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Le sanzioni alla Russia volatilizzano dopo dieci anni il surplus commerciale dell’Italia

Le sanzioni contro la Russia stanno colpendo duramente l’economia europea e italiana in particolare. L’Italia per la prima volta, da dieci anni a questa parte, registrerà nel 2022 un deficit commerciale. Questo significa che le importazioni di beni cresceranno più delle esportazioni. Per ottenere surplus crescenti della bilancia commerciale, l’Italia, a partire dal governo Monti, aveva ridotto il costo del lavoro, rendendo così più competitive le sue esportazioni a detrimento del mercato interno e con il risultato di rendere i lavoratori italiani relativamente più poveri. In pratica, l’Italia aveva adottato il modello che la Germania ha imposto all’Europa: puntare sul mercato delle esportazioni, avendo come obiettivo la creazione di surplus commerciali sempre più grandi. L’austerity europea, infatti, aveva lo scopo di diminuire le importazioni e aumentare le esportazioni.

L’economia italiana si basa sulla manifattura, che è la seconda in Europa dopo la Germania, ed è, per questa ragione, essenzialmente una economia di trasformazione che, essendo del tutto priva di materie prime, dipende strettamente dalle importazioni, soprattutto di gas e petrolio. Con le sanzioni e i conseguenti aumenti esponenziali dei prezzi degli energetici nel 2022 sono stati gettati al vento dieci anni di sacrifici che sono stati sopportