Hong Kong: i separatisti non avranno successo!

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Deng Xiao Ping, tra i vari successi che può vantare nel rilancio del socialismo cinese, ha anche quello del ritorno alla madrepatria delle colonie di Macao e Hong Kong. Per quest’ultima l’accordo con gli inglesi prevede mezzo secolo di transizione dal 1997 al 2047 per l’armonizzazione dei sistemi legislativo ed economico di Hong Kong a quello cinese.

Un lungo percorso in cui l’ingerenza straniera tuttavia è impressionante. Cheng Yuet-ngo, capo dell’esecutivo e meglio conosciuta in Occidente come Carrie Lam, ha deciso di velocizzare l’approvazione della legge sull’estradizione, raccogliendo l’appello della famiglia di una ragazza cinese uccisa a Taiwan e il cui probabile omicida si nasconde a Hong Kong, come molti cinesi accusati per corruzione e riciclaggio. È evidente che tali persone debbano essere trasferite presso le città in cui dovranno essere processati, tuttavia la difesa di tali criminali è diventata una scusa, credibile solo agli occhi dei media occidentali, per mettere sotto attacco la Cina.

I manifestanti hanno preso d’assalto il complesso del Consiglio Legislativo il 1 luglio sventolando la bandiera coloniale, hanno imbrattato e distrutto i simboli nazionali, strappato e vilipeso le bandiere cinesi, rifiutato la mediazione, sbagliata, ma accolta come segno di distensione dal governo di Pechino, di espungere per il momento i reati economici dalla possibilità di estradizione come richiesto dalla locale Camera di Commercio statunitense.

Eppure le proteste sempre più violente e aggressive sono continuate. Come i separatisti del movimento degli Ombrelli del 2014, che manifestavano non per il suffragio universale, come veniva detto, perché quello esiste, ma per cercare di imporre la partecipazione alle elezioni di liste separatiste, gli attuali rivoltosi hanno chiari riferimenti nelle amministrazioni statunitense e britannica, nonché nell’Unione Europa che si è espressa a loro favore.

Julie Eadeh, capo della divisione affari politici del consolato generale degli USA, ha incontrato alcuni manifestanti, anche se un vero gruppo dirigente del movimento non c’è perché con grande furbizia per nulla spontanea, resta anonimo, coordinandosi attraverso chat temporanee gestite da più provider. Inoltre i rivoltosi hanno dichiarato di voler portare la sommossa al confine con la megalopoli cinese Shenzhen, ovvero cercare di destabilizzare la Cina Popolare e ovviamente anche queste loro intenzioni sono scomparse dai nostri media.

Il governo cinese sa bene che la maggioranza dei cittadini di Hong Kong riconosce la sovranità nazionale cinese e rifiuta e respinge tali movimenti separatisti pianificati con il supporto occidentale, dunque tutto si risolverà, tuttavia chi ambisce a destabilizzare la Cina e Hong Kong non demorderà, saremo così costretti ad assistere inevitabilmente ad altre sommosse, anch’esse destinate al fallimento, ma volute dagli strateghi occidentali per mantenere un alto clima di fibrillazione dentro la Cina Popolare.