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NATO e Russia sull’orlo della guerra?

Nelle ultime settimane da parte dei vertici di NATO, Stati Uniti, Unione Europea, persino del G7, si susseguono su base giornaliera gli avvertimenti e le minacce di “gravi conseguenze” alla Russia qualora dovesse invadere l’Ucraina. Fondando le proprie affermazioni su “rapporti dell’intelligence americana”, ovviamente tenuti segreti, si sostiene che la Russia stia preparando un’operazione militare su vasta scala, tanto da giustificare minacce di sanzioni “mai viste” e invocare un rafforzamento della NATO nella regione. La tensione è alle stelle e forse per la prima volta da molti anni uno scontro diretto tra Russia e NATO non appare inverosimile. Le responsabilità non sono però da ricercare dove vengono indicate dai media occidentali: la regia del possibile scontro si trova infatti a Washington e non a Mosca.

Putin vuole invadere l’Ucraina?

O almeno questo è quanto i mass media stanno ripetendo da settimane. Per sostenere tali affermazioni, si indicano le truppe che Mosca starebbe continuando ad ammassare al confine con l’Ucraina. Ovviamente le prove di questa concentrazione di forze non esistono. Solo la stampa di regime può fidarsi dell’intelligence americana, che come sappiamo è solita fabbricarle senza il minimo pudore.

In base a quanto dichiara la Russia invece, nella regione si trovano addirittura meno truppe di quante ce ne fossero durante l’ultimo picco di tensione, nella primavera di quest’anno (di cui avevamo già parlato qui). Chi sta “ammassando truppe” è il regime di Kiev, che ha spostato metà del suo esercito ai confini con le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, non senza il silenzioso assenso dell’OSCE, che dovrebbe invece verificare che gli armamenti pesanti siano tenuti lontani dalla linea del fronte.

Gli osservatori dell’OSCE non hanno potuto (o voluto?) impedire lo spostamento di mezzi pesanti nell’Est ucraino.

Va da sé che anche la Russia debba tenere in zona un certo numero di truppe, per tutelarsi da un vicino aggressivo e in preda a una psicosi nazista da “ricerca del nemico”. Ma anche per difendere l’indipendenza delle Repubbliche popolari, la cui popolazione rischia senza esagerazioni la pulizia etnica qualora l’esercito ucraino dovesse riprendere il controllo di Donetsk e Lugansk.

Altrettanto infondata della minaccia militare è la presunta intenzione politica del Cremlino di invadere l’Ucraina. Se Putin e il suo establishment avessero voluto conquistare la nazione confinante, l’avrebbero fatto nel 2014, peraltro con grande facilità e con ogni legittimità.

Dopo il colpo di stato di piazza Maidan, a Kiev era salito al potere un governo provvisorio privo di alcuna legittimità, tanto all’interno del paese che al di fuori. Janukovich, il legittimo presidente, era fuggito in Russia e aveva ufficialmente richiesto l’impiego dell’esercito russo per ristabilire l’ordine. Quindi un’invasione dell’Ucraina sarebbe stata in quel momento completamente giustificata anche sul piano del diritto internazionale.

Inoltre l’esercito ucraino si trovava in stato comatoso. Disorganizzato, mal equipaggiato, e senza una chiara catena di comando, buona parte dei suoi effettivi si sarebbe immediatamente arresa, o avrebbe addirittura cambiato schieramento, come accaduto in Crimea, dove molti tra militari e forze dell’ordine ucraini giurarono fedeltà alla Russia. Per tutti questi motivi, nel 2014 un intervento militare russo sarebbe stato una passeggiata senza spargimenti di sangue.

Se nemmeno a queste condizioni è avvenuta un’azione militare da parte russa, se non nel caso circoscritto della Crimea, significa che non esisteva alcuna volontà politica del Cremlino di “conquistare l’Ucraina”, e che l’espansionismo russo è una minaccia immaginaria.

