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I giovani nordcoreani influenzati dal liberalismo? A prevalere è l’autocritica

A metà aprile, i media nordcoreani hanno pubblicato una lettera scritta dal leader del Paese, Kim Jong Un, che lanciava l’allarme sul diffondersi di influenze culturali occidentali nella Repubblica Popolare Democratica di Corea e chiedeva quindi di prestare attenzione alle “sgradevoli” tendenze “individualiste” e “anti-socialiste” fra le nuove generazioni. Queste ultime si distinguono dai loro coetanei dei paesi capitalistici – spiegava Kim – perché il liberalismo induce gli adolescenti a ricercare “solo obiettivi personali ed edonistici”, venendo meno i principi di altruismo e solidarietà. La lettera arrivava dopo che, già a inizio anno, la Lega della Gioventù Kimilsunghista-Kimjongilista – l’organizzazione giovanile del Partito del Lavoro di Corea – era stata criticata per un modo burocratico e poco efficace di agire fra i giovanissimi.

Toni autocritici e insistenza sulla lotta al burocratismo

Nel frattempo, dal 27 al 29 aprile 2021, si è tenuto il 10° Congresso dell’organizzazione presso il Ryugyong Jong Ju Yong Indoor Stadium di Pyongyang e una delle priorità dell’assise è stato proprio il rinnovamento del lavoro ideologico, in funzione di evitare che emergano orientamenti culturali neoliberali fra i giovani accompagnati da forme di privilegio e di corruzione fra i funzionari. All’apertura della tre giorni congressuale i delegati hanno ascoltato la relazione di Pak Chol Min, presidente uscente dell’organizzazione: il discorso era caratterizzato dall’ammissione autocritica di alcuni errori soprattutto nel rapporto con la base e nel radicamento territoriale. Pak ha enfatizzato in particolare il fatto che l’obiettivo delle nuove generazioni debba essere quello di continuare sulla via rivoluzionaria e di costruire il “socialismo alla coreana”, un impegno fatto proprio anche da Mun Chol, che lo sostituirà alla testa della Lega.

Un dibattito di fondo sulla direzione intrapresa dal paese

Non è la prima volta negli ultimi tempi che la società nordcoreana, spesso descritta in Occidente come una stagnante dittatura priva del benché minimo forma di contraddittorio, è al contrario attraversata da un dibattito importante. Un dibattito che riguarda sia gli orientamenti di fondo dello sviluppo economico (ad esempio sull’opportunità di seguire o meno una via “cinese” con più o meno drastiche aperture al mercato) e su quello politico-ideologico (con l’insistenza di una dottrina “kimilsunghista-kimjonghilista” che superasse in via definitiva il “classico” marxismo-leninismo per adottare un sistema di valori più peculiare alla realtà nazionale). Ultimamente quanto si nota leggendo fra le righe dei documenti diramati pubblicamente dal Partito del Lavoro è in realtà qualcosa di diverso: per quanto velate, non si lesinano infatti critiche agli alti funzionari dello Stato e del Partito e si fa spesso riferimento al rischio delle tendenze liberali e aziendalistiche che sembra siano emerse. In effetti dal 2016 come avevamo spiegato in un nostro precedente articolo (leggi) è stato attivato il “Socialist Corporate Responsible Management System”, un nucleo di misure che concedono alle singole unità economiche una maggiore libertà di gestione della produzione, indebolendo forse l’efficacia della pianificazione centralizzata e aprendo le maglie a situazioni di potenziale corruzione dei manager. Inoltre, come avevamo detto a fine 2020 (leggi), il parlamento di Pyongyang aveva pure adottato una nuova legge che poneva maggiori vincoli alle imprese semi-private operanti con l’estero così da evitare forme di economia sommersa.

Rimettere il socialismo al centro

E oltre all’autocritica, il Congresso ha inaspettatamente persino cambiato il nome: da Lega della Gioventù Kimilsungista-Kimjonghilista a Lega della Gioventù Patriottica Socialista, in sigla SPYL. I cambiamenti nel nome non sono casuali nella tradizione comunista e non sono certo da leggersi come volontà di rinnovare l’immagine come potrebbe capitare nelle associazioni in regime capitalista. Fino al 1964 i giovani nordcoreani erano ad esempio organizzati nella Lega della Gioventù Democratica di Corea, dove “democratica” sta a significarne gli obiettivi principalmente anti-fascisti e anti-imperialisti e non ancora comunisti. Fino al 1996 l’organizzazione si chiamò invece Lega della Gioventù Operaia Socialista, a rimarcare lo stadio successivo della rivoluzione coreana, quello cioè, appunto, di edificare il socialismo. Nel 2015 ogni riferimento al socialismo venne abbandonato per assumere nel nome il “Kimilsunghismo-Kimjonghilismo” insistendo nel mostrare che il paese volesse superare gli schemi precedenti. Ora, però, coerentemente con i segnali che avevamo anticipato, sembra si torni indietro a insistere sul concetto di “socialismo” e sul valore del “patriottismo” (inteso come difesa della sovranità nazionale rispetto ai modelli imperialistici in ambito economico ma anche in quello culturale), in concomitanza anche con la tendenza dei media nordcoreani a contestare il fatto che singole aziende non rispettassero appieno le norme socialiste preoccupandosi invece dei propri interessi commerciali.

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