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I colpi di stato in corso in Africa e le loro vere cause: verso una seconda ondata di decolonizzazione?

I tentativi di colpo di stato per rovesciare i governi si moltiplicano in Africa, al punto da divenire più frequenti delle elezioni. Numerosi studi dimostrano che il continente africano è il più soggetto a colpi di stato al mondo. In un recente articolo apparso su United World International, il giornalista turco Adem Kılıç ne ha analizzato le cause e le implicazioni internazionali. Sinistra.ch ne ha curato la traduzione.

L’uso della forza nella difesa degli interessi coloniali

Secondo una ricerca condotta dal Council on Foreign Relations di New York, negli ultimi 50 anni ci sono stati almeno 200 colpi di stato e tentativi di colpo di stato nel continente africano. I dati mostrano che la maggior parte di questi colpi di stato si sono verificati nella regione occidentale del continente. Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal, Mauritania, Mali, Niger, Ghana, Liberia, Burkina Faso, Benin, Togo e Guinea, nella regione dell’Africa occidentale, si distinguono come i principali Paesi soggetti a colpi di Stato, superando il 70% del totale del continente.

Sulla scia della lotta per l’indipendenza nel continente africano all’inizio degli anni Sessanta, la gente pensava di poter vedere la fine della repressione e dello sfruttamento. Tuttavia, le potenze coloniali avevano concesso l’indipendenza ai Paesi africani solo sulla carta. Queste potenze mantenevano la loro presenza e il loro sfruttamento in tutto il continente, sia attraverso gli accordi di colonizzazione sia con il sostegno di politici locali collaborazionisti.

I continui effetti dello sfruttamento negli anni successivi all’indipendenza si sono manifestati con difficoltà economiche e disuguaglianze che persistevano nonostante le ricche riserve di risorse naturali del continente. Questo divenne il principale ostacolo al consolidamento delle strutture nazionali che erano appena nate.

Tuttavia, i colpi di Stato più brutali che si sono verificati nei Paesi coinvolti nei processi di indipendenza sono stati organizzati, direttamente o indirettamente, dall’Occidente. Le potenze occidentali hanno armato e finanziato i leader dei golpe per ottenere risorse naturali o spodestare i leader a cui si opponevano ideologicamente. Le superpotenze globali hanno usato le agenzie di intelligence per infiltrarsi nella politica e negli eserciti di vari governi per finanziare colpi di stato militari, e i regimi che sono saliti al potere di conseguenza sono stati nuovamente asserviti ai loro ex sfruttatori coloniali.

Oggi, sebbene queste strategie siano ancora utilizzate, se ne è sviluppata un’altra che potrebbe essere considerata nuova. Con il pretesto di combattere delle organizzazioni terroristiche o dei gruppi separatisti, vengono attuati processi di colpo di Stato per giustificare il dispiegamento di truppe, l’occupazione e il controllo di apparati amministrativi. Gli ultimi esempi di questo fenomeno si sono verificati in alcuni Paesi africani in un breve periodo di soli 15 mesi: Sudan e Guinea ne sono un esempio. 

L’Africa si apre al multipolarismo: i timori dell’Occidente

Ma i tempi stanno cambiando. I governi di tutta l’Africa sono sempre più consapevoli dell’impasse di essere sottoposti alla stessa potenza mondiale prima e dopo l’indipendenza, e cercano ora alleanze con altre potenze globali per ottenere stabilità e sovranità. Molti attori che vogliono trarre vantaggio dalla posizione strategica e dalle ricche risorse dell’Africa hanno iniziato a investire seriamente nel continente negli ultimi 20 anni. Gli sforzi di Cina, Russia e Turchia stanno diventando sempre più preoccupanti per i Paesi occidentali, soprattutto per la Francia, che vuole mantenere il suo status coloniale.

La Cina è attualmente il principale partner commerciale dell’Africa, con un commercio annuale Cina-Africa che supera i 200 miliardi di dollari. Secondo i dati della Rand Corporation, con sede in America, più di 10 mila imprese di proprietà cinese operano attualmente nel continente africano. Inoltre, la Cina ha recentemente rafforzato le sue mosse militari in Africa e ha stabilito la sua prima base militare all’estero in Africa.

Gli investimenti cinesi in Africa sono in forte crescita.

Oltre alla Cina, la Russia è attualmente il primo fornitore di armi in Africa. Secondo i dati SIPRI del 2021, almeno il 35% delle importazioni totali di armi dell’Africa è coperto dalla Russia. È inoltre noto che la Russia sta compiendo sforzi per stabilire basi militari in 6 Paesi africani, primo fra tutti il Sudan. La Russia sta espandendo la sua presenza in diversi Paesi africani, tra cui il Mali, che molto recentemente è stato oggetto di un colpo di Stato.

Consapevoli del fatto che i loro investimenti non saranno permanenti se non saranno sostenuti dagli ambienti politici, questi nuovi attori sono in contatto molto più stretto con gli elementi militari e burocratici dei Paesi in questione. Le opportunità offerte dai nuovi attori sembrano essere molto più attraenti per questi Paesi che desiderano svilupparsi, rispetto a quelle offerte dalla Francia e dalle altre potenze coloniali. Attori globali come la Turchia si stanno avvicinando a queste nazioni con strategie win-win, con grande disappunto degli ex occupanti del continente.

Il primo timore del mondo occidentale è che l’Africa cada sotto il controllo della Cina e nella sfera di influenza russa. In secondo luogo, temono che sotto la guida turca i Paesi africani si trasformino in entità islamiche. In Africa vivono circa 800 milioni di musulmani, con una popolazione totale di 1,5 miliardi di persone, e 27 dei 57 Paesi membri dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica sono situati lì. I conflitti tra l’Impero Ottomano e l’Occidente tra il 1500 e il 1900 sono una parte importante della storia della regione.

Oggi, le relazioni storiche di 400 anni fa e l’unità religiosa tra l’Impero Ottomano e i Paesi africani offrono grandi vantaggi strategici alla Turchia di oggi. In questo contesto, le relazioni Turchia-Africa hanno raggiunto nuovi traguardi grazie alle politiche messe in atto negli anni 2000 e agli investimenti finanziari. Questa strategia si è rivelata redditizia e, grazie ai guadagni ottenuti, è stata fornita assistenza finanziaria attraverso istituzioni come la Mezzaluna Rossa, la TIKA e la Fondazione Yunus Emre. Questa situazione indubbiamente infastidisce profondamente l’Occidente. Gli slogan della Turchia, come “un mondo più giusto è possibile” e “il mondo è più grande di cinque”, hanno un profondo impatto sugli Stati africani e sui popoli musulmani che sono stati a lungo sfruttati.

Verso la fine del neocolonialismo in Africa?

Negli ultimi anni, gli sviluppi politici in molte regioni dell’Africa e il fiorire di attori come Cina, Russia e Turchia stanno portando gli interessi dell’Occidente, in particolare della Francia, in un vicolo cieco in tutta l’Africa. Le recenti manifestazioni antifrancesi in Mali e Burkina Faso sono un’indicazione della direzione che si sta prendendo.

D’altra parte, se consideriamo il fatto che la Francia detiene le riserve nazionali di 14 Paesi africani dal 1961 e che il Tesoro francese ottiene un’enorme quantità di entrate dall’Africa, riusciremo a comprendere meglio le ragioni che motivano l’Occidente.

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