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La sinofobia in Occidente: una piaga dalla lunga storia

Ho letto con piacere, nei giorni scorsi, l’articolo Schiavi della Cina o della sinofobia? di Massimiliano Ay pubblicato su sinistra.ch. Ritengo che il titolo di questo articolo sia particolarmente significativo e strettamente legato all’attualità, seppure negli ultimi mesi abbia ripreso piede con particolare vigore anche la russofobia. Dalla fine del XIX secolo, infatti, la Cina è stata spesso vista come un “pericolo giallo” dalla società occidentale. Questa visione è accompagnata da una sinofobia presente in Europa e negli Stati Uniti e, a partire dall’istituzione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, anche da un sentimento anticomunista diffuso. Per comprendere meglio queste idee razziste nei confronti dei cinesi, dobbiamo innanzitutto guardare al periodo precedente la fine del XIX secolo.

Con lo sviluppo di relazioni culturali ed economiche dirette tra la Cina e l’Occidente dal XVI al XVIII secolo, la Cina e la sua cultura hanno avuto un impatto importante sulla società occidentale. Soprattutto nel periodo dell’Illuminismo, molti pensatori si sono interessati alla cultura cinese. La Cina era vista come una società viva, anche se diversa dall’Occidente, e talvolta usata, come da Voltaire, come esempio per criticare i Paesi occidentali. Ma dopo un momento di “mistificazione” è arrivato un momento di “demistificazione” e di critica alla Cina: molti pensatori hanno iniziato a criticare i sinofili e a promuovere invece pregiudizi sinofobi, i quali sono alla base delle idee razziste nei confronti del popolo e della cultura cinese fino ad oggi.

Il commercio dell’oppio ha fatto la fortuna dei mercanti inglesi.

Questa evoluzione culturale è legata anche alle relazioni economiche tra Cina ed Europa. Dall’istituzione del sistema di Canton nel XVIII secolo, le relazioni commerciali tra la Cina e le potenze occidentali sono aumentate. Questo commercio, molto intenso con la Gran Bretagna, era strettamente regolamentato dall’impero cinese, che guadagnava molto denaro dall’esportazione del tè. Già nel 1730 esisteva un collegamento marittimo regolare tra la Cina e l’Impero britannico, principalmente attraverso la Compagnia delle Indie Orientali. A causa dei dazi doganali imposti dalla Cina, la bilancia commerciale era piuttosto sfavorevole alla Gran Bretagna e favorevole alla Cina, che aveva una potenza economica in costante crescita. Le autorità britanniche si preoccuparono di questa situazione e, per controbilanciare la bilancia commerciale, iniziarono a importare oppio in Cina.

Dopo che il consumo di oppio in Cina andò fuori controllo, l’imperatore cinese lo vietò. Per questo motivo, il commercio dell’oppio, che fino ad allora era stato un monopolio della Compagnia delle Indie Orientali, fu sottoposto a una forma di privatizzazione. Questa situazione portò prima al dominio britannico del commercio con la Cina e poi all’invasione militare della Cina con le due Guerre dell’Oppio, rispettivamente dal 1839 al 1842 e dal 1854 al 1860. Questi eventi cambiarono radicalmente il rapporto tra la Cina e le potenze occidentali, che da quel momento non furono più paritarie, ma vi fu un chiaro dominio occidentale e coloniale su una Cina in declino, che dovette addirittura affrontare diverse rivolte interne, lotte intestine e volontà di riforma, che portarono alla caduta dell’impero cinese e all’istituzione, nel 1912, della prima repubblica cinese. In ogni caso, questo cambiamento nelle relazioni economiche e commerciali dell’Europa con la Cina portò persino a un cambiamento radicale nelle rappresentazioni della Cina, che allora era vista come un Paese stagnante e inferiore. Inoltre, anche prima delle guerre dell’oppio, i cinesi erano spesso descritti come truffatori e quindi pericolosi per il mondo occidentale e la sua economia.

L’immigrazione cinese negli USA: un grave pericolo?

C’è un altro esempio che dimostra la diffusa sinofobia nel mondo occidentale, che vedeva e vede tuttora la Cina e i cinesi come un “pericolo giallo”. È il caso dell’emigrazione cinese all’estero, che è diventata forte soprattutto alla fine del XIX secolo a causa di problemi interni. Questa emigrazione cinese è stata molto spesso caratterizzata da povertà e miseria. La maggior parte dei migranti cinesi si stabilì nel sud-est asiatico, ma molti altri si recarono anche negli Stati Uniti d’America, dove spesso si dedicarono a lavori duri e logoranti. Questo alto livello di immigrazione cinese preoccupò le autorità statunitensi, che reagirono nel 1880 con la promulgazione del Chinese Exclusion Act, che limitava severamente l’immigrazione cinese, disapprovata dagli americani a causa di un diffuso spirito sinofobico che vedeva i cinesi, appunto, come un pericolo.

L’idea del “pericolo giallo” divenne poi molto presente nelle rappresentazioni occidentali della Cina a partire dal 1949, con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Queste rappresentazioni erano legate ai sentimenti anticomunisti prevalenti in Occidente e alla posta in gioco geopolitica della Guerra Fredda. Con l’avvento del socialismo in Cina si è assistito a un raddoppio dei territori socialisti nel mondo e questo ha destato non poche preoccupazioni nel blocco occidentale. Questo è anche il motivo per cui pochi Paesi occidentali hanno riconosciuto la Repubblica Popolare Cinese come unica Cina legittima, preferendo alla Cina popolare gli esuli nazionalisti su Taiwan.

La Svizzera, in questo caso, è stata rapida: ha riconosciuto la Cina popolare il 17 gennaio 1950, solo pochi mesi dopo la proclamazione della Repubblica. Ma anche in Svizzera circolavano voci anticomuniste e razziste sul popolo cinese. Anche qui infatti la Cina è stata vista come un “pericolo giallo”, soprattutto in relazione alle attività informative promosse dall’Ambasciata cinese in Svizzera, scrupolosamente spiata dalla Polizia federale svizzera. Questa idea negativa della Cina diffusa in Svizzera si rifletteva persino nel fatto che, fino alla morte di Mao e alla conseguente apertura della Cina, il nostro Paese non voleva avere vere relazioni economiche con la Cina socialista, che era vista come un Paese del terzo mondo. Queste voci razziste e anticomuniste sono a lungo state contrastate in Svizzera e in generale in Occidente dalle associazioni per l’amicizia con la Cina. Nel caso svizzero, le attività di queste associazioni, in particolare dell’Associazione per la conoscenza della Cina, sono state viste con profondo sospetto dalle autorità. Per questo motivo, i membri di queste associazioni sono stati spiati e schedati dalla polizia federale, nell’ambito della cosiddetta Fichenaffäre, e gli eventi culturali di tali associazioni erano spesso infiltrati da agenti della Polizia federale.

Tutti questi eventi dimostrano dunque che la Cina è stata spesso rappresentata in Occidente come un “pericolo giallo”. Queste idee razziste e sinofobiche affondano le loro radici nell’Illuminismo e hanno ragioni economiche, culturali e, soprattutto dal 1949, politiche. L’idea di supremazia occidentale, che è alla base del colonialismo e dell’imperialismo occidentali, ha anche fortemente influenzato queste rappresentazioni razziste della Cina. L’idea del “pericolo giallo” non è scomparsa. Lo dimostrano l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina, come pure la continua propaganda sinofobica presente nei nostri media. Questo atteggiamento, pericoloso per il mantenimento della pace nel mondo e controproducente per la costruzione di un mondo multipolare. Azioni sinofobiche anche violente sono diventate evidenti durante la pandemia di Coronavirus, quando i cinesi in Occidente sono stati etichettati come portatori del virus e, quindi, nuovamente un “pericolo giallo” per l’Occidente. Con gli attuali sviluppi geopolitici, dobbiamo però prepararci a una nuova e violenta ondata di propaganda anti-cinese nel nostro Paese: è compito anche di media come sinistra.ch contrastare questa narrazione atlantista.

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Luca Frei

Luca Frei, classe 1998, è stato eletto coordinatore della Gioventù Comunista Svizzera nel marzo 2020. Dopo la maturità liceale ha iniziato gli studi universitari in storia ed è attivo nel Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA).