Poche emozioni a Locarno 2018

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Come Fernando Pessoa ha salvato il Portogallo” del francese Eugène Green è divertente ed esilarante, racconta come l’assalto della Coca – Cola, nel film Coca – Loca per non avere problemi con la multinazionale, sia stata bloccato dal governo fascista portoghese alla fine degli anni ’20, dopo Pessoa ne aveva ideato la campagna pubblicitaria “Prima ti sorprendo e poi ti possiedo”, esorcisti, ministri, funzionari zelanti, associazioni integraliste cattoliche, tutti contro la bevanda drogata, tanto che il sornione Pessoa se la ride e alla fine, guardando il Tejo che abbraccia l’oceano, constata come abbia salvato per qualche decennio il suo paese dalla pessima bevanda.

L’assenza del divino e la violenza dell’umano è trasmessa fotogramma dopo fotogramma con sapiente ricostruzione storica, particolarmente potenti le maschere apotropaiche della tradizione furlana come richiamo antropico della coscienza, questo e molto altro è “Menocchio” di Alberto Fasulo, capace di restituire per intero il dramma di un’epoca, quella successiva al Concilio di Trento, in cui il dogmatismo si imponeva con il fuoco dei roghi e con le torture contro i nemici della fede, ovvero del potere costituito. Domenico Scandella, mugnaio friulano, osserva la natura, ama il prossimo e crede possibile la vittoria del bene, ma verrà travolto e condannato negli stessi giorni in cui Giordano Bruno, in Campo dei Fiori a Roma, subirà la sua stessa fine, il cardinale Roberto Bellarmino e l’Inquisizione garantiscono che nelle terre cattoliche i ricchi possa prevaricare e violentare i poveri, umiliati e segnati dal silenzio di sguardi spauriti, mentre la calma certezza degli oppressori è protesa a sradicare, imporre, trionfare.

Çağla Zencirci, una regista turca che vive a Parigi, insieme al regista Guillaume Giovanetti, ha presentato “Sibel”, una pellicola che ha dietro la buona fattura e l’altrettanto pregevole recitazione un’idea chiara, mostrare che i turchi, uomini, donne, tutti senza distinzione, sono persone retrive, chiuse e cattive, un pregiudizio negativo tanto dilagante da risultare imbarazzante. “Tarde para morir joven” è una storia intimistica e introversa, inutile e noiosa, tanto che la regista cilena Dominga Sotomayor, che i fatti narrati li ha vissuti nel 1990 da protagonista, ha cercato di stemperare l’insostenibilità dell’opera con la bellezza della ventenne Demian Hernández. “L’Apollo di Gaza” di Nicolas Wadimoff, al di là della statua bronzea ritrovata sulle rive palestinesi, è interessante perché racconta e mostra Gaza nella sua quotidianità, fatta di chiese e di moschee, di musei, di biblioteche, di case, di negozi e di vie trafficate, ben altro rispetto ai ruderi fumanti, tragicamente reali per le aggressioni israeliane, ma parte occasionale e non permanente della vita di due milioni di persone che lì vivono strette tra il mare e l’esercito di Tel Aviv.

Radu Muntean dopo il potente e incisivo “Il martedì dopo natale”, ci regala “Alice T.” con il quale ci racconta in quasi due ore troppo lunghe che le ragazze e i ragazzi occidentali d’oggi, tra cui purtroppo per loro son finiti pure i giovani rumeni, vivono privi di valori e in totale assenza di comunicazione con gli adulti. In “Likemeback” Leonardo Guerra Serragnoli denuncia il cyberbullismo, mostrandone anche l’involontaria e incompresa violenza attraverso tre ragazze in vacanza in barca in Croazia, a ciò si aggiunge l’assenza di libri e di qualsiasi pensiero che scardini l’ovvia superficiale banalità, segno che il livello culturale dell’Occidente è sempre più basso e la vittoria del consumismo travolge ogni forma di cittadinanza.

Jeannette, l’infanzia di Giovanna d’Arco” di Bruno Dumont è invece una pellicola riuscita nella sua contaminazione tra potenza della fede, bellezza delle immagini e musica metal del compositore Igorrr, con un ragazzina, Lise Leplat Prudhomme, capace di restituire tutta la follia incantevole del misticismo visionario, quello capace di cambiare il mondo. “Vive la morte” opera prima di Francis Reusser, iniziata nel 1967 e ultimata per la prima Quinzaine des Réalisateurs di Cannes nel 1969, racconta sogni e contraddizioni, problemi e speranze della Svizzera di mezzo secolo fa attraverso il viaggio di due ragazzi tra lavoratori immigrati italiani, comunisti ginevrini, borghesia autoreferenziale e un Che Guevara solitario sulle rive del lago di Neuchâtel, un film capace di narrare con divertita ironia una nazione e un’epoca.

Importanti proiezioni allo spazio Pan di Muralto, nuova sede dell’ISPEC, “La condizione umana” di Emanuel Pimenta interpreta attraverso la videoarte il romanzo di André Malraux, “China88” di Phill Niblock mostra la Cina del 1988, dopo un decennio di riforme del grande Deng Xiao Ping, nelle campagne come nelle piccole fabbriche il lavoro non è ancora automatizzato e viene condotto con strumenti rudimentali, se si pensa ai grandi miglioramenti che già erano intercorsi rispetto ai tempi di Mao e alla straordinaria innovazione di cui è stato capace nel successivo trentennio diventando la prima potenza economica planetaria, il film rappresenta un prezioso documento storico e cinematografico. “Le figlie sono come le madri” di Lisa Castagna, vincitore del Premio ISPEC 2018 ci porta nel cuore dell’Asia Centrale lungo la via della seta, tra Cina ed Europa, in Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, la regista insieme ai luoghi e alle emozioni ci restituisce con sincerità i volti e gli sguardi di donne che nel lavoro, nella maternità, nell’appartenenza a una cultura, quella asiatico-sovietica, e una religione, quella islamica, hanno costruito il loro cammino di emancipazione. Ascoltiamo voci al contempo di profonda dolcezza e di intensa bellezza che manifestano in tutta evidenza come esistano strade molteplici per l’affermazione della femminilità, ben lungi dagli stereotipati, preconcetti e falsamente univoci modelli occidentali. Il film, nel riannodare i legami con la Madre Terra, evidenzia come un futuro di pace sia possibile solo in un mondo multipolare rispettoso delle ricchezze culturali di cui le singole nazioni sono portatrici. Il critico Guido Zauli ha infine presentato “Il temporale – Nevrijeme” di Gian Vittorio Baldi, realizzato nella seconda metà degli anni ’90 a Sarajevo, autentico capolavoro per immagini, colori ed emozioni che riannoda le ferite della guerra e la lacerazioni da essa prodotte contro una società socialista e plurale, composta da serbi e zigani, musulmani ed ebrei, un inno lirico dentro il dolore di quella tragedia, coniugando la cronaca e i racconti di Ivo Andric.