Un’invasione da parte russa oggi sarebbe invece un’impresa molto più difficile. La NATO rifornisce senza sosta l’esercito ucraino di armamenti, anche molto sofisticati e all’avanguardia. Da poco esso ha ricevuto i missili anti-carro americani Javelin, mentre la Turchia ha venduto una partita di sofisticati droni d’attacco Bayraktar, che hanno sfoggiato la propria efficacia nella recente guerra del Nagorno-Karabach, dove Turchia e Azerbaijan hanno ottenuto una decisiva vittoria sull’Armenia. Decisione, quella di vendere i droni all’Ucraina, che ha suscitato critiche persino all’interno dell’entourage di Erdogan.

La disciplina nell’esercito ucraino è sensibilmente migliorata rispetto al 2014, grazie anche agli squadroni neonazisti che fungono da polizia militare, terrorizzando i soldati di leva poco motivati a combattere.

Le bandiere della NATO e quella nazista sventolano insieme tra le file del Battaglione Azov.

Inoltre l’attuale governo ucraino è universalmente riconosciuto come legittimo, persino dalla Russia, che per bocca di Putin aveva riconosciuto la vittoria di Petro Poroshenko alle elezioni del maggio 2014, di fatto legittimando il governo ucraino post-Euromaidan. Una decisione che fu molto criticata in Russia, sia perché legittimava un governo russofobo e filo-NATO, sia perché privava la Russia del diritto di risolvere legittimamente il conflitto manu militari. Ma ciò fa anche capire che Putin ha sempre considerato la guerra come extrema ratio, confidando a oltranza nella diplomazia.

Riassumendo, se Putin avesse voluto invadere l’Ucraina, l’avrebbe fatto nel 2014. Risulta a dir poco inverosimile che una simile decisione sia stata presa adesso, con condizioni molto più sfavorevoli. È invece certo che l’Occidente, e in particolare l’amministrazione Biden, in deficit di prestigio dopo la fuga umiliante dall’Afghanistan, stia cercando di provocare un conflitto aizzando l’Ucraina contro la Russia. Del resto quello di risolvere i cali di consenso con una guerra è un trucco ben collaudato dalla scienza politica americana. Vista la sclerosi ideologica del regime di Kiev, e la sua completa soggezione alle direttive della Casa Bianca, ciò non è solo possibile ma addirittura probabile.

Chi sta sabotando gli accordi diplomatici?

È chiaro che a destabilizzare la situazione in Ucraina non è certo la Russia ma la NATO, che arma fino ai denti Kiev e la istiga a intraprendere azioni di forza, promettendo sia la sua inclusione nell’Alleanza atlantica che un sostegno militare diretto. Ciò si somma al perennemente ostile atteggiamento del Patto Atlantico nei confronti della Russia, che negli ultimi decenni ha costantemente aumentato il potenziale bellico in Europa dell’Est, e inglobato coercitivamente nell’Alleanza la maggior parte dei paesi balcanici.

La volontà da parte di Mosca di trovare un modus vivendi con i paesi della NATO è sempre stata esplicita, ed è stata ribadita negli scorsi giorni, con la presentazione da parte del Cremlino di un trattato di pace rivolto agli USA e alla NATO (vedi qui).

In esso sono tracciate chiaramente le linee rosse di Mosca: la NATO deve rinunciare ad espandersi in altri paesi dell’area post-sovietica. L’Occidente deve riconoscere l’esistenza della sfera di influenza russa, per evitare un’escalation irreparabile. La proposta russa è semplice: patti chiari e amicizia lunga. Un accordo scritto è fondamentale per far sì che non si ripeta la situazione dei tardi anni ’80, quando Gorbachev smantellò il Patto di Varsavia in cambio di promesse da marinaio e qualche pacca sulla spalla.

Un miliziano della Repubblica popolare di Donetsk monta la guardia di fronte alle mire espansionistiche occidentali.

