La guerra delle valute e la bancarotta camuffata usa

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La guerra valutaria mondiale in corso è la dimostrazione di tre realtà dell’economia globalizzata. La prima è che la crisi è tutt’altro che finita. La seconda è che gli equilibri del potere economico mondiale sono mutati e che con essi viene meno l’egemonia Usa. La terza è che questo cambiamento, insieme alla crisi, sta acuendo la conflittualità tra le aree economiche principali, Usa, Ue, Bric. Questo terzo elemento è accentuato dalla volontà degli Usa di scaricare la crisi, di cui sono epicentro, sugli altri paesi e dalla scelta di risolverla nella stessa maniera in cui hanno cercato di risolvere ogni crisi negli ultimi decenni: con l’immissione di dosi massicce di liquidità nel sistema finanziario da parte del governo e con il conseguente aumento del debito pubblico. Due metodi che, sebbene abbiano consentito di risolvere temporaneamente le crisi, hanno però creato una serie di bolle speculative, che, una volta scoppiate, facevano ripiombare il sistema in una crisi più profonda. Questa volta la massiccia immissione di liquidità – 800 miliardi di investimenti pubblici nel 2009 – non ha neanche prodotto benefici reali, visto che negli Usa il tasso di disoccupazione è ancora alto (chi ha lavoro è oggi il 4,6% in meno del 2007) e il deficit commerciale con l’estero, il più grande del mondo, è aumentato ancora, arrivando a 604 miliardi di dollari. L’immissione di liquidità ha prodotto invece la consueta serie di impennate speculative, prima verso i titoli di stato e le materie prime e ora verso i junk bonds, i titoli spazzatura. In compenso, il debito pubblico Usa è esploso. Questo ufficialmente è al 90% del Pil, ma, se si considerano le nazionalizzazioni di fatto di Freddie Mac e Fannie Mae, si arriva al 140%, e, se si dà per buona la valutazione dell’Ufficio del Bilancio del Congresso Usa, con le pensioni ai reduci di guerra e le spese sanitarie si arriverebbe almeno al 400%. Intanto, le banche hanno potuto investire negli Usa e in Europa la liquidità ricevuta dallo Stato a tassi prossimi allo zero, in titoli del debito pubblico a più alto rendimento, realizzando lauti profitti. Ma soprattutto l’aumento della liquidità ha condotto alla svalutazione del dollaro nei confronti delle altre valute. La notizia recente che la Fed si appresta ad una nuova massiccia immissione di liquidità ha provocato una ulteriore discesa del dollaro ai minimi da 8 mesi sull’euro, degli ultimi 15 anni sullo yen e degli ultimi 11 anni sul real brasiliano. A questo punto, si è scatenata la reazione delle altre potenze economiche, dal Giappone al Brasile, che con l’apprezzamento delle loro valute rischiano il collasso delle loro esportazioni e del loro apparato industriale. Eppure, alcuni economisti e soprattutto gli Usa continuano a dare la colpa degli squilibri commerciali e finanziari mondiali alla Cina, che manterrebbe lo yuan al di sotto del suo valore reale, realizzando così un enorme surplus commerciale ai danni degli Usa. La realtà è un’altra. In primo luogo, la Cina nel passato ha già rivalutato lo yuan senza che si determinassero risultati apprezzabili per il debito commerciale Usa. Le ragioni risaltano dalle parole dell’amministratore delegato di General Electric: “Noi statunitensi Siamo esportatori patetici, dobbiamo diventare nuovamente una potenza industriale.” La massiccia delocalizzazione ha portato alla deindustrializzazione degli Usa, diventati paese importatore di quasi tutto ciò che consumano. Di fatto, gli Usa finanziano i loro enormi debiti commerciale e pubblico grazie alla capacità di attirare il surplus mondiale, collocando i propri titoli di Stato presso il Giappone e i paesi emergenti, soprattutto la Cina, che li impiegano come riserve valutarie. Il nocciolo della svalutazione del dollaro sta qui. Infatti, più che essere tesa a facilitare l’export di una industria manifatturiera Usa ridotta a poca cosa, la svalutazione del dollaro tende a svalutare l’ammontare del debito pubblico statunitense detenuto dall’estero. È un modo surrettizio per fare bancarotta, non pagando una parte del debito e scaricando i costi della propria crisi sugli altri paesi. Inoltre, è un sistema e per esercitare pressioni verso chi, come la Cina, non sembra più intenzionato a concedere finanziamenti agli Usa a fondo perduto, acquistando sempre e comunque i Treasury bond. Non si tratta di una novità, gli Usa lo hanno già fatto negli anni ’80 con il Giappone, che finanziò la vittoria Usa nella corsa al riarmo contro l’Urss. Grazie alla caduta del dollaro nel 1985, gli Usa restituirono al Giappone in dollari svalutati il prestito fatto in dollari sopravvalutati.

Domenico Moro, Economista

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