Tentò di salvare il socialismo cecoslovacco: è morto Miloš Jakeš

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E’ morto nei giorni scorsi a 97 anni Miloš Jakeš, il segretario generale dell’ex-Partito Comunista Cecoslovacco dal 1987 al 1989 e durante gli eventi che hanno poi riportato il capitalismo nella Cecoslovacchia socialista e che in seguito spinsero il Paese a dividersi in due Stati separati. Cordoglio per la scomparsa dell’anziano statista è stata espresso sia dal Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM) sia dal Partito Comunista Slovacco (KSS).

Un operaio di umili origini

Nato nel 1922 in una famiglia contadina molto povera nella Boemia meridionale, Jakeš ha lavorato in fabbrica fin dai 15 anni e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale aderisce al Partito Comunista: la sua dedizione al lavoro politico e il suo ruolo di avanguardia operaia gli permisero di fare una rapida carriera all’interno del Partito che nel frattempo assumeva ruoli di governo. Eletto deputato al parlamento nel 1971, nel 1977 entra nel Comitato Centrale del Partito e 4 anni dopo siede nel Presidium dello stesso, fino a raggiungerne il vertice nel 1987 in sostituzione di Gustáv Husák.

Immune alle mode libertarie occidentali

Nel 1968, durante la cosiddetta “Primavera di Praga”, Jakeš si espresse a favore di alcune riforme come una maggiore indipendenza gestionale delle aziende statali nell’ambito dell’economia pianificata, ma rifiutò categoricamente ogni liberalizzazione politica che si lasciasse influenzare dalle regole della democrazia borghese occidentale.

Quando alla fine degli anni ’80 scoppiò la controrivoluzione cosiddetta di velluto che rovescerà l’ordinamento costituzionale cecoslovacco, aprendo le porte alla restaurazione capitalista nel Paese, Jakeš restò fedele al marxismo e, pur sostenendo la necessità di alcune riforme, rifiutò di negoziare con l’opposizione golpista che avrebbe svenduto la sovranità nazionale all’imperialismo atlantico.

Il Partito Comunista Cecoslovacco però non lo segue: la fazione liquidazionista si è già impossessata dal vertice del Partito grazie alla copertura dell’Unione Sovietica e in particolare del presidente sovietico Michail Gorabciov. Jakeš viene costretto alle dimissioni il 24 novembre 1989 e undici giorni si ritrova senza tessera: il Partito Comunista non solo lo ha espulso dai suoi ranghi, ma si apprestava a cedere definitivamente il potere.

Rinnegare? Non era nel suo carattere

Nel 1990 la giustizia cecoslovacca finita nelle mani dei liberali apre un processo politico ai suoi danni: viene accusato di tradimento della patria e di aver legittimato la repressione nel lontano 1968. Su di lui venne però pronunciata una sentenza di assoluzione: mancavano le prove e non si riuscì a dimostrare alcuna violazione delle leggi.

Quando il Paese si divise fra la Repubblica Ceca da un lato e la Slovacchia dall’altro, Jakeš si ritirò a vita privata, ma chiese e ottenne la tessera del neonato KSCM, rimanendo fedele ai propri ideali e anzi accusando i fatti nel 1989 come un complotto di “carrieristi della nomenclatura del Partito e al servizio dei servizi di sicurezza”, questi ultimi appoggiati da Gorbaciov.

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