Sicurezza, sì ma a quale prezzo?

in Ticino e Svizzera di

Riportiamo di seguito l’articolo di Alberto Togni apparso sull’edizione di maggio 2016 del quadrimestrale d’approfondimento marxista #politicanuova, edita dal Partito Comunista.


L'autore Alberto Togni
Alberto Togni è l’autore di questo approfondimento.

Il termine «sorveglianza di massa» e, più in generale, tutte le problematiche legate alla privacy, sono entrati nel dibatitto pubblico nel giugno 2013, con la pubblicazione sul “Wasington Post” e sul “Guardian” delle rivelazioni di Edward Snowden circa le attività di sorveglianza e di intercettazione messe in atto a tappeto dalla NSA1 e dai servizi segreti con cui egli collaborava.

Se da un lato la Corte Federale di New York ha recentemente dichiarato illegali tali attività di sorveglianza2, dall’altro, sull’onda degli attentati terroristici alla redazione del periodico francese “Charlie Hebdo” prima e delle stragi di Parigi del 13 novembre 2015 poi, i governi di Francia e Spagna, con l’appoggio dei rispettivi parlamenti, hanno implementato a loro volta testi legislativi volti a controllare a tappeto i cittadini e le loro comunicazioni. Una pratica, questa, che nella storia ha una lunga tradizione, negli Usa amplificatasi durante il cosiddetto «maccartismo»3 e decisamente esplosa dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 con l’emanazione del celeberrimo “Patriot Act”4.

L’approvazione della LAIn in Svizzera e la deriva securitaria globale

Siamo di fronte a una deriva securitaria forse senza precedenti, che rappresenta un chiaro pericolo per quegli stessi principi – tanto osannati a scuola e sui media – ritenuti fiore all’occhiello delle democrazie liberali. E tutto ciò rischia di estendersi ad altri paesi del vecchio continente: Austria e Finlandia si stanno infatti già muovendo in questo senso; la prima istituendo un’autorità per la sicurezza solo minimamente soggetta a controlli esterni, la seconda intenzionata addirittura a una modifica costituzionale per indebolire la tutela della privacy.

Rispetto a questa tendenza internazionale, nemmeno la Svizzera è esclusa. Ben al contrario! Il 25 settembre 2015 il Parlamento federale ha infatti approvato a larga maggioranza, comprendente addirittura alcuni esponenti del Partito Socialista Svizzero (PSS), la nuova legge sulle attività informative (LAIn), che permetterà un pericoloso ampliamento della sorveglianza di massa. La nuova legge, in questo senso, «riformula il compito del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) di fornire una valutazione globale della situazione a favore dei beneficiari delle sue prestazioni». Al SIC verranno forniti «strumenti migliori per l’individuazione tempestiva e per la protezione della Svizzera e della sua popolazione», e il Consiglio federale potrà «impiegare il SIC per proteggere l’ordinamento costituzionale, la politica estera nonché la piazza industriale, economica e finanziaria svizzera»5.

Dal testo di legge si evince chiaramente l’espansione massiccia delle competenze e degli strumenti a disposizione del Servizio Informativo, che fruirà dell’autorizzazione a penetrare nella sfera privata dei cittadini, attraverso l’intercettazione di telefonate e posta elettronica, l’uso di parole chiave per scandagliare la rete, l’intrusione in sistemi informatici grazie ai famosi “Trojan Horse” oppure con le più tradizionali cimici. E tutto questo potrà addirittura essere realizzato sulla base di semplici sospetti.

La situazione sta quindi assumendo dei risvolti preoccupanti. Non solo la Svizzera non esula dal processo securitario avviatosi in Occidente, ma addirittura la legislazione varata pochi mesi fa alle camere pone dei seri rischi circa la possibilità di abuso da parte del SIC. Abusi che riportano alla memoria quanto accaduto sul finire degli anni ’80, quando, a seguito di alcuni dubbi sull’operato della Polizia Federale, fu istituita una commissione parlamentare d’inchiesta che portò allo scoppio di quello che divenne famoso come il “Fichenaffäre”. Nell’ambito dello scandalo delle schedature erano stati collezionati tra i 700 e i 900mila dossier, contenenti innumerevoli informazioni personali riservate: le stime parlano di all’incirca un cittadino su sette vittima di schedatura. Poco dopo lo scoppio del “Fichenaffäre”, una nuova commissione parlamentare (1990) rilevò come anche il Dipartimento federale della difesa e i Servizi segreti militari stavano raccogliendo materiale riservato. La commissione rivelò l’esistenza sia della P-26, una formazione militare segreta coinvolta nelle operazioni stay-behind in Europa, sia della P-27, un’unità specializzata nella raccolta di informazioni riservate – entrambe interne ai Servizi segreti militari6.

Isteria da Guerra Fredda? Non solo…

stato_ficcanasoSe nella seconda metà del Novecento lo spauracchio agitato dai fautori della sorveglianza di massa era quello dei comunisti, in riferimento ad una presunta invasione da parte dell’URSS (ipotesi su cui Mosca non ha mai lontanamente ragionato), oggigiorno il pericolo proclamato è quello del terrorismo. In tal senso il XXI secolo è stato soprannominato da molti come “l’Età del terrore”. Già sul finire della Guerra Fredda, una volta garantita la sicurezza del sedicente “mondo libero” rispetto al bolscevismo, l’attenzione iniziava pian piano ad essere spostata sull’Islam radicale quale nuovo grande pericoloso avversario.

La definizione di “Età del terrore” è stata sfruttata dai paesi imperialisti come USA, Francia, etc., quale pretesto per condurre numerose iniziative in ambito di politica estera (invasione dell’Afghanistan, operazioni in Mali, lotta a Daesh – il sedicente Stato Islamico -, etc.) ma anche interna, quali per l’appunto un’estensione della sorveglianza di massa. Infatti, se a livello sovra-nazionale la lotta al terrorismo ha assunto le caratteristiche di una vera e propria guerra, nei confini nazionali essa giustifica la necessità di rinunciare temporaneamente alle tradizionali libertà e con esse anche alla privacy al fine di garantire la sicurezza nazionale.

Oggigiorno, grazie allo sviluppo tecnologico, si assiste ad un’integrazione dei sistemi di sorveglianza presenti nella società: ciò ha portato a un salto di qualità per quanto concerne l’efficacia di questi strumenti. Se in passato un sovrano non poteva guardare oltre le mura domestiche del suddito se non penetrandovi con la forza, al giorno d’oggi il lavoratore è invece sottoposto, durante l’intero arco della giornata, a una sorveglianza continua. Sul posto di lavoro, sia tramite il controllo delle attività svolte sia in virtù dei numerosi sondaggi interni; nel tempo libero, grazie all’enorme numero di dati che ogni istante consegniamo senza pensarvi e senza poterlo evitare – il caso dei social network, monitorati dai responsabili delle risorse umane dalle aziende, è emblematico.

La dimensione di classe della sorveglianza

È importante tuttavia non limitarci ad analizzare la questione in relazione alla sola lotta al terrorismo. La sorveglianza infatti è da sempre presente nella realtà capitalista: il monitoraggio continuo del dipendente sul posto di lavoro è solo uno dei tanti esempi di un sistema che, unitamente al monopolio statale della violenza, garantisce il proprio controllo sociale anche attraverso pratiche di sorveglianza diretta o indiretta. Nell’ambito del controllo sociale è bene ricordare che vi si ritrovano sia fattori evidenti come per esempio la leva militare obbligatoria, sia pure aspetti molto meno espliciti e, di primo acchito, forse anche banali: pensiamo solo al corporativismo sindacale, celebrato come elemento di pace sociale. In questo senso, il controllo sociale è anche legato alla penetrazione, nelle maglie del sentimento popolare, di quei fattori che producono l’egemonia culturale della classe dominante.

Come abbiamo visto, però, il dibattito generatosi attorno al problema dello “Stato Ficcanaso” si concentra generalmente attorno alle dinamiche di intrusione da parte dello Stato nella sfera privata dei cittadini. Dall’inserimento indiscriminato di ogni individuo nella lista dei potenziali “terroristi”, alla sistematica raccolta di qualsiasi informazione (andando così a creare, per ogni individuo, i celeberrimi “profiling”). Tali accuse sono certamente corrette, tuttavia denotano una visione che si limita al lato individuale del problema. La sorveglianza di massa presenta infatti una seconda dimensione, ben più grave della prima poiché di carattere collettivo e, come tale, squisitamente di classe: siamo infatti di fronte ad una forte divisione e una esplicita discriminazione sociale. A titolo di esempio, negli USA dopo l’attentato alle Torri Gemelle del 2001 la cerchia dei potenziali terroristi si è allargata al campo di chiunque appartenesse alla categoria dei musulmani. Questa “classificazione del sospetto”, se da un lato non ha alcuna utilità effettiva – di musulmani al mondo ve ne sono più di 1,5 miliardi e il rischio è dunque semplicemente quello di allargare le maglie della sorveglianza a scapito dei possibili risultati concreti -, dall’altra, per le vittime, comporterà l’emergere di un fattore di esclusione, sia rispetto alla collettività (che vedrà qualsiasi membro di tale categoria come un potenziale terrorista, da cui l’esacerbarsi del populismo xenofobo), sia da sé stessi (i sorvegliati stessi potranno essere inclini ad evitare di compiere anche le azioni più basilari e legittime, arrivando addirittura ad auto-colpevolizzarsi per comportamenti in sé assolutamente normali). Tutto questo va a snaturare la vita democratica di un paese, in quanto i sorvegliati eviteranno in misura sempre maggiore di partecipare alla vita sociale, così come di esprimere le proprie opinioni e rivendicare i propri diritti. E tutto ciò non solo non va a impedire eventi quali le recenti stragi di Parigi, ma indebolisce proprio la resistenza delle fasce popolari, spinte a ritirarsi nel privato e così a rifuggire dalla mobilitazione sociale e civile: in questo modo, evidentemente, si spiana la strada alla “guerra fra poveri”, nell’ambito della quale la diffidenza per lo straniero prevale sulla solidarietà di classe. Il securitarismo non significa dunque solo controllo poliziesco sui cittadini: esso è anche funzionale nell’ottica di scongiurare potenziali forme di resistenza all’ordine costituito.

