Fra sovranità energetica e armi russe, la Turchia sfida nuovamente la NATO?

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Su questo portale non abbiamo mancato di contestare (basta consultare i nostri archivi) il governo turco, su cui pesa da oltre 15 anni la controversa figura di Recep Tayyip Erdogan. Nel 2016 abbiamo iniziato però a intravvedere dei tentativi di ricollocazione geopolitica del paese euroasiatico che avrebbero potuto aprire delle contraddizioni più marcate con il campo atlantico. Il fallito golpe dell’estate 2016 ha rappresentato uno spartiacque: il nostro portale fu ad esempio uno dei primi – in tutta Europa! – ad anticipare i conflitti fra il governo di Ankara e il magnate turco-americano Fethullah Gülen con tutte le implicazioni economiche e politiche che ciò comportava. Se prima del 15/16 luglio 2016 i mass media europei vedevano in Erdogan sì un islamista, ma “moderato” nonché un partner ritenuto affidabile per l’Occidente, praticamente di colpo il governo turco divenne un “regime” ed Erdogan, a vario titolo, divenne un “dittatore”. La stessa sinistra europea – ormai incapace di scorgere i cambiamenti di fase storica e le contraddizioni interne alle classi dominanti – scivolava nella medesima retorica dell’imperialismo, senza comprendere che vi era un prima e un dopo e che la Turchia stava diventando appunto uno dei campi di battaglia su cui l’imperialismo atlantico avrebbe forse gradualmente perso la sua egemonia.

Via le multinazionali: l’estrazione è pubblica!

Settimana scorsa i media turchi non hanno fatto altro che parlare delle riserve di gas naturale trovate nel Mar Nero, a circa 170 chilometri al largo della costa turca. Erdogan ha annunciato che la nave di perforazione Fatih, impegnata in attività di esplorazione nel Mar Nero, aveva scoperto 320 miliardi di metri cubi di riserve di gas naturale presso il Sakarya Gas Field. Il presidente ha spiegato che “con questa buona notizia inizierà una nuova era per tutta la nostra nazione”. Si tratta infatti della più grande scoperta di gas naturale della storia turca e potrebbe essere solo una parte di un giacimento ben più ricco: l’obiettivo – ha ricordato il leader turco – “è permettere al popolo di utilizzare questo gas a partire dal 2023 e risolvere alla radice il problema dell’approvvigionamento energetico”.  

Erdogan ha ammesso che, inizialmente, erano le grandi multinazionali occidentali, come BP e Shell, ad aver effettuato oltre un centinaio di tentativi di esplorazione, non riuscendo però a trovare nulla e optando infine di rinunciarvi. Il governo turco ha invece deciso di procedere per conto suo: “non hanno preso un centesimo da noi, tutta la spesa era loro” ha insistito il Erdogan, che ha continuato spiegando come la ricerca passasse a quel punto sotto controllo dello Stato: “abbiamo ridotto i costi di utilizzo delle nostre navi sia nella ricerca sismica che nella perforazione, ed è così che lavoreremo da ora in poi”.

Una buona parte (anche se non tutta) di questa produzione è effettuata dalla Turkish Petroleum Corporation, un’azienda creata dal governo di Ankara negli anni ’50 e che risulta tuttora in mani pubbliche: non a caso il suo obiettivo aziendale resta quello di “ridurre le importazioni di gas e petrolio nel paese”, in pratica di rendere la Repubblica sovrana dal punto di vista energetico per evitare la dipendenza dalle multinazionali europee ed americane. Infatti le spese per il gas naturale variano a seconda dei prezzi del petrolio, e quando il prezzo del barile è salito a 120 dollari, l’importazione costava oltre 20 miliardi di dollari, con pesanti aumenti per i consumatori.

Il campo atlantico non ha naturalmente gioito: la Turchia infatti acquista ancora molto gas naturale liquefatto (LNG) da Stati Uniti e Norvegia, anche se oggi si sta sempre più orientando al mercato energetico di Russia, Azerbaigian e Iran.

Lo scetticismo dei comunisti turchi

Sul fronte della sinistra rivoluzionaria troviamo lo scetticismo del Partito Comunista di Turchia (TKP) che invita a non farsi illusioni: il contributo che questo giacimento fornisce sarebbe ancora insufficiente per diminuire i costi dell’energia a favore delle famiglie, poiché il commercio di gas naturale si basa comunque su accordi a lungo termine e con condizioni inique per i paesi acquirenti. Nel caso turco, a causa di tali accordi già firmati, Ankara sarebbe costretta ad acquistare energia straniera ancora fino al 2025. Inoltre, secondo il TKP, essendo quello turco un governo retto da un partito borghese come AKP, alla fine Erdogan cercherà comunque di fare accordi con le principali corporations private per l’estrazione, il funzionamento e l’uso delle riserve di gas.

L’approccio alla notizia da parte del leader del partito post-maoista Vatan Partisi, Dogu Perinçek, è invece più ottimistica. Egli ha infatti definito il nuovo giacimento come un passo importante verso l’indipendenza della Turchia: “la scoperta del gas naturale nel Mar Nero ci ha reso molto felici e pieni di speranza: ma il fabbisogno energetico della nazione sarà soddisfatto solo grazie alla pianificazione economica e agli investimenti da parte dello Stato”. Poi ha aggiunto: “questo tuttavia non è un tesoro piovuto dal cielo: dobbiamo ricordare che la fonte di tutta la ricchezza è sempre il lavoro produttivo!” rivendicando quindi una prioritaria attenzione agli operai e ai cittadini che devono pagare le bollette.

Comprata un’altra partita di S-400 per diversificare la tecnologia militare

Un altro evento, questa volta di stampo militare, ha però segnato la scorsa settimana: Aleksandr Mikheev, presidente dell’industria militare russa Rosoboronexport, ha annunciato che la Turchia aveva firmato un secondo accordo per l’acquisto di sistemi di difesa missilistica S-400. Dopo che nell’aprile 2017, la Turchia aveva concluso per la prima volta un accordo con la Russia per l’acquisto dei sistemi di difesa aerea S-400, ora Ankara lancia una nuova sfida al campo atlantico: gli Stati Uniti e la NATO hanno infatti ripetutamente minacciato Erdogan di sanzioni su questo acquisto strategico.

La Turchia quindi continua, lentamente e in modo contraddittorio, a provarle tutte per uscire dall’orbita dell’imperialismo euro-atlantico al fine di avvicinarsi maggiormente a Russia e Cina. Certamente l’esercito di Ankara resta per ora un fondamentale membro della NATO, ma già da anni i militari turchi, senza enfatizzare troppo queste visite, si recavano a Pechino e ancora da prima avevano iniziato una politica di diversificazione della tecnologia militare così che, ad esempio, gli aerei da combattimento turchi, poiché soggetti alla tecnologia NATO, non fossero manovrabili dai computer del Pentagono.

Insomma è l’opposto di quello che intende fare la Svizzera acquistando i nuovi caccia di produzione euro-americana in votazione il prossimo 27 settembre. Mentre la Turchia, membro della NATO, diversifica aviazione e sistemi difensivi per rendersi autonoma dai suoi stessi alleati (evidentemente considerati inaffidabili), la Svizzera neutrale, per contro, vuole dipendere totalmente dalla sola tecnologia degli Stati Uniti.

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