Francesco con gli sciiti contro le ingerenze straniere in Iraq e in ogni altra nazione

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Francesco è in Iraq a Ur, nella terra di Abramo/Avraam/Ibrahim, primo patriarca e figura comune a tutti i monoteismi euro-mediterranei, è a Bagdad, ad incontrare le autorità politiche, a Mosul, nella terra in cui per secoli ha riposato il profeta Giona/Iona/Yunus, altra figura comune tanto ai cristiani, quanto a ebrei e musulmani, venerata per secoli in una moschea distrutta dagli integralisti dell’ISIS nel 2014. I terroristi hanno ucciso e messo in fuga i cristiani dei riti orientali, tanto ortodossi, quanto cattolici, quindi questa visita è stata anche un modo per riannodare il dialogo con i cristiani mediorientali e riaffermarne il ruolo nel tessuto sociale di tutta la regione, dai caldei ai siro – cattolici, dagli armeni ai siro-giacobiti, dai greco-melchiti ai latini.

Proprio contro il terrorismo e i suoi finanziatori, che spesso si trovano  in qualche modo inaspettatamente a Washington o in Arabia Saudita, il papa argentino ha voluto riaffermare la sintonia con la comunità sciita e la sua guida, il novantunenne grande Ayatollah Sayyid Ali Al-Husaymi Al-Sistani, la più rilevante autorità dello sciismo iracheno, nato a Mashad in Iran, ma da settant’anni trasferitosi a Najaf, all’ombra della moschea in cui riposa Ali padre dello sciismo e sposo di Fatma, figlia di Muhammad, in una tomba che è prossima a quelle di Adam, per gli sciiti  primo profeta, e di sua moglie Eva, nonché di Nuh, ovvero Noè.

Il ruolo politico di Al Sistani, ancorché da lui mai reclamato, è rilevante e discende da una duplice realtà, da un lato la strutturazione con un clero organizzato che distingue gli sciiti dai sunniti, contribuendo ad evitare derive integraliste, dall’altro perché dal 2003 si è ritrovato, finita l’epoca di Saddam Hussein, a dover esercitare anche un ruolo di orientamento per una nazione, l’Iraq, in cui i due terzi della popolazione sono sciiti, ovvero secondi per numero solo agli iraniani. Al Sistani ha assolto in particolare negli ultimi anni a due compiti imprevisti ma decisivi, da un lato il coordinamento, non solo spirituale di tutte le forze organizzatesi contro l’ISIS e contro gli altri gruppi terroristici, per la liberazione tanto dell’Iraq, quanto della Siria, dall’altro promuovere la convergenza in una lista unitaria, dei seguaci della guida sciita Muqtada al-Sadr e del Partito Comunista Iracheno che, in una alleanza solida quanto innovativa, hanno messo nell’angolo tutte le ingerenze imperialiste nella politica irachena, benché queste attraverso gruppi curdi e sunniti non manchino di far sentire il loro peso.

Nel messaggio unitario scaturito dall’incontro tra Francesco e il grande ayatollah Al Sistani la richiesta di pace per l’umanità acquista quindi un valore chiaramente esplicito ed orientato ad un netto rifiuto di ingerenze straniere nelle vicende di tutte le nazioni del mondo, non solo del Medioriente, un messaggio che certo darà fastidio ai promotori del separatismo etnico, dell’ingerenza fintamente umanitaria e dell’esportazione della democrazia. Un viaggio dunque quello di Francesco il cui rilievo politico oltrepassa di molto quello pur considerevole di natura religiosa.

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