E quindi?

La sorveglianza di massa è da sempre presente nella società: la presunta lotta al terrore ha semplicemente potenziato tale processo e funge da perfetto alibi per l’annullamento dei diritti alla privacy, garantendo invece il mantenimento del controllo sociale. Se da un lato non si può negare la difficoltà di bloccare organizzazioni criminali che operano sempre di più attraverso una struttura a rete e a cellule, quindi complessa da delineare e da reprimere, dall’altro non dobbiamo scordare che chi ha creato questi pericoli è lo stesso che oggi pretende maggiore sorveglianza. Da Al-Qaeda creata dalla CIA negli anni ’80 per rovesciare il socialismo afghano, all’odierno Daesh armato e finanziato dai governi di Washington e Parigi per rovesciare il socialismo arabo in Libia e Siria7 – e Berna, dal canto suo, rispetto a queste dinamiche, ha mostrato troppo spesso una neutralità claudicante.

La sinistra deve insistere nel denunciare le operazioni di sorveglianza ad ampio spettro. Esse sono infatti pericolose per la democrazia, poiché minano i principi liberal-democratici su cui si fonda il nostro Paese. Per questo motivo, al fine di evitare il varo della nuova Legge sul Servizio di Informazioni, occorre sostenere il referendum “No allo Stato Ficcanaso”. Nel contempo risulta molto importante rivendicare un maggiore controllo sugli organismi preposti a tale sorveglianza, troppo spesso lasciati nelle condizioni di abusare del proprio potere.


NOTE

1 La National Security Agency o, NSA (in italiano “agenzia per la sicurezza nazionale”) è, assieme a CIA e FBI, l’organo governativo degli USA che si occupa della sicurezza nazionale. Se la CIA svolge il proprio ruolo soprattutto all’estero, la NSA invece si occupa del monitoraggio di quanto accade sul territorio nazionale.

2 http://goo.gl/hY3Epo
3 Fenomeno politico connesso alla campagna anticomunista scatenata negli Stati Uniti durante i primi anni cinquanta del Novecento dal senatore repubblicano J. MacCarthy. Presidente della commissione senatoriale di controllo sulle attività governative, egli denunciò in più occasioni presunte infiltrazioni comuniste in diversi enti statali; la sua carriera venne compromessa nel 1954 dopo le accuse mosse ad alti gradi dell’esercito. Le radici del maccartismo, divenuto ideologia dilagante che avversò soprattutto esponenti del mondo dello spettacolo, affondavano nel clima della guerra fredda. (Dizionario di storia moderna e contemporanea: http://goo.gl/iZCVXu)
4 Il Patriot Act (acronimo di “Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act of 2001“) è una legge federale introdotta nell’ottobre del 2001 a seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre. Unitamente al “Military Order”, esso concede al governo e ai servizi segreti la facoltà di svolgere attività investigative e repressive senza mandato dell’autorità giudiziaria. Nel 2011, su proposta del presidente Obama, è stato prorogato di altri 4 anni.
5 Per maggiori informazioni: http://goo.gl/eh2M7o
6 Per un approfondimento, rimandiamo all’intervista a Werner Carobbio presente sul presente numero di #politicanuova.
7 Lo conferma un documento ufficiale dell’Agenzia di intelligence del Pentagono, datato 12 agosto 2012. Esso riporta che «i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono in Siria le forze di opposizione che tentano di controllare le aree orientali, adiacenti alle province irachene occidentali», aiutandole a «creare rifugi sicuri sotto protezione internazionale». C’è «la possibilità di stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e ciò è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, per isolare il regime siriano». Il documento conferma che l’Isis, i cui primi nuclei vengono dalla guerra di Libia, si è formato in Siria, reclutando soprattutto militanti salafiti sunniti che, finanziati da Arabia Saudita e altre monarchie, sono stati riforniti di armi attraverso una rete della Cia (documentata, oltre che dal New York Times, da un rapporto di «Conflict Armament Research»). Fonte: http://goo.gl/Jmd7Sc

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Alberto Togni (1994) è membro della Direzione del Partito Comunista (Svizzera) e consigliere comunale a Gordola. In passato ha ricoperto ruoli nel Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA).