Contro le liberalizzazioni selvagge

in Editoriali/Opinione/Ticino e Svizzera di
Verso la fine degli anni ’90 vi è stato il fenomeno di trasformazione di alcune regie federali in società per azioni. Nel 1998 le PTT vengono divise in Swisscom e Posta. Tre anni dopo, nel 2001, gli uffici postali passano da 3500 a 2500; nel 2016 sono soltanto 1’300. La chiusura degli uffici postali e i massicci licenziamenti sono solo alcune delle conseguenze di un servizio che dice di voler essere più “competitivo”, ma che si muove controcorrente rispetto agli interessi dei cittadini. Lo stesso percorso lo hanno seguito le FFS a partire dal 1999. Le conseguenze le possiamo constatare quotidianamente nel crollo esponenziale della qualità del servizio dei trasporti, che va di pari passo con un aumento dei prezzi dei biglietti. Per invertire questa tendenza, non servono cerotti, ma agire sul problema di fondo.
Come Partito Comunista abbiamo sempre sostenuto la necessità di evitare le liberalizzazioni. A partire dal referendum del 1997 (lanciato senza purtroppo il sostegno della socialdemocrazia), fino alla campagna dell’anno scorso per la nazionalizzazione della Posta, per la quale abbiamo depositato un’iniziativa cantonale per chiedere a Berna il ripristino della regia federale.
Il controllo pubblico dei settori strategici dell’economia nazionale, come quelli della comunicazione e dei trasporti, è pure utile per contrastare fenomeni quali precariato e dumping salariale. Parole d’ordine quali “concorrenzialità” e “redditività” devono essere sostitute da “salario minimo” e “interessi dei lavoratori” (ma anche dei consumatori). In Ticino, ancor più che negli altri cantoni, la situazione nel mondo del lavoro è critica: secondo statistiche cantonali del 2017 vi sono 17’000 sottoccupati, 14’000 lavoratori a tempo determinato e 11’500 interinali.
La situazione del lavoro a livello federale è poi influenzata anche dal contesto internazionale. La Svizzera deve svincolarsi dalla dipendenza da questa UE legata agli interessi finanziari, ma non quelli dei salariati, che sono largamente dimenticati nella legislazione europea: ecco perché credo sia necessario rigettare l’accordo quadro con l’UE.

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Angelica Forni, classe 1998, studia diritto e storia alla facoltà di Relazioni Internazionali dell’Università di Ginevra. È un membro di coordinamento della Gioventù Comunista Svizzera (GC).