Nel progetto di accordo tuttavia è espresso anche un principio fondamentale che la Russia ha sempre cercato di perseguire, con scarso o nessun riscontro da parte degli interlocutori occidentali: la sicurezza in Europa deve essere considerata un affare collettivo, e dunque affrontata collettivamente. Un approccio individualistico alla sicurezza crea solamente la logica della contrapposizione, e un ritorno a lacerazioni europee che si sperava di non dover più rivedere. Russia ed Unione Europea devono considerarsi abitanti di un unico spazio e collaborare per tenerlo sicuro.

L’intrinseca perversione dell’imperialismo atlantico ovviamente non permetterà ai paesi occidentali di accettare alcun accordo. L’Unione europea è disposta a compromettere persino il proprio approvvigionamento energetico pur di non rinunciare alla psicosi russofoba, figuriamoci se è disposta a collaborare in materia di sicurezza. Il governo tedesco appena insediato ha immediatamente frapposto nuovi ostacoli all’approvazione dell’utilizzo del nuovo gasdotto North Stream 2, provocando un esponenziale aumento dei già altissimi prezzi dell’energia. In molti paesi, Italia compresa, i mass-media stanno cercando di normalizzare l’idea di black-out. È probabile che il fenomeno interesserà molte regioni dell’UE nei prossimi mesi. La crisi energetica in corso, di per sé completamente artificiale, è la dimostrazione che a pagare il prezzo dei dogmi della setta atlantista sarà la popolazione europea.

Per quanto riguarda invece le linee rosse, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha già annunciato che non sarà la Russia a decidere se l’Ucraina può aderire al Patto Atlantico. Nemmeno il popolo ucraino, viene da aggiungere: non risulta infatti che ci siano state consultazioni popolari in Macedonia del Nord e Montenegro, gli ultimi due ingressi nell’Alleanza.

Il 21 dicembre il ministro della difesa russo Sergej Shojgu ha inoltre rivelato che nella regione di Donetsk operano oltre 120 mercenari americani, che stanno preparando delle provocazioni con l’uso di armi chimiche. La situazione ricorda molto quanto successo in Siria, dove i ribelli finanziati dall’Occidente lanciarono attacchi con armi chimiche, di cui venne però incolpato il governo di Bashar al-Assad. Nel caso del Donbass sappiamo già chi sarà additato come colpevole.

Di fronte all’espansionismo della NATO, Mosca e Pechino si avvicinano sempre di più.

L’isteria occidentale rafforza l’asse Mosca-Pechino

Tra le varie minacce rivolte a Mosca in caso di “aggressione all’Ucraina” è stata espressa l’intenzione di disconnettere la Russia dal sistema Swift, la piattaforma di pagamento usata per le transazioni internazionali. Si tratterebbe di una misura autolesionistica, perché priverebbe anche i paesi occidentali di un ingente giro d’affari con la Russia. Ma si è già visto come il paradigma russofobo renda l’Occidente ben disposto a fare sacrifici.

Ben più interessante è il fatto che la Russia, in collaborazione con la Cina, è intenzionata a sviluppare un sistema di pagamento internazionale parallelo a Swift. Ciò è stato annunciato da Putin e Xi Jinping in seguito a un colloquio telematico del 15 dicembre. La disconnessione della Russia da Swift insomma non farebbe altro che accelerare lo smantellamento dell’ordine economico americano. Putin e Xi Jinping hanno anche ribadito la necessità di allontanarsi dal dollaro come valuta di scambio internazionale. Il presidente russo ha inoltre annunciato la sua presenza ai giochi olimpici invernali di Pechino, condannando il boicottaggio diplomatico degli Stati Uniti e di alcuni paesi del Commonwealth. La costruzione del mondo multipolare procede per la sua strada.

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Nil Malyguine

Nil Malyguine, classe 1997, è studente in storia all'Università di Padova. Si occupa in particolare di storia della Russia e dell'Unione Sovietica. Dal 2020 milita nella Gioventù Comunista Svizzera.