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Elezioni in Turchia: vince il progetto “neo-ottomano” di Erdogan

Impressionante débâcle della sinistra di classe e anti-imperialista turca e trionfo del progetto berlusconiano del premier Erdogan che viene riconfermato al governo del Paese. E’ questo l’esito di primo acchito delle elezioni politiche svoltesi domenica in Turchia.

Un integralismo islamico che piace all’Occidente

Il Partito islamista AKP di Erdogan sale al 50% netto aumentando del 3% rispetto al 2007. Il suo progetto politico è di stampo sostanzialmente liberista. La sua linea strategica filo-europeista e filo-americana, anche se in TV fa finta di litigare con Israele e firma accordi con l’Iran per sembrare indipendente da Washington. La realtà è un’altra: ci troviamo di fronte a un sottile populismo di stampo berlusconiano che gode del sostegno dei ceti bassi oltre che dei nuovi ricchi (la cosiddetta “borghesia compradora” per usare una terminologia marxista). L’AKP gestisce ampia parte dei media sia pubblici che privati ed è controllato dalla setta islamista  con sede negli USA diretta dal magnate Fetullah Gülen (che controlla innumerevoli scuole private che formano l’élite del paese e numerose istituzioni statali). Secondo Mehmet Bedri Gültekin, vicepresidente del Partito dei Lavoratori (IP) – che addirittura paragona la crescita dell’AKP all’evoluzione vista con il Partito Nazionalsocialista di Hitler negli anni ’30 – siamo di fronte a una tattica tendenzialmente totalitaria e “neo-ottomana” per quanto ancora inserita nelle regole della democrazia formale di stampo liberale. Analizzando la situazione turca vediamo da parte della setta di Fetullah Gülen una similitudine con il modello di egemonia subdola dei posti chiave del potere economico, istituzionale e culturale che in Europa conosciamo attraverso i metodi di “Comunione & Liberazione”.

I post-fascisti non convincono l’elettorato patriottico

I nazionalisti post-fascisti del MHP perdono 15 seggi e si attestano al 13%, di poco sopra al quorum per entrare in parlamento (che è del 10%). Una volta legati al gruppo terrorista di estrema destra dei Lupi Grigi, oggi il MHP cerca di abbandonare quel passato per porsi come partito nazionalista borghese in opposizione ai nuovo ricchi rappresentati dall’AKP. Fallisce nei suoi intenti anche perché coinvolto in scandali sessuali attraverso suoi dirigenti. L’unica provincia che controlla totalmente è Igdir, nell’estremo Est del Paese a maggioranza aramaica e curda (risultato interessante perché dove vivono le minoranze etniche, queste votano gli ultra-nazionalisti turchi, a dimostrazione che il concetto di “autodeterminazione” dei popoli in Turchia merita spesso approfondimenti che in Europa sono spesso sottovalutati).

La sinistra in crisi

Comizio del CHP

Il Partito Repubblicano del Popolo (CHP), sezione turca dell’Internazionale Socialista, principale partito di opposizione, si attesta al 26%. L’aver rifiutato di costruire alleanze con le altre forze di sinistra è una grave responsabilità per il neo-segretario Kemal Kiliçdaroglu, che si è fatto ritrarre a stringere la mano a Erdogan e a lodare il “New Labour” di Tony Blair. Il nuovo corso del CHP non è più a sinistra sembra di capire. Le sole province in cui riesce a vincere sono nella regione europea di Istanbul e sulla costa del mar Egeo (Izmir, Mugla e Aydin), roccaforti della Turchia moderna, laica e progressista. Sorprendentemente vince però anche a Tunceli, regione a maggioranza curda dove vi sono state anche sanguinose scene di guerriglia separatista del PKK e l’esercito.

Il Partito Comunista di Turchia (TKP), dal canto suo, perde ben 20’000 voti e dallo 0,23% scende allo 0,14% e attesta la sua presenza nelle regioni agrarie del sud-est del paese e nelle città sull’Egeo nei settori intellettuali.

Il leader del Partito dei Lavoratori (IP)

Il Partito dei Lavoratori (IP), post-maoista, con una forza di oltre 100’000 voti nel 2007 (circa 0,3%), aveva promosso un Fronte Unito Antimperialista (chiamato “Cumhuriyet Güçbirligi“, in italiano: “Forza repubblicana”) con un programma patriottico, anti-imperialista e laico: sostanzialmente le priorità erano l’opposizione all’UE e la rinazionalizzazione delle industrie svendute al capitale estero da Erdogan. Un fronte ampio, questo, cui avevano aderito ex-militari esonerati per le loro posizioni critiche verso la NATO, sindacalisti, giornalisti d’inchiesta, ecc. per un programma di “Milli Hükümet”, ossia di governo di unità nazionale inserito nella strategia tipicamente maoista della “Rivoluzione di Nuova Democrazia”. I suoi candidati, tutti presentatisi quali indipendenti per evitare il quorum del 10%, restano comunque esclusi dal parlamento, in alcuni casi per pochi voti di scarto.

I separatisti si consolidano in parlamento

Tutti i candidati indipendenti eletti sono esponenti del partito autonomista curdo BDP (braccio legale dell’organizzazione armata PKK) che favorisce ipotesi se non di secessione, perlomeno di federalismo spinto del Paese. Esattamente quanto previsto nel 2005 dal Pentagono nella sua pianificazione di un Nuovo Medio Oriente favorevole ai piani geopolitici di Washington che teme l’influenza che potrebbe avere una Turchia economicamente indipendente nell’area e che sta spingendo affinché i militari turchi che hanno avuto contatti stabili con la Cina e la Russia siano allontanati dai posti di comando. I candidati del BDP godevano dell’aiuto politico dell’ÖDP, il partito della sinistra liberal (con influenze trozkiste) membro della “Sinistra Europea” e affine al progetto di “Syriza” nella vicina Grecia e del “Bloco” in Portogallo. Il Partito Laburista (EMEP), organizzazione operaista legata alla tradizione “enverista” (cioè seguaci dell’ex-leader albanese Enver Hoxha) riesce ad eleggere come deputato indipendente il proprio dirigente Levent Tüzel, ma ciò solo grazie all’alleanza con i separatisti curdi.

Quale futuro?

La sinistra di classe e anti-imperialista turca esce di nuovo con le ossa rotte dalle urne. I numerosi prigionieri politici nelle carceri di Erdogan, come il presidente del Partito dei Lavoratori Dogu Perinçek, in attesa di giudizio da due anni (con l’Unione Europea che tace), restano in cella. Le posizione filo-imperialiste crescono: sia quelle borghesi (AKP) sia quelle della “sinistra” europeista composta da ÖDP, EMEP e separatisti curdi. Il rischio di una guerra civile non si può escludere in quanto l’esercito e le forze patriottiche di diversa estrazione, dai fascisti ai comunisti passando dai kemalisti, non potranno mai accettare il venir meno dell’unità nazionale e del centralismo erede della Rivoluzione del 1923. La sinistra anti-imperiaista potrà risollevarsi solo trovando sinergie contro la fascistizzazione del progetto eversivo di Erdogan e contro le ingerenze esterne euro-americane, favorendo l’unità fra  TKP e IP nell’azione quotidiana e nella creazione di un fronte elettorale con i kemalisti di sinistra se questi riusciranno a riprendere il controllo del CHP.

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