, zona ad alta concentrazione operaia, che ha letteralmente scaricato il Partito Democratico. In che modo, ci chiediamo, potevano rispondere milioni di lavoratori statunitensi impoveriti dalle politiche liberiste applicate negli ultimi decenni, se non con il proprio voto favorevole nei confronti di chi ha promesso dazi sui prodotti delle imprese che delocalizzano in cerca di salari più bassi?

Ovviamente non dobbiamo nella nostra furia polemica mancare di sottolineare anche i punti contradditori nel programma dell’imprenditore nord-americano. Se da un lato è stato un coerente sostenitore della necessità di un maggiore protezionismo economico, arrivando ad archiviare i trattati di libero-scambio che segretamente erano in fase di negoziazione, dall’altro non sembra voler incidere sui rapporti di proprietà, ma al contrario continuare sulla strada di una minore tassazione per le grandi Corporation e per la cancellazione della minima ed insufficiente regolamentazione del mercato finanziario approvata da Obama. Se da una parte sembra voler ristabilire rapporti amichevoli con la Russia, decisione molto saggia, dall’altra pare voler ostacolare energicamente lo sviluppo e l’ascesa cinese, individuata come principale avversario internazionale.

Ovviamente i rapporti di forza di forza a livello mondiale sono profondamente mutati dagli anni in cui, dopo il rovinoso crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si trovarono ad essere l’unica super-potenza, in grado anche di ignorare il diritto internazionale, senza subire per altro nessun tipo di sanzione, per scatenare una miriade di guerre imperialiste. Come ha dimostrato l’obbligo imposto al McDonald’s di cedere la maggioranza delle sue attività in Cina all’azienda di investimenti statali CITIC Group, la dirigenza cinese pare aver già lanciato un chiaro avvertimento al neo-presidente statunitense per ricordargli come la riproposizione di una politica commerciale aggressiva non sarà tollerata.

Che lezione trarre in definitiva dalla vittoria di Donald Trump? In primo luogo che processi come la globalizzazione sono governabili e non naturali, inoltre che se questi vengono accettati passivamente non saranno di certo le forze progressiste a guadagnare consensi. Il malcontento diffuso tra le fasce popolari richiede risposte rivoluzionarie e non la riproposizione di un mero keynesismo, oggi per altro reso impossibile dai vincoli e dai trattati europei. Se la sinistra europea volesse tornare a riattrezzarsi per le sfide odierne non può che ripartire dal pensiero di Karl Marx e da una coerente opposizione al capitalismo, che, ed è bene ricordarlo, ha abbandonato la sua forma fordista per assumerne una flessibile e terziarizzata, questo almeno nel nostro continente.

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Fabio Scolari, classe 1995, dopo aver conseguito la maturità liceale, studia attualmente sociologia a Milano. Oltre a Sinistra.ch, collabora anche alla redazione del mensile “Voci del Naviglio”. E’ membro del direttivo dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di Trezzano.