L’architettura è militante oppure non è. In ricordo di Luigi Snozzi

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Non c’è forse architetto più anti-utopista e realista di Luigi Snozzi” (Pierre-Alain Croset). Come capita però ai pensatori scomodi, vengono tanto celebrati quanto trattati un po’ superficialmente, soprattutto se professano idee in forte antitesi a quelle in voga. In soldoni, Luigi Snozzi non ha mai tollerato l’approccio delle archi-star, articolando e fondando la sostanza del proprio lavoro nell’insegnamento, nell’attività politica, nella critica e nel dibattito all’interno della disciplina dell’architettura. A renderlo ruvido e ammirato da una certa distanza, sono proprio la lucidità e la solidità della prassi: l’architetto quale rigoroso professionista, una città in cui ci si possa orientare, il valore del suolo come bene comune inalienabile.

Sono sue le seguenti parole: “occorre ritornare alla tradizione – e non m’interessa se è anti-rivoluzionario – perché la sua lezione permette di stabilire una continuità intelligente con il tempo.” Si deduce chiaramente che ogni suo gesto non poteva essere fine a se stesso, spettacolare, ma al contrario la provocazione traeva sempre dalla riflessione e dalla coerenza, risultando ancor più radicale. Con sole 7 norme nel Piano Regolatore di Monte Carasso Snozzi ha messo a nudo la regolamentazione edilizia comunale e cantonale: la pianificazione di un territorio non è migliore grazie a un maggior numero di norme, anzi spesso i regolamenti più intricati non danno garanzie per uno sviluppo sostenibile. Costruendo alcuni appartamenti senza muri interni, bensì con pareti mobili, ha ribadito la centralità della qualità di vita e la durabilità nel tempo dell’opera architettonica, al di fuori della sua destinazione d’uso. La Metropoli d’Olanda è un progetto verde che mette al centro i terreni pascolati e coltivati di questo paese, attorno a cui l’infrastruttura viaria segna la cesura tra spazio agricolo e città.

Snozzi ha scoperchiato diversi vasi di pandora andando a scavare, ricercare, approfondire il ragionamento che sta a monte dei grandi temi: “noi oggi facciamo un gran parlare della natura, ma in realtà oggi di natura non ne esiste più, è tutta trasformata dall’uomo, salvo qualche eccezione: il deserto del Sahara, l’oceano, i parchi naturali  – ma è comunque una decisione dell’uomo.” L’enfasi sulle foreste verticali, sull’arredamento verde potrebbero in molti casi celare altre questioni fondamentali come la necessità di spazi pubblici e la sostenibilità del suolo: “è mentalità corrente che tutto quello che non è visibile non interessa nessuno, ragion per cui si crede di poter utilizzare il sottosuolo come pare”.

Snozzi sprona ad andare sempre al nocciolo del problema ed affrontarlo in modo militante: “devo la mia fortuna al lavoro, che allora manteneva una forte valenza ideologica. Cosa che oggigiorno è del tutto scomparsa. L’adesione all’ideologia è stata anche la nostra fortuna. Quando vedevo una bandiera rossa, il ritratto di Fidel Castro, di Che Guevara, provavo un’emozione incredibile. L’ideologia è stata il motore, la motivazione stessa del nostro lavoro e del nostro impegno. Oggi, al contrario, vedo studenti privi di ogni ideologia, se non quella del capitalismo generalizzato; sono sperduti, senza alcun punto di riferimento”.  Una prospettiva invece che si ritrova nel lavoro di Paulo Mendez da Rocha, un’importante conoscenza tra i diversi legami a livello internazionale di Snozzi, che agisce con l’ambizione di trasformare tutto il Sud America, addirittura spingendosi ad esempio a trovare una connessione anche spaziale tra il Cile e il Brasile nel solco del “comunismo sudamericano”.

In questo senso ci sentiamo vicini allo Snozzi che rifiuta la formula “prima la rivoluzione, poi il lavoro, la cultura” e facciamo nostre queste sue parole: “noi insistevamo nel dire, no, occorre procedere di pari passo, con la cultura politica e in parallelo con il lavoro.”

La vita e l’opera di Snozzi ne sono una testimonianza che per sua stessa volontà saranno giudicate solo dalla storia. Ha scontato l’indipendenza di pensiero trovandosi escluso e poco amato innanzitutto a sinistra, da quei politici che, secondo una sua definizione, ricercano la massima efficienza in modo effimero, mentre l’architettura tende verso il permanente e si qualifica in termini di tempo come anti-efficiente. Gli interventi delle archi-star con forme peculiari, sinuose e uniche “sono organici e funzionali alla società attuale, il cui valore primo è il consumo”. Questo utilitarismo contiene in nuce il rischio di essere velocemente e facilmente sorpassato, come nel dimenticatoio finiranno sicuramente i relativi committenti.

Gli edifici degli scorsi secoli, a partire proprio dai più umili rustici frutto del lavoro e delle necessità di quelle popolazioni rurali alpine che hanno prodotto bellezza senza un pensiero estetico della natura, fino ad arrivare a più imponenti monumenti culturali, dimostrano plasticità e possono prestarsi a più usi da parte di diversi gruppi d’interesse anche in contrastanti momenti storici, a disposizione degli insondabili risvolti futuri. L’immanenza è propria dell’architettura e di quegli architetti che perseguono un chiaro obiettivo sociale, a favore della collettività, a questo proposito così si esprimeva Snozzi:

Ad esempio se mi dovessero chiedere di progettare la sede della Lega dei Ticinesi, lo farei oppure no? Per me rinunciarvi sarebbe un segno di debolezza. Perché, mi darebbe l’occasione di cimentarmi con un edificio che se dovesse un giorno scomparire la Lega, dovrebbe poter essere occupato da altri per un uso migliore. Questo per dire che la tua opera non si lega mai ad un committente in modo definitivo. Il tuo obiettivo è un altro, e se lo hai bene in chiaro, trovi pure la forza di progettare. La purezza, l’intransigenza in questo caso sono un’ingenuità! Nascondono il fatto di non essere sufficientemente convinti del proprio lavoro.

 A tracciare un’altra linea di giunzione è la penna del compagno Virgilio Gilardoni che rifletteva nel suo testo “Appunti per Luigi Snozzi” sulla necessità dell’architetto ticinese di costruire l’identità dei luoghi affinché “la dimora dell’uomo fosse davvero locata nel posto suo, naturale, nel luogo idoneo in uno spazio veramente aperto, patente (…) in cui è il ricordo dell’impronta del piede umano”. Nel solco di uno dei fondatori del Partito Socialista Autonomo siamo animati ad agire per l’uomo, per lo sfruttato.


Le citazioni riportate nel presente articolo sono riprese dall’opera completa di Luigi Snozzi (ADV Publishing) e dalle conversazioni con Fabio Merlini raccolte nel libro “L’architettura inefficiente” (Edizioni Sottoscala).

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Lea Ferrari (1991) è agronoma di formazione e municipale a Serravalle in quota Partito Comunista. Dal 2019 è deputata al parlamento del Canton Ticino. E' attiva pure nell'Associazione per la difesa del servizio pubblico.