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In Cina la politica conta più dei profitti. Gli imprenditori svizzeri iniziano ad accorgersene.

Gli imprenditori svizzeri interessati alla Cina stanno facendo i conti con un mercato profondamente cambiato: a quasi tre anni dell’inizio della pandemia e alla luce degli esiti del 20° Congresso del Partito Comunista Cinese che ha riconfermato il presidente Xi Jinping alla testa dello Stato, occorreva riflettere sulle opportunità derivanti dall’avere o dall’avviare una presenza commerciale in Cina. Il Gruppo Fidinam, che dopo una decennale presenza a Hong Kong si è ora spostata anche a Shanghai, è stato così co-organizzatore del “business breakfast” dal titolo “Cina: gestione delle attività e opportunità nell’era post-pandemica” ospitato a Palazzo Civico lo scorso 18 gennaio. Fra gli altri promotori, oltre alla Città di Lugano, anche la Camera di Commercio del Canton Ticino e la Camera di Commercio Svizzera-Cina che vedeva in aula una delle sue esponenti di punta, la candidata liberale-radicale al Consiglio di Stato Alessandra Gianella. Il sindaco leghista di Lugano Michele Foletti, portando il saluto dell’autorità cittadina, non ha mancato di descrivere la Cina come un paese che, nonostante il COVID-19, resta una destinazione interessante per gli investitori svizzeri attivi nell’ambito soprattutto dell’ecologia e della sanità.

Regazzoni ammette: in Cina conta più le politica che l’economia!

L’ambasciatore emerito della Svizzera in Cina, Bernardino Regazzoni, dopo aver sottolineato l’importanza dell’accordo di libero scambio fra Berna e Pechino quale “pilastro” delle buone relazioni che intercorrono fra la Confederazione e il gigante asiatico, ha fatto chiarezza su alcuni luoghi comuni venduti al grande pubblico dai media occidentali. Anzitutto l’ex-diplomatico con pacatezza ha chiarito che nella recente svolta cinese in merito alla gestione della pandemia non hanno realmente influito le proteste di piazza tanto enfatizzate dalle televisioni svizzere. Regazzoni ha anche sottolineato che in merito al conflitto in Ucraina, il rapporto fra la Repubblica popolare con la Russia di Vladimir Putin resta “privilegiato”, anche perché Pechino disporrebbe di una posizione di forza rispetto a Mosca. L’ex-ambasciatore svizzero ha ammesso che con la presidenza di Xi Jinping il Partito Comunista Cinese è tornato a un ruolo maggiormente “dirigista” e che oggi alle priorità economico-commerciali, tipicamente orientate al profitto, si antepongono le necessità politiche. Insomma: la Cina, checché se ne dica nei salotti di una certa sinistra occidentale, non è un paese capitalista!

L’evento si è svolto a Lugano con un ampio parterre: oltre all’autorità cittadina, erano presenti imprenditori e diplomatici.

Se non ragioni da marxista, non capisci la Cina

Meno brillante l’esposizione di Tommaso Colli, rappresentante del Gruppo Fidinam a Shanghai, che si è lasciato andare a una serie di cliché del tipo “la popolazione ha il terrore del proprio governo” e “la svolta a U sul COVID-19 ha spiazzato tutti”, cosa peraltro non vera visto che si è trattata di una transizione da un regime sanitario all’altro preannunciata. Le competenze tecniche di Colli si sono scontrate con la sua impreparazione politico-ideologica affermando che la stragrande maggioranza dei contenuti del piano quinquennale cinese sia pura propaganda e che “tutti i discorsi delle alte sfere del governo non hanno risvolti pratici”. In realtà sia il piano quinquennale sia i discorsi politici vanno interpretati alla luce del marxismo e solo con questa chiave di lettura se ne possono cogliere fra le righe le indicazioni concrete. Colli, cedendo a una chiave di lettura tipicamente borghese (e quindi inadeguata per comprendere la dottrina socialista di Xi Jinping) ha prima espresso pesanti critiche al sistema formativo pubblico cinese e poi ha qualificato con superficialità eurocentrica il gigante paese asiatico come “molto più individualista e molto meno socialista di un paese europeo”.

Fra i capitalisti c’erano anche …i comunisti svizzeri

Presenti in sala anche una delegazione forse inattesa in un contesto padronale: il deputato Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista della Svizzera e Alberto Togni, membro della Direzione del medesimo Partito che intrattiene relazioni privilegiate con Pechino, hanno seguito tutta la durata dell’evento. I due esponenti comunisti, che si sono poi intrattenuti con gli imprenditori ticinesi presenti, hanno rimarcato come alcuni interlocutori – pur conoscendo bene la Cina – non capiscano che essa sia retta da principi marxisti-leninisti, senza studiare i quali molte questioni anche sul piano commerciale e di orientamento strategico macroeconomico risultano incomprensibili.

Presenti all’evento anche due esponenti del Partito Comunista: Alberto Togni e Massimiliano Ay.

Il segretario dei comunisti svizzeri, dal canto suo, su Facebook ha pubblicato questo commento: “è stato interessante vedere come un paese socialista quale la Cina venga percepito nel nostro Paese da una prospettiva borghese, cioè dal punto di vista imprenditoriale e commerciale. Dopo aver ascoltato le varie relazioni resto dell’avviso non solo che senza studiare il marxismo capire bene la Cina non sia affatto possibile, ma anche che oggi – al di là degli steccati ideologici e delle indubbie differenze culturali – bisogna evitare le ingerenze e favorire al contrario il dialogo e la cooperazione a ogni livello, rispettando la sovranità di ciascun Paese nel scegliere il proprio sistema sociale ed economico”. Insomma, il Partito Comunista elvetico ribadisce con coerenza la sua linea a favore del multipolarismo: “Neutralità si; Sanzioni no!”

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