Nuovi dati confermano: 50 anni di sgravi fiscali ai ricchi hanno esacerbato le disuguaglianze

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Pubblichiamo qui di seguito una libera traduzione dell’articolo “50 years of tax cuts for the rich failed to trickle down, economics study says” pubblicato dall’emittente americana CBS News (leggi qui l’originale).


I tagli alle tasse per i ricchi hanno da lungo tempo il sostegno dei legislatori conservatori e degli economisti che sostengono che tali misure abbiano ricadute favorevoli (“trickle down” o effetto cascata N.d.T), provocando un aumento dei posti di lavoro e una crescita dei redditi di tutti gli altri. Ma un nuovo studio della London School of Economics dice che 50 anni di tagli fiscali di questo tipo hanno aiutato un solo gruppo – i ricchi.

Un nuovo studio inglese smentisce la “trickle down theory”

La nuova ricerca, condotta da David Hope della London School of Economics e Julian Limberg del King’s College di Londra (sicuramente non due istituti di orientamento marxista N.d.T), esamina 18 paesi sviluppati – dall’Australia agli Stati Uniti – in un periodo di 50 anni, dal 1965 al 2015. A essere confrontati, gli stati che hanno approvato tagli alle tasse in un anno specifico, come gli Stati Uniti nel 1982 all’epoca di Reagan, con quelli che non lo hanno fatto, per poi esaminare i loro risultati economici.

Lo studio ha mostrato come, dopo cinque anni, il prodotto interno lordo pro capite e i tassi di disoccupazione erano quasi identici nei paesi che hanno effettuato tagli alle imposte per i più ricchi e in quelli che non lo hanno fatto.

Ma l’analisi ha scoperto un altro cambiamento importante: i redditi dei ricchi sono cresciuti molto più velocemente nei paesi in cui le aliquote fiscali sono state abbassate. Invece di confluire nella classe media, la ricerca ha messo in evidenza come i tagli alle tasse per i ricchi potrebbero non sortire altro effetto che aiutare i ricchi a mantenere una maggiore quantità di ricchezza ed esacerbare le disuguaglianze di reddito.

“Sulla base della nostra ricerca, sosteniamo che la logica economica per mantenere basse le tasse sui ricchi è debole“, ha detto Julian Limberg, coautore dello studio e docente di public policy al King’s College di Londra, in una e-mail a CBS MoneyWatch. “In effetti, se guardiamo alla storia, il periodo con le tasse più alte sui ricchi – ovvero nel dopoguerra – è stato anche un periodo di alta crescita economica e bassa disoccupazione”.

Secondo lo studio, le disuguaglianze sono aumentate ma non l’occupazione.

Forti dubbi sugli effetti degli sgravi fiscali voluti da Donald Trump

Poiché l’analisi si concluse nel 2015, la ricerca non tiene conto della massiccia revisione fiscale del presidente Donald Trump, che ha firmato una legge alla fine del 2017 con cui ha tagliato le tasse per i ricchi e le grandi società, fornendo al contempo un taglio moderato per la classe media. Ma Limberg, che è stato co-autore dello studio insieme a David Hope afferma che non si aspetta che i risultati si discostino da quanto emerso.

I tagli alle tasse di Mr. Trump hanno già alzato la fortuna dei “super ricchi”, secondo una ricerca del 2019 di due eminenti economisti, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman dell’Università della California a Berkeley. Per la prima volta in un secolo, le 400 famiglie americane più ricche hanno pagato nel 2018 tasse più basse di quelle della classe media, riportano gli economisti.

La nuova “accurata” ricerca della London School Economics “suggerisce che gli aumenti delle tasse sui ricchi dovrebbero essere considerati nel periodo post-COVID”, ha detto Zucman di Berkeley in una e-mail a CBS MoneyWatch.

Certo, l’economia sembrava stesse andando a gonfie vele prima che la pandemia colpisse la nazione in marzo, con un tasso di disoccupazione che era al minimo da circa mezzo secolo a questa parte. I think tank conservatori come l’American Enterprise Institute hanno indicato i tagli alle tasse del signor Trump come motore per una più forte crescita economica.

