Le Nuove Officine FFS non danno garanzie

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Quando si parla del progetto delle Nuove Officine FFS, il primo elemento da sottolineare è la vaghezza per certi versi imbarazzante con cui sono stati preparati sia il Messaggio municipale di Bellinzona sia il Messaggio del Consiglio di Stato, i quali anzi sono in numerose loro parti letteralmente identici, realizzati con una molto discutibile tecnica del copia-incolla. In buona sostanza si deve accettare senza tanti argomenti un dato di fatto presentato come inevitabile, e cioè che gli spazi industriali attuali siano inadatti per la manutenzione dei treni di nuova generazione e che dunque spostare le Officine sia necessario. La Città e il Cantone verseranno oltre 100 milioni di franchi ad un’azienda che fa solo i propri interessi infischiandosene del mandato pubblico, senza peraltro sapere nulla su quello che questa nuova Officina sarà concretamente.

Vale la pena evidenziare le tempistiche molto corte con cui si è arrivati al voto prima in consiglio comunale e poi nel parlamento cantonale, a dimostrazione della frettolosità con cui si voleva chiudere il discorso al fine di non scontentare i vertici aziendali che hanno preso in giro le maestranze e la cittadinanza per un decennio: quando la politica si sottomette in questo modo all’economia, a soffrirne è la democrazia e i diritti popolari, oltre naturalmente ai diritti sociali dei salariati coinvolti. Per il corretto svolgersi del processo democratico, prima di fare pressione sui legislativi, in effetti occorreva attendere l’esito della votazione popolare sull’Iniziativa popolare lanciata dai lavoratori in lotta nel 2008 che a brevissimo si discuterà in Gran Consiglio e di cui il Partito Comunista auspica l’accoglimento, in quanto chiarisce e valorizza il ruolo strategico e pubblico delle Officine.

Il nuovo progetto approvato dal Gran Consiglio nella sessione di gennaio contiene invece troppe incognite: in generale non si conosce l’interesse di lungo periodo delle FFS in Ticino, e nel concreto non c’è certezza su posti e volumi di lavoro, così come sulla nuova occupazione del sedime lasciato libero a Bellinzona e sulla struttura del famigerato “Tecnopolo”. Come se non bastasse, la lavorazione dei carri merci, segmento industriale innovativo e di ricerca, non viene sostanzialmente considerata e la lavorazione delle sale avverrà solo “qualora ragionevole dal punto di vista economico”. E’ una citazione che già ci spiega che qui ben presto si rischia di razionalizzare a scapito dell’attività produttiva. La prospettiva di lungo termine del sedime industriale è data per di più solo se “sensata” economicamente e “sostenibile dal profilo aziendale”: non solo viene data carta bianca al management che voleva liquidare le Officine, ma lo Stato rinuncia di fatto a ogni tipo di intervento, e lo fa dietro promesse alquanto fumose che lasciano presagire il peggio.

Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista della Svizzera Italiana, dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.