50 anni fa il ritorno nella legalità dei comunisti tedeschi

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Nel dopoguerra la Germania è divisa: a ovest nella Repubblica federale tedesca (BRD) vige il capitalismo e ad est nella Repubblica democratica tedesca (DDR) si costruisce il socialismo. La propaganda vuole che in BRD vi fosse la democrazia e in DDR la dittatura. La storia è però molto più complessa: nel 1956 la democratica BRD vietò, infatti, le attività politiche del Partito Comunista di Germania, la storica KPD che fu di Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht ed Ernst Thälmann. Fu una decisione vergognosa, assurdamente in vigore ancora oggi, che fu presa da un tribunale in cui erano attivi giudici nazisti riabilitati dopo la guerra per combattere il “pericolo” comunista.

Una presenza legale dei comunisti nella BRD arrivò solamente una dozzina di anni dopo: nel 1968 infatti sulle ceneri della vecchia KPD nacque il Partito Comunista Tedesco (DKP). In occasione del 50° anniversario della fondazione della DKP la redazione del settimanale “Unsere Zeit” ha intervistato uno dei protagonisti dell’epoca, Peter Dürrbeck, la cui storia vogliamo qui presentare.

Figlio di una deputata regionale del KPD, Dürrbeck esitò fino all’ultimo ad aderire al Partito: la fortissima disciplina interna e la struttura collaterale quasi para-militare, infatti, non lo convincevano. Tuttavia il processo per chiudere il Partito lo indignò a tal punto da spingerlo a compiere il grande passo. Proprio nel momento di massima repressione e di accerchiamento contro i comunisti, egli aderì infatti alla struttura clandestina della KPD. Quest’ultima, benché “chiusa” per legge, non sciolse infatti le sue organizzazioni (cellule, sezioni e federazioni), ma operò nella segretezza per anni, forgiando militanti politici di spessore, alcuni dei quali tutt’ora attivi per la causa socialista. Dürrbeck militava apertamente nelle associazioni ecologiste e pacifiste legali benché collaterali al Partito, mentre doveva agire con maggiore circospezione nel sindacato, i cui vertici erano anti-comunisti e piegati al governo.

Il lavoro clandestino non fu prerogativa tedesca. Anche se pochi lo ricordano fra il 1940 e il 1944 fu una situazione che conobbero anche i comunisti svizzeri e ancora negli anni ’60 e ’70 i militanti enveristi del Partito Comunista Svizzero/Marxista-Leninista imponevano a se stessi una struttura segreta e la tolleranza zero verso ogni personalismo ed edonismo (caratteristiche oggi molto in voga fra certi volti rampanti della sinistra locale).

Nella KPD illegale si lavorava duro e senza ricevere meriti, principalmente contro la corsa agli armamenti e contro le tendenze militariste nell’esercito tedesco che, dopo l’esperienza nazista e la pacificazione con gli occupanti americani, si stava riorganizzando sul piano di massa reintroducendo ad esempio la leva obbligatoria e collocandosi all’interno della NATO.

L’attività clandestina di Dürrbeck venne però ben presto scoperta della polizia politica della Germania federale: neanche nella democrazia liberale, infatti, i dissidenti vivevano facilmente. Dürrbeck fu condannato a un anno di carcere solo per professarsi comunista e per essere iscritto a un partito, la KPD appunto, che fu fra le prime vittime della dittatura hitleriana. Decine e decine di militanti della KPD finirono incarcerati negli anni ’60 e per loro non vi furono campagne di solidarietà: le associazioni per i diritti umani, i sindacati e i socialisti stettero zitti. Solo i cittadini della tanto vituperata DDR protestarono per chiedere il rilascio dei compagni dell’Ovest.

Il periodo in carcere non era facile: cellule di prigionieri erano impossibili da creare perché i detenuti politici non potevano avere contatti con gli altri galeotti. Uscito dal carcere Dürrbeck fu costantemente sotto controllo della polizia politica tedesca: una situazione che metteva in pericolo anche i compagni che agivano ancora in segretezza e che quindi obbligò Dürrbeck a rinunciare al suo lavoro nel Partito.

9° Congresso del DKP nel 1989 (Photo by Klaus Rose)

La riscossa inizia il 5 maggio 1968, inizialmente con la nascita della Gioventù Socialista Operaia Tedesca (SDAJ) e con i preparativi per fondare – alla luce del sole – un nuovo partito comunista. Il dibattito è però forte: molti compagni non vogliono cedere. Creare un nuovo partito legale significa accettare la fine della KPD e rinunciare alla lotta per la sua riabilitazione. La maggioranza pragmatica ha però il sopravvento anche perché Herbert Mies, storica figura del movimento operaio tedesco, venne arrestato appena propose pubblicamente una riforma dell’impianto programmatico della KPD. Non c’era insomma scampo, appena si parlava di KPD si finiva in prigione!

Il 1° Congresso del nuovo partito, battezzato con la nuova sigla DKP, avvenne nel 1969 con 997 delegati, di cui 587 operai. La struttura clandestina della KPD non verrà però subito smantellata, per sicurezza (non sia mai che la repressione colpisca anche il nuovo partito) ma anche in attesa che altri compagni, che erano ancora in clandestinità, riemergessero passando alla nuova formazione legale, che riconobbe poi Max Reinmann, leader della KPD, come presidente onorario della DKP.

Il nuovo partito – racconta sempre Peter Dürrbeck – nasce “dall’alto verso il basso” come insegnava Lenin, senza seguire le mode libertarie con il culto della base, che già allora dilagavano a sinistra. E in effetti la DKP con la sua struttura d’avanguardia c’è ancora, gli altri movimenti della cosiddetta “nuova sinistra” sono semplicemente spariti nel corso degli anni.

La stampa borghese e socialdemocratica naturalmente non perse tempo e attaccò duramente la DKP accusandola fin da subito di dogmatismo. Per confondere la base di sinistra, soprattutto quella giovanile, i media adottarono una nuova tattica e cioè quella di dar spazio ai gruppi marginali di estrema sinistra che ebbero infatti carta bianca per attaccare il Partito Comunista come “non sufficientemente rivoluzionario” e come “revisionista”. Una storia che si ripete anche alle nostre latitudini quando i media pubblici e privati creano fenomeni mediatici fra i gruppuscoli dell’estrema sinistra per impedire l’emergere di partiti marxisti seri.

Dopo 50 anni la DKP esiste ancora: pubblica un settimanale ed è molto attiva nel movimento per la pace e nei sindacati. Debole elettoralmente, conta comunque una decina di consiglieri comunali e ogni due anni organizza una festa popolare con dibattiti di ampio spessore e a cui partecipano circa 40mila persone. Sul territorio dell’ex-DDR, poco prima dell’annessione, nel 1990 rinacque invece una nuova KPD ancora oggi attivi soprattutto nei Länder orientali.