La Russia accusata di rappresentare un pericolo per la …Svizzera!

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La trasmissione “Falò” della RSI, l’emittente radiotelevisiva pubblica della Svizzera Italiana, è spesso anche da noi considerata il fiore all’occhiello del giornalismo d’inchiesta del nostro Paese. Ultimamente però anche questa trasmissione non ha mancato di finire nel vortice imposto dall’informazione mainstream di stampo europeista ed atlanista, contro la Cina e la Russia.

Da Lugano a Mosca, un caso di lavaggio di denaro sporco?

Il 30 luglio scorso “Falò” trasmette un servizio di Maria Roselli a cui ha collaborato Yuri Bakhnov, intitolato “Mafie, hacker e spalloni digitali” che si concentra su “persone adescate su internet e costrette a riciclare denaro per bande di hacker e la criminalità organizzata”. L’inchiesta parte da una drammatica storia di una donna luganese che, rispondendo ad un’offerta di lavoro – pubblicata addirittura sul sito della Segreteria di Stato dell’Economia (SECO)! – si ritrova sul proprio conto corrente un’importante somma di denaro da prelevare cash e spedire a Mosca in busta chiusa. “Falò” segue il flusso del denaro fino in Russia, un paese che la redazione di Comano definisce prima “il paradiso degli hacker” e in seguito la “patria indiscussa degli hacker”.

L’accusa: “Il governo russo assume hacker per attaccare altri paesi”

Come si fa ad incolpare lo Stato russo di essere colluso con la criminalità organizzata e di essere coinvolto anche negli attacchi alla sicurezza della Svizzera e dei suoi cittadini? Quali sono i documenti che attestano la presunte responsabilità del Cremlino nel rubare informazioni finanziarie? La RSI, per scoprirlo intervista un solo giornalista investigativo russo, Daniil Turovsky, il quale spiega che “i servizi segreti russi costringono gli hacker a lavorare per loro” e specifica che non solo i servizi segreti ma anche singoli ministeri del governo assumono degli hacker “a pagamento” in occasione “di grandi attacchi contro un altro Stato”.

Turovsky di fatto sfrutta le telecamere della Radiotelevisione della Confederazione per allarmare il pubblico svizzero, dicendo senza però fornire uno straccio di prova, che la Russia è in sé una minaccia anche per la sicurezza nazionale svizzera. Saremmo di fronte insomma un “sodalizio fra gli hacker e il Cremlino”. Parole gravi per un emittente pubblica che vorrebbe fare del giornalismo serio e rigoroso un valore. Parole che per obiettivo sembra abbiano solo quello di creare un climax di allarme e di insicurezza fra il pubblico.

La giornalista di “Falò” incalza il proprio interlocutore russo: “se capisco bene i servizi russi lasciano violare i conti correnti negli altri paesi”? “Si esattamente” replica Turovsky che non fornisce però alcun dato a suffragio di questa tesi. Da questa risposta, la RSI trae la seguente conclusione: “Il crimine sembrerebbe tollerato dalle autorità russe”. Accusa pesante che perlomeno necessiterebbe di prove concrete e che invece si reggono solo attraverso la testimonianza di un solo giornalista, peraltro noto per essere un oppositore politico di Vladimir Putin, un giornalista di parte che ha il privilegio di non avere alcun contraddittorio!

Il giudizio senza possibilità di replica: “La Russia è come una famiglia mafiosa”

La trasmissione non ha garantito alcuna intervista alla controparte. Nessun altra campana è stata ascoltata. Nessuna prova è stata presentata a suffragio delle gravissime accuse mosse contro un Paese emergente che ha normalissime relazioni diplomatiche con Berna. La Federazione Russa anzi sembrerebbe colpevole – così il giornalista in studio – di aver creato “un esercito con finalità addirittura geopolitiche”, e tutto ciò lasciando trasparire l’idea che la Russia in quanto nazione è sostanzialmente paragonabile a una famiglia mafiosa. Termine, quest’ultimo, peraltro esplicitamente indicato da Alessandro Trivilini, esperto di informatica forense della Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (SUPSI), unico ospite in studio dopo il servizio.

Salviamo la RSI dalla nuova guerra fredda!

La criminalità organizzata va combattuta con forza, cosa che non sempre la Svizzera fa, basti vedere le crescenti infiltrazioni mafiose dall’Italia. Se vi sono responsabilità politiche di un governo estero ne vanno fornite le prove documentate e si evita di fomentare un clima di ostilità verso un paese intero, delegittimandone le istituzioni, ascoltando solamente una fazione politica.

Questo è solo uno degli esempi di russofobia che traspare dal panorama mediatico mainstream in tutta Europa. Negli ultimi tempi anche l’emittente pubblica di un Paese neutrale come il nostro, commentando al telegiornale il tentativo di golpe in Bielorussia, ha censurato sistematicamente i socialisti e i comunisti locali e ha propagandato in modo continuo, agiografico e unilaterale, solamente l’opposizione neo-liberista ed europeista.

Occorre insomma difendere l’indipendenza della RSI dal monolitismo giornalistico di dottrina liberal e dalle influenze euro-atlaniste.

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