Eppure, anche così, milioni di famiglie americane hanno faticato a trovare un lavoro che permettesse di vivere, mentre il costo di beni di prima necessità come l’assistenza sanitaria, l’alloggio e l’istruzione è aumentato a tassi molto più elevati rispetto al reddito tipico. Anche prima della pandemia, la disuguaglianza di reddito aveva raggiunto il punto più alto degli ultimi 50 anni, secondo i dati del Censimento.

Già da prima della pandemia, le lunghe code alle “food banks” sono la norma negli USA.

La pandemia ha incrementato le disuguaglianze

Nel 2020 la pandemia ha aggravato le disuguaglianze in tutti gli ambiti, toccando le divisioni razziali, di genere e scolastiche. Quando l’economia ha cessato di funzionare a marzo, i lavoratori che non sono riusciti a passare al lavoro a distanza – tipicamente i dipendenti sottopagati che lavorano nel commercio al dettaglio, nei servizi e nell’accoglienza – sono stati colpiti più duramente.

Allo stesso tempo, i colletti bianchi in genere sembrano essersela cavata meglio avendo maggiori probabilità di mantenere il loro posto di lavoro per mezzo del telelavoro. Anche gli investitori ne hanno tratto beneficio, poiché il mercato azionario ha alimentato le speranze di una ripresa economica – uno sviluppo che non aiuta la maggior parte dei lavoratori della classe media e bassa. Solo circa la metà della popolazione statunitense ha investito nel mercato azionario attraverso i propri conti pensione e di risparmio, e più dell’80% di tutte le azioni sono di proprietà del 10% più ricco.

Dall’inizio della pandemia, la ricchezza combinata dei 651 miliardari americani è aumentata di oltre 1.000 miliardi di dollari, raggiungendo i 4.000 miliardi di dollari all’inizio di dicembre, ha detto l’agenzia americana per l’equità fiscale all’inizio di questo mese. Nel frattempo, quasi 8 milioni di americani sono caduti nella povertà dall’inizio della pandemia fino a novembre, secondo i nuovi dati rilasciati dall’Università di Chicago e dall’Università di Notre Dame.

N.d.T: il 19 dicembre la testata zurighese NZZ am Sonntag ha pubblicato un articolo in cui mostra alcune eloquenti cifre inerenti la realtà svizzera: secondo le autorità fiscali, il patrimonio netto della popolazione svizzera è di 1994 miliardi di CHF. L’1% più ricco possiede il 40% del patrimonio del paese (pari a circa 800 miliardi di franchi), mentre il 64% delle persone assoggettate non possiede più di 100’000 CHF e controlla dunque solo il 3% della ricchezza totale (pari a circa 65 miliardi di franchi).

Secondo i ricercatori, in futuro “i ricchi dovranno pagare di più”

La ricostruzione dell’economia e la ricchezza delle famiglie della classe media e bassa sono tra i problemi che il Presidente eletto Joe Biden dovrà affrontare dopo l’entrata in carica del prossimo mese. L’aumento delle tasse sui ricchi e sulle società potrebbe fornire miliardi di dollari di risorse per aiutare la ripresa economica, ha detto Zucman alla CBS MoneyWatch.

Questa non è solo un’opzione praticabile, ma anche un’opzione equa, perché alcuni dei contribuenti più ricchi hanno beneficiato della pandemia – per esempio le grandi aziende come Amazon e i loro azionisti“, ha osservato. “A questi contribuenti si potrebbe ragionevolmente chiedere di pagare di più per compensare le perdite della pandemia“.

N.d.T: secondo i dati del colosso bancario UBS riportati dalla NZZ am Sonntag, la ricchezza degli oltre 2000 miliardari di tutto il mondo è aumentata del 28% da aprile ad oggi, raggiungendo la cifra record 10’200 miliardi di dollari. Dieci anni fa, il loro patrimonio era di “soli” 4000 miliardi.

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Alberto Togni (1994) è membro della Direzione del Partito Comunista (Svizzera) e consigliere comunale a Gordola. In passato ha ricoperto ruoli nel Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA).