“Sofagate” fra Erdogan e Von Der Leyen: un paio di osservazioni del prof. Andrea Zhok

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Riassumendo: In data 6 aprile 2021 ad Ankara, nel contesto di un incontro diplomatico al massimo livello tra UE e Turchia, Ursula von der Leyen, presidentessa della Commissione Europea, viene fatta sedere su di un sofà, in una locazione distante dal presidente del Consiglio UE Charles Michel e dal presidente turco Erdogan. Simmetricamente, sul sofà di fronte alla von der Leyen si trova il ministro degli esteri turco. La von der Leyen manifesta stupore per questa collocazione. Come interpretare questo evento?

Il maschilismo di Erdogan?

Partiamo dalla chiave di lettura pressoché universalmente utilizzata come chiave principale sui media italiani (e non solo), ovvero che sia espressione del sessismo/maschilismo di Erdogan. Ora, è noto che in Turchia, paese che ha visto un avvicendamento delle vecchie maggioranze laiche, legate ai militari, con governi di matrice islamista, è in corso da tempo una battaglia, politica e culturale, tra una componente della società fortemente occidentalizzata, prevalentemente urbana, ed un entroterra islamico e tradizionalista. Secondo i parametri culturali occidentali (condivisi da parte della società turca) la visione del mondo del tradizionalismo islamico è ‘maschilista’. Anzi è praticamente l’archetipo del ‘maschilismo’. Chi, come lo scrivente, condivide la cornice culturale non ha nessuna difficoltà a stigmatizzare quella visione del mondo e a giudicarla appunto ‘maschilista’. Però, a questo livello, diciamo culturale-antropologico, la domanda che ci dovremmo fare non è: “Perché lui non è come me, che sono così culturalmente esemplare?”, ma “Chi ha titolo per correggere le cornici culturali altrui?” Già, perché allo stesso modo qualche intellettuale islamico potrebbe mettersi, mattina e sera, a farci prediche intorno al fatto che siamo una società senza dio, impietosa verso i ‘perdenti’, con una gioventù disorientata, famiglie allo sbando, senza rispetto per gli anziani, con gente che si venderebbe la nonna per un telefonino, ecc. ecc. E rispetto a queste critiche – che molti di noi non farebbero difficoltà ad accogliere – gli dovremmo comunque rispondere che, sì, grazie, sono problemi di cui proviamo a prenderci cura noi, con i nostri mezzi e le nostre leggi, e che si preoccupasse dei problemi suoi. Ecco, cominciare a liberarsi dell’atavico senso di superiorità da “fardello dell’uomo bianco”, che ci mette nella posizione di fare cazziatoni morali a tutto il mondo, questo sarebbe un primo segno di maturazione.

Il protocollo diplomatico?

Ora però, dobbiamo fare un passo indietro. Stiamo parlando di un incontro diplomatico, cioè qualcosa di accuratamente preparato da persone che trattano queste cose da sempre. Dunque pensare che alla matrice del gesto ci sia semplicemente la “forma mentis” maschilista di Erdogan è ovviamente stupido. Gli apparati che organizzano questi incontri conoscono perfettamente gli interlocutori e le loro aspettative. Il modo in cui si trattano gli altri in un incontro diplomatico non è mai espressione di una semplice ‘disposizione culturale istintiva’. Non è che quando viene a visitarci il re Salman dell’Arabia Saudita noi ci rifiutiamo di ospitare le sue mogli perché da noi la poligamia è un reato. Possiamo disapprovarlo interiormente, ma diplomaticamente verrà trattato secondo un protocollo che viene incontro alle aspettative culturali altrui. Se ciò non accade, è perché si è voluto mandare un segnale politico. Se il protocollo concordato è stato violato, siamo di fronte ad un gesto pubblico, simbolico, plateale e premeditato. Dunque la questione che avrebbe dovuto animare il dibattito politico italiano non è il “sessismo di Erdogan” che è una lettura dei fatti da terza media, ma l’eventuale senso politico dell’atto. E qui le domande avrebbero potuto essere: siamo solo davanti a un gesto intento a compiacere il fronte interno conservatore in Turchia? O si tratta di un attacco personale per le critiche venute dalla von der Leyen a Erdogan qualche settimana fa? O si tratta di un modo per conferire priorità alla rappresentanza degli Stati (Michel) rispetto a quella della Commissione (von der Leyen)? O magari si tratta di un gesto di disprezzo con cui Erdogan vuol far vedere a tutti che all’Ue si può far subire qualunque cosa, perché tanto questi fanno i predicozzi morali all’universo mondo e poi vengono a trattare col cappello in mano perché gli si tenga i migranti lontani da casa (non sia mai che le anime belle progressiste debbano vedere i problemi in faccia, o addirittura nelle proprie zone residenziali). Queste e altre sarebbero questioni di livello politicamente rilevante da discutere. Questioni imbarazzanti, ma politicamente rilevanti. Non vivaddio il sessismo di Erdogan, come se fossimo chiamati a correggere un ragazzotto maleducato.

Una montatura mediatica?

C’è infine una terza opzione, che mi sono rifiutato di prendere in considerazione fino all’ultimo perché, pur avendo le peggio aspettative nei confronti della manipolazione mediatica, pensavo che avesse dei limiti. Stando all’ultimo scambio di spiegazioni ufficiali, la Turchia insiste a dire che quello era esattamente il protocollo convenuto. Da parte europea non è arrivata nessuna smentita, ma semplicemente la generale raccomandazione che “Non deve succedere più” (rivolta a chi? al proprio corpo diplomatico?). Ecco, se le cose stanno davvero così, l’intera storia è semplicemente una clamorosa montatura mediatica, fatta per aderire all’unico canone interpretativo rimasto in piedi in Occidente, ovvero la ‘naturalizzazione’ e ‘privatizzazione’ della sfera politica, dove tutte le questioni sembrano ridotte a turbe adolescenziali (concentrate su sesso, età, razza, bullismo, ecc.), dove esiste solo sovrastruttura e nessuna struttura (come conviene ad adolescenti che non lavorano per vivere, ma hanno l’unico problema di confrontarsi con le opinioni dei genitori). La politica ridotta a ossessione pubescente (“Mi guarda?” “Non mi guarda?” “Perché mi guarda?” “Mi rispetta?” “Mi disprezza?”, ecc. ecc.).

Insomma si è passati da “Il personale è politico” a “Tutta la politica è una paturnia personale”. Se il livello di accecamento non fosse tragico, sarebbe ridicolo.

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Andrea Zhok, classe 1967, è professore associato di antropologia filosofica e filosofia morale presso Università degli Studi di Milano. Fra gli altri libri è autore di "Critica della ragione liberale" (Meltemi 2020).