Lo scandalo che fa tremare la monarchia spagnola riguarda pure la Svizzera

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Sono state aperte delle indagini sia in Svizzera sia in Spagna non solo su presunti fondi nascosti in paradisi fiscali dall’ex-sovrano spagnolo Juan Carlos I di Borbone ma anche su commissioni illegali che pare il re intascasse su alcune grandi opere. La giustizia di Madrid sta pure appurando se il Borbone abbia sviluppato una struttura per nascondere il denaro sporco in una banca svizzera.

Di fronte a questo nuovo scandalo Juan Carlos I – colui che il dittatore fascista Francisco Franco aveva posto a capo dello Stato spagnolo per un regno durato fino al 2014 – ha comunicato all’attuale re Felipe VI, suo figlio, la decisione di abbandonare la Spagna. Juan Carlos scrive nella lettera d’addio a Felipe che, con questo gesto, egli intende “facilitare l’esercizio delle tue funzioni”. Insomma: si toglie di torno per non continuare a imbarazzare l’attuale sovrano, che già alcuni mesi fa aveva cancellato l’indennità annua di oltre 190’000 euro che il re pensionato continuava a percepire e aveva pure dovuto rinunciare all’eredità futura derivante da conti bancari all’estero del padre.

PCE e IU criticano una magistratura troppo attendista

Il Partito Comunista di Spagna (PCE) – che aderisce alla federazione “Izquierda Unida” (IU) e che partecipa all’attuale coalizione di governo fra la lista “Unidas Podemos” e i socialdemocratici del PSOE – aveva già nel dicembre 2018 firmato (unitamente al Forum degli Avvocati di Sinistra) una querela penale contro l’ex Capo di Stato, ma il titolare dell’inchiesta Manuel Marchena Gómez ha archiviato il caso a tempo record chiedendo pure 12’000 euro ai denuncianti.

“I denuncianti sostengono che la Corte suprema potrebbe ora agire sulla questione e indagare sul re emerito ancora in vista della successione di nuovi e importanti eventi, nonché di recenti procedimenti giudiziari” scrivono PCE e IU in un comunicato stampa congiunto. Dopo l’archiviazione del caso, infatti, scrivono i comunisti spagnoli, “varie informazioni incriminanti hanno continuato a emergere in relazione ai fatti che sono oggetto della denuncia”, non da ultima l’indagine 38/2018 avviata dalla Procura anticorruzione “al fine di indagare sui fondi irregolari che Juan Carlos de Borbón avrebbe depositato in Svizzera e riferito ai pagamenti effettuati dall’Arabia Saudita”. Ma nonostante lo stato di avanzamento delle indagini e il corpus di prove a disposizione degli inquirenti “nessuna azione criminale è stata ancora presentata dall’Ufficio del Procuratore”.

Insomma il PCE teme ora il rischio della prescrizione, anche perché se il portavoce del gruppo parlamentare di “Unidas Podemos”, Pablo Echenique, ha dal canto suo insistito sul fatto che si continuerà ad “esplorare tutte le possibili strade per le indagini sulla sempre più presunta corruzione di Juan Carlos I”, il PSOE nicchia. I socialdemocratici infatti si sono finora sempre opposti a considerare la possibilità di indagare sulle attività del padre di Felipe VI con una commissione parlamentare d’inchiesta, né prima né dopo la sua abdicazione.

Il PCPE non molla: “Il Borbone vuole scappare col tesoro!”

E’ decisamente più netta la dichiarazione di Carmelo Suarez, segretario generale del combattivo Partito Comunista dei Popoli di Spagna (PCPE), che critica l’attitudine moderata del PCE e della coalizione governativa di “Unidas Podemos”. Suarez è convinto nel ribadire a questo punto la necessità di una svolta repubblicana per il suo Paese. Ma ora la priorità è una sola: “il governo della coalizione socialdemocratica non può consentire questa fuga di un indagato”! Il PCPE insomma accusa l’esecutivo di non essere trasparente. Effettivamente “non si sa dove sia Juan Carlos, se ha già lasciato il Paese, e con quale destinazione”.

Il PCPE è inferocito e chiede che la magistratura apre un’inchiesta sull’intera Casa Reale dei Borboni per “tutte le responsabilità criminali e politiche che convergono in questo diffuso arricchimento illegittimo”, affinché i Borboni restituiscano allo Stato “tutto il denaro ottenuto illegalmente dagli anni ’70”, da quanto cioè il generalissimo Franco nominò Juan Carlos come suo successore. Era infatti proprio il Partito di Suarez, già lo scorso 10 giugno, ad aver avvertito l’opinione pubblica che il re emerito avrebbe tentato la fuga e aveva quindi rivendicato – inascoltato – la sua detenzione preventiva. In un comunicato odierno il gruppo dirigente del PCPE insiste, denunciando “la manovra di Juan Carlos di Borbone e della Casa Reale, la cui finalità non è altro che tentare di sfuggire alla giustizia e di non restituire le enormi quantità di denaro che ha rubato durante gli anni in cui era a capo dello Stato”.

Berna passa all’acqua bassa e non blocca i conti del monarca

Nel frattempo a Berna, il Consiglio federale ha rifiutato di bloccare preventivamente i fondi del re emerito. In passato la Svizzera neutrale non si era certo fatto problemi a congelare i beni del leader libico Muammar al-Gheddafi prima che UE e USA decidessero di bombardarlo… ma si sa: a differenza del Borbone, Gheddafi era un anti-colonialista e a Palazzo federale non piaceva.

Il governo svizzero ha insomma negato la richiesta volto al congelamento dei beni di un aristocratico in odor di corruzione, adducendo che già sono in corso altre due indagini da parte rispettivamente della procura svizzera e di quella spagnola e che la commissione rogatoria internazionale sarebbe già in esecuzione senza riscontrare problemi, rendendo la misura, a loro dire, superflua. Stando però a un portavoce del governo svizzero, citato dal quotidiano spagnolo El Diario, il problema starebbe nei requisiti previsti dalla Legge federale concernente il blocco e la restituzione dei valori patrimoniali di provenienza illecita di persone politicamente esposte all’estero.

La legislazione svizzera consente infatti all’esecutivo, parallelamente al procedimento giudiziario, di bloccare i fondi di presunta origine illegale in base ai seguenti criteri: 1) che il governo (in questo caso quello di Madrid) sia caduto o sia destinato a perdere il potere; 2) che il livello di corruzione nello Stato di provenienza sia notoriamente elevato; 3) che sia verosimile che i valori patrimoniali siano stati ottenuti in modo criminoso e 4) che la tutela degli interessi nazionali svizzeri richiedano tale blocco. Nel caso di “Sua Maestà” tuttavia queste condizioni non sono date in modo cumulativo, quanto basta per preferire passare l’acqua bassa e non disturbare oltre modo la Casa Reale dei Borboni.

I comunisti svizzeri insistono: “dichiaratelo persona non grata”!

Ma i comunisti svizzeri sono delusi: oltre a ordinare il congelamento di beni e conti bancari svizzeri di Juan Carlos, invitano il Consiglio federale a mettere le mani avanti e a dichiararlo “persona non grata” nel caso in cui scegliesse in futuro di rifugiarsi nel nostro Paese. Non è più il capo di Stato e non gode più di immunità nemmeno in Spagna, spiega il segretario politico del Partito Massimiliano Ay che solidarizza con la manifestazione anti-monarchica convocata ad Alicante il prossimo 6 agosto.

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