In India i socialdemocratici privatizzano tutto. Quasi un milione di comunisti vi si oppongono.

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Il Partito Comunista dell’India (Marxista), in sigla PCI(M), con quasi un milione di iscritti, incarna in India quel soggetto rivoluzionario con una lunga tradizione di lotte in particolare al fianco degli strati contadini, capace anche di progettualità di governo. Costituitosi nel 1964 come scissione a sinistra del Partito Comunista Indiano (PCI), rimproverando a quest’ultimo di essere troppo subalterno alle scelte dettate dalla ragion di stato dell’Unione Sovietica (a quel tempo alleata all’India), piuttosto che favorire la lotta contro il governo indiano, il PCI(M) guardava con più interesse all’esperienza cinese. Nonostante i numeri, il PCI(M) è da considerarsi ancora un partito di “avanguardia” e non ancora di “massa”, e ciò come precisa scelta organizzativa e ideologica.

La lunga mano dei comuinsti indiani

I due partiti indiani citati (a cui invero se ne aggiunge una lunga fila di organizzazioni estremamente minoritarie e marginali di cui qui non ci occupiamo) hanno col tempo sviluppato tutta una serie di organizzazioni di massa collaterali per esercitare una maggiore influenza culturale sui vari strati della popolazione indiana. Il PCI(M) controlla ad esempio la SFI, la Federazione Studentesca Indiana che, con i suoi due milioni di studenti iscritti, si muove con il motto “Studia e lotta: per l’indipendenza, la democrazia e il socialismo”. Essa costituisce l’alternativa all’altra grande organizzazione studentesca indiana, la storica AISF sorta negli anni ’30 e tuttora legata all’altro partito comunista. Di fianco alla SFI che opera prevalentemente nelle università, esiste un’altra struttura che si concentra sul lavoro territoriale: la Federazione della Gioventù Democratica dell’India (DYFI), che con la sua “concorrente” AIYF (questa controllata invece dal PCI), aderisce alla Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (WFDY/FMGD) cui fa capo, in Ticino, la Gioventù Comunista.

In piena sintonia con il PCI(M) si muove anche il CITU (Centro dei Sindacati Indiani), il sindacato di classe che, con i suoi 3,2 milioni di operai iscritti (stando alle statistiche del Ministero del Lavoro indiano) contribuisce non poco alla diffusione in Asia della Federazione Sindacale Mondiale (WFTU/FSM). Il PCI(M) è molto attivo anche nell’ambito della lotta per i diritti delle donne: la sua Associazione delle Donne Democratiche dell’India (AIDWA) organizza ben dieci milioni di donne, casalinghe e lavoratrici. Essa si occupa di promuoverne l’educazione, i diritti di maternità, la tutela dei figli, ecc.

Verso il Congresso

Il PCI(M) è pure protagonista degli esperimenti di gestione alternativa, con il modello proposto negli “stati rossi” del Kerala e del Bengala Occidentale, isole di sviluppo sociale in un oceano di povertà, sta preparando dal settembre 2011, con conferenze locali e regionali, il suo XX congresso nazionale previsto nella settimana dal 4 al 9 aprile 2012. Il Comitato centrale ha approvato la risoluzione che servirà come base di discussione ai congressisti. Essa si basa sostanzialmente su cinque punti che si propongono di utilizzare gli strumenti di analisi leninista per rispondere alle sfide poste dalla crisi del capitalismo indiano e internazionale.

Il problema imperialista

Secondo l’analisi della situazione internazionale del PCI(M), la crisi del capitalismo “segna la fine dei discorsi sul trionfo del capitalismo. Diviene sempre più chiaro che la sola alternativa al sistema di sfruttamento del capitalismo neo-liberale è il socialismo”. La sola risposta del sistema capitalista alla crisi è la fuga in avanti imperialista: gli interventi americani e dei suoi alleati della NATO in Libia, presto in Siria o in Iran. Su scala nazionale, i comunisti continueranno la loro lotta contro una politica estera allineata sugli Stati Uniti, alleato privilegiato del capitale indiano, e per una “politica estera indipendente” dagli interessi del capitalismo.

Il governo di centro-sinistra ha privatizzato tutto

Il Partito Comunista dell’India (Marxista) denuncia fermamente la politica neo-liberale del secondo governo dell’Alleanza progressista (UPA) condotta dal Partito del Congresso (di stampo socialdemocratico) e caratterizzata in particolare da un rialzo esponenziale di prezzi e tariffe di beni essenziali, un alto livello di corruzione nell’amministrazione, un allineamento all’imperialismo americano e un intenso sfruttamento della classe operaia e degli strati contadini.
 Nella mira dei comunisti, le privatizzazioni “del petrolio, del gas, delle miniere; la politica di attrazione di capitali nel settore finanziario e la sua deregolamentazione, l’apertura del settore farmaceutico e del commercio al dettaglio condannato ad essere sotto il dominio delle multinazionali”. Due decenni di liberalizzazioni hanno portato profitto al grande capitale e alle élites urbane e hanno sprofondato nella miseria la maggioranza dei lavoratori. Mentre i lavoratori hanno vissuto “sotto l’intensificazione dello sfruttamento” con la generazione dei contratti precari, i miliardari non conoscevano crisi. Essi erano 13 nel 2003, sono 55 nel 2011. L’ammontare dei profitti sul valore aggiunto è passato dal 20% nel 1980 al 60% nel 2008.
 La crisi dell’agricoltura rende la situazione dei contadini problematica, con un’ondata di suicidi nell’intero paese, una massiccia emigrazione rurale che esporta la situazione contadina nelle città.
 I contadini subiscono la politica del governo che lascia che le grandi imprese indiane e multinazionali prendano il controllo dell’agricoltura. Ma gli espropri autoritari a favore delle Zone economiche speciali (SEZ), delle grandi imprese, hanno portato recentemente a grandi lotte contro la spoliazione delle terre ai quattro angoli del paese.

Essere alternativi alla socialdemocrazia

I comunisti indiani denunciano un sistema politico incancrenito dalla corruzione a tutti i livelli, rivelata da tutta una serie di recenti scandali, suscitata da “legami sempre più forti tra il grande capitale e i partiti politici, con un afflusso di denaro nel sistema elettorale.
 Il sistema parlamentare è ritenuto “marcio” per il potere del denaro, il PCI (M) condurrà una campagna di massa contro il condizionamento del denaro in politica e per grandi riforme elettorali. Il PCI (M) sviluppa in parallelo la critica al governo di centro-sinistra e alla sua pseudo opposizione nazionalista, i due partiti del consenso dominante neo-liberale.
 “Il PCI(M) deve lottare politicamente contro il Congresso e contro il BJP (Bharatiya Janata Party). I due partiti rappresentano l’ordine dei grandi proprietari e della borghesia che perpetua lo sfruttamento di classe ed è responsabile dell’oppressione sociale di vasti strati della società. Essi perseguono le medesime politiche neo-liberali e difendono una politica estera filo americana. Battere il Congresso e il governo dell’UPA è imperativo in considerazione dell’opprimente fardello del rialzo dei prezzi, della disoccupazione, delle sofferenze dei contadini e dei lavoratori da un lato, della sfrontata corruzione e dei regali riservati al grande capitale e ai più ricchi. Isolare il BJP e contrastare il suo programma di destra e comunitarista è necessario e importante per fare progredire le forze laiche, democratiche e di sinistra”.

Riunificare la sinistra

Il Partito comunista dell’India (Marxista) lega due imperativi: rafforzare il Partito comunista innanzitutto come presupposto per la costruzione dell’unità della sinistra opposta alla politica del governo socialdemocratico.
 Da notare che in India, la parola “sinistra” è quasi sinonimo di “comunista”, e che la vecchia alleanza del “Left Front” che risale agli anni ’70 si basa essenzialmente sui due partiti comunisti, che si erano divisi per ragioni storiche ormai superate.
 Così, la risoluzione fa del ruolo indipendente e del rafforzamento del Partito la sua priorità principale” e avanza una proposta di “alternativa democratica e di sinistra” aperta a forze politiche e sociali unite nell’opposizione al potere borghese. Non di meno, per i comunisti, l’alternativa dev’essere costruita con un processo di mobilitazione e le lotte, dal quale emergerà un’alleanza politica della sinistra e delle forze democratiche, tali forze unite nell’opposizione al Congresso e al BJP e nella difesa della sovranità nazionale, della democrazia e della laicità.

Un’alternativa di società

La risoluzione invita “il Partito a condurre la lotta contro i politici neo-liberali che toccano li interessi dei lavoratori. Dobbiamo condurre le lotte per la terra, il pane, il lavoro e la giustizia sociale. Il PCI(M) deve contrastare le forze del comunitarismo e della divisione e difendere la laicità. Dobbiamo lottare contro le pressioni imperialiste in tutti gli ambiti. La risoluzione termina con un appello “per la costruzione di un potente partito comunista in ogni paese”, con l’impegno di continuare la lotta per mettere un freno allo sfruttamento di classe e all’oppressione sociale del popolo indiano al fine di consentire l’avanzamento verso la nostra alternativa di società, verso la democrazia popolare e il socialismo.

 

Da: www.marx21.org (con adattatamenti della redazione)

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