Guerra e memoria. Uno spunto per ricordare e capire il presente

Per narrare eventi lontani dalla nostra quotidianità, i giornalisti, soprattutto in contesti difficili e di guerra, si avvalgono di interviste sul campo a persone comuni. Testimonianze importanti per formare un quadro veritiero della situazione, più vero della propaganda di guerra. Eppure la memoria personale è terribilmente labile e influenzabile. Quel che sta nella memoria è spesso sopravvalutato e difficile da contestare a fronte di fatti documentati e comprovati. Nella versione peggiore un ricordo inesatto, o addirittura falso, viene rafforzato e amplificato da libri, manuali scolastici, opinionisti di spicco. L’esempio è quello delle Fosse Ardeatine, presentate generalmente come rappresaglia all’azione partigiana di Via Rasella, per cui per ogni tedesco ucciso dalla bomba il 23 marzo 1944 a Roma, i nazisti tolsero la vita di 10 uomini romani in modo dissennato e crudele facendo franare una cava sopra i loro cadaveri. Portelli nel libro “L’ordine è già stato eseguito” raccoglie tante “memorie” che incrocia, mette in relazione e confuta con fonti di vario tipo e materiale del processo a Priebke del 1994.

Massacro delle Fosse Ardeatine: come andarono davvero le cose

Siamo nel contesto di tre guerre in contemporanea: le deportazioni e la caccia agli ebrei, la repressione imposta dagli occupanti, i bombardamenti alleati, come quello di San Lorenzo rivolto contro gli abitanti di un quartiere popolare. Queste vittime civili deliberate servono a incutere terrore e rabbia, messaggi indirizzati al governo. La città è colpita più di 50 volte per punire i tedeschi che la usano come retrovia militare, sebbene il 14 agosto 1943 viene proclamata “città aperta” dal governo Badoglio, quindi estranea alle operazioni belliche. Né gli alleati né i tedeschi accolgono la dichiarazione. Il comandante della città aperta generale Calvi di Bergolo comunica che le “truppe tedesche devono stare ai margini della città libera di Roma”. In risposta il feldmaresciallo Kesselring vi instaura il codice tedesco di guerra: “gli organizzatori di scioperi, i sabotatori, i franchi tiratori saranno fucilati”, i telefoni saranno sorvegliati, le autorità italiane devono impedire ogni atto “di sabotaggio e di resistenza passiva”. Solo dopo via Rasella, Roma non verrà più bombardata. La bomba di Via Rasella che fece 32 morti nella Polizia tedesca, è uno degli svariati attentati contro l’occupante nazista, che tiranneggiava la popolazione in spregio allo statuto di “città aperta”. Il titolo del libro, “L’ordine è già stato eseguito”, indica la concatenazione reale degli eventi: tra l’uccisione dei militi della compagnia del Polizeiregiment Bozen e il massacro alle Ardeatine trascorrono meno di 24 ore, lasso di tempo che invece nella memoria dei sopravvissuti raggiunge diversi giorni fino a una settimana. Questa espansione temporale è funzionale a ribadire la colpevolezza dei partigiani e permette di innestare il secondo ricordo falso: l’affissione di manifesti in cui gli attentatori di via Rasella erano chiamati a costituirsi per evitare la rappresaglia. Di questi comunicati e affissi però nemmeno il più incallito ricercatore di destra ha potuto trovare traccia negli archivi tedeschi e italiani. La frase che dà il titolo al libro di Portelli è dell’articolo dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, redatto all’indomani dei fatti di Via Rasella e riporta appunto che la condanna a morte verso 300 romani è già avvenuta. 75 delle vittime erano ebrei, ma ci sono atei, comunisti, socialisti, liberali, azionisti, monarchici, militari, un bambino di 14 anni, impiegati, aristocratici, sacerdoti, operai, carabinieri.

“La leggenda secondo cui i partigiani, presentandosi, avrebbero potuto evitare la strage viene inaugurata dal federale fascista Pizzirani in un rapporto ai quadri di partito, il 30 marzo. Pochi giorni dopo, il giornale monarchico clandestino “Italia Nuova” fa proprie queste accuse e attacca duramente i partigiani. D’ora in poi, questa consapevole bugia di fonte fascista diventa senso comune dell’Italia benpensante.” Ancora nel 1996 Marco Pannella aveva il coraggio di scrivere: “ci fu chi chiese ai capi della resistenza di consegnarsi ai tedeschi per cercare di impedire la rappresaglia”. La forza di questa bugia costruita, tramandata e dura a piegarsi di fronte alle verifiche empiriche sta tutta nel ribaltamento dei ruoli e dei fronti: gli assassini nazisti agiscono alle Fosse ardeatine nelle stesse modalità e con la stessa ferocia con cui si sono macchiati delle stragi di Civitella, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Leonessa, dei 72 fucilati a Forte Bravetta, dei 10 fucilati a Pietralata, delle 10 donne uccise a Ostiense per aver assalito un forno, dei 14 massacrati alla Storta, ecc. Le Fosse ardeatine sono una manifestazione della stessa strategia politica nazista, non si tratta di una rappresaglia e quindi gli assassini non possono essere i partigiani che grazie alla loro lotta giusta hanno invece contributo notevolmente alla sconfitta nazi-fascista salvando numerose vite. La stessa bomba di Via Rasella ha avuto come esito di costringere i tedeschi a cambiare ed allargare il percorso della parata, girando intorno alla città ed esponendosi quindi al bombardamento degli alleati.

Gli assassini nazisti

Nell’agosto 1997, Indro Montanelli manda una lettere di auguri e solidarietà a Erich Priebke: “Da vecchio soldato, so benissimo che Lei non poteva fare nulla di diverso da ciò che ha fatto. (…) Si ricordi che anche tra noi italiani ci sono degli uomini che pensano giusto, che vedono giusto, e che non hanno paura di dirlo anche quando coloro che pensano e vedono ingiusto sono i padroni della piazza. Negli anni 50’, allorché [Bentivegna] fu decorato, i comunisti la facevano da padroni, nelle piazze d’Italia, e chi provava orrore per i loro metodi, il loro pensare, il loro stesso esistere, non aveva voce.” Al governo c’era la Dc; ma queste fantasie nate dal bisogno di sentirsi vittime discriminate o solitari eroi diventano senso comune con le uscite di Berlusconi sul “mezzo secolo di egemoni marxista in Italia”. Priebke aderì volontariamente al partito nazista nel 1933 (Kappler nel 1931); l’affiliazione alle SS fu conseguenza assai meno automatica del suo ingresso in polizia di quanto non abbia cercato di far credere; e comunque “rimanere in quel corpo voleva dire esporsi consapevolmente a un rischio molto alto di essere messo un giorno di fronte a ordini criminali cui obbedire”. Ci sono infiniti modi per negoziare, ritardare, intralciare un ordine che fa orrore, anche senza esporsi con un rifiuto aperto, specie quando la rapidità è decisiva.

Il colonnello Herbert Kappler (al centro) fu responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine.

L’efferatezza di Kappler, “la frenetica foga di effettuare l’esecuzione con la massima rapidità”, sarebbe potuta inciampare, lasciando forse una possibilità di trattativa. Ma fu Kappler ad aggiungere altre dieci persone dopo la morte del trentatreesimo soldato, fu lui a dare un’interpretazione estensiva dell’ordine attribuito a Hitler (ma di cui non vi è nessuna traccia scritta né testimonianza diretta), una scelta che non connota riluttanza, bensì, come concluse il tribunale militare, la volontà di “accrescere il suo prestigio di fronte ai suoi capi nazisti con un’azione assai energica e spregiudicata”, che portò ad uccidere cinque persone in più per errore di calcolo. 335. La compilazione delle liste avviene durante la notte esaminando 200 nomi di persone, di cui 157 accusate di reati passibili della pena di morte, 22 giudicati ma non condannati, 17 passibili o condannati a lunghi periodi di lavori forzati, 4 condannati a morte (in realtà uno è assolto!), 4 “arrestati nelle vicinanze del delitto”. Vengono allora aggiunti gli ebrei, 57; i restanti 50 vengono richiesti alla polizia italiana, che glieli fornisce.

La vulgata anti-partigiana

Nel 1997 si assiste ancora ad un procedimento penale contro Fiorentini, Calamendrei, Musu con l’accusa che l’azione di Via Rasella non fosse diretta contro i tedeschi ma contro altri gruppi della resistenza. Vi si riconosce un leitmotiv della vulgata anti-partigiana che dipinge la resistenza come una guerra tra bande dominata da complotti comunisti. “Noi vivevamo in una città dove toccavamo con mano il fatto che ogni giorno, o c’era la spia che aveva fatto arrestare e poi uccidere il compagno che era clandestino; o la pattuglia dei repubblichini che veniva a prendere la famiglia ebrea che era riuscita a salvarsi dalla razzia del ghetto; o la notizia è caduto tra virgolette e tu sapevi che avevano trovato i chiodi a tre punte e l’avevano fucilato…era una situazione – più che di terrore – di violenza continua” (Marisa Musu). Come scrive Portelli, in tutta la loro azione partigiana avevano certo accettato la possibilità della morte ma non l’avevano cercata. L’ideologia della bella morte appartiene ai fascisti. Se di quelle morti i partigiani non sono giuridicamente e nemmeno moralmente responsabili, pure non possono separarsene, come pure è per la morte di Piero Zuccheretti di 11 anni nella bomba di Via Rasella, al quale Alleanza Nazionale ha dedicato strade e lapidi. Più di rado vengono ricordati i 4000 “Zuccheretti” morti sotto le macerie dei bombardamenti alleati a San Lorenzo.

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Lea Ferrari

Lea Ferrari (1991) è agronoma di formazione e municipale a Serravalle in quota Partito Comunista. Dal 2019 è deputata al parlamento del Canton Ticino. E' attiva pure nell'Associazione per la difesa del servizio pubblico.