La morte di Qassem Soleimani e quella sinistra che non capisce

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A Bagdad nel terzo giorno del nuovo anno l’alba mediorientale è stata squarciata dalla violenza omicida che in un rogo di fiamme ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani. Gli statunitensi, con un atto condannato anche dal parlamento irakeno, compiono un omicidio mirato: nulla a che vedere con la pacificazione che avrebbero dovuto portare – per chi si illudeva di ciò – dall’invasione del paese nel 2003.

Con Soleimani muore anche Abu Mahdi al-Muhandis, comandante di Al-Hashd Al-Sha’abi, ovvero le Forze di Mobilitazione Popolari irakene (e non già, come molti mezzi di comunicazione riportano le locali Brigate Hezbollah). Con loro sono morti altri cinque combattenti. Una strage che pone fine alla vita di due uomini che hanno rappresentato la più valida lotta contro il terrorismo in tutta la regione mediorientale.

Qassem Soleimani, iraniano di un piccolo villaggio montagnoso della regione di Kerman, a tredici anni lavora per contribuire a sollevare la sua famiglia dalla miseria in cui è costretta dalla dittatura filo-imperialista di Reza Palevi, a ventuno anni con slancio partecipa alla Rivoluzione e si incorpora nelle milizie popolari, diventando negli anni uno dei più validi combattenti per la libertà del suo popolo.

Quando il terrorismo islamista inizia a estendersi (Al Quada, ISIS, Al Nusra) Qassem Soleimani diventa l’organizzatore delle brigate al-Quds e contribuisce in modo determinante al contenimento dei talebani in Afganistan e alla sconfitta di tutti gli integralisti e di tutti i terroristi in Siria e in Irak, guidando in prima persona la liberazione di Kirkuk e della città santa di Mosul, in cui l’ISIS aveva distrutto la moschea del profeta Giona. La decisione, presa dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, e dal segretario di stato Mike Pompeo, di assassinarlo in spregio al diritto internazionale è quindi gravida di pesanti ombre che si gettano sui prossimi mesi.

A tali fatti ci si aspetterebbe una presa di posizione chiara di tutti coloro che si riconoscano in un ideale progressivo, anche perché è evidente che l’attacco all’Iran è anche la risposta statunitense alle esercitazioni comuni nel golfo Persico tra le forze navali russe, cinesi e iraniane di qualche giorno fa, ovvero una dichiarata presa di posizione dell’imperialismo contro chi sta cercando di costruire un mondo multipolare e di pace. Ma una parte della sinistra eurocentrica non vede queste dinamiche e non può dunque capire davvero la posta in gioco.

Capita così, con qualche stupore, di leggere sui social dei post assurdi, come quello di una ex-deputata socialdemocratica del Canton Ticino che solleva inesistenti contrasti tra il generale Soleimani e la dirigenza iraniana e arriva a confondere i riti sciiti per le esequie con un presunto culto della personalità. Addirittura questi sentimenti di lutto vengono additati come forme di ignoranza e di estremismo, dimostrando così una consapevolezza culturale e antropologica totalmente nulla delle altrui tradizioni.

Di più, si confonde un uomo che ha lottato per la pace contro il terrorismo, un autentico patriota, per una persona amante delle guerra, con una evidente deriva buonista e ingenuamente irenica. Da ultimo, inseguendo i dettami mediatici dominanti, si accusa in modo antiscientifico l’Iran di “imperialismo”, quando, chiunque studi minimamente la storia, sa che dal 1979 il ruolo anti-imperialista e a sostegno delle nazioni che si battono per la loro indipendenza è stata ed è la dottrina fondamentale della politica estera iraniana.

Ci auguriamo che i socialisti e i comunisti ticinesi delle giovani generazioni si mostrino estranei a tali derive del pensiero che in ultima analisi sono un radicale tradimento del marxismo.

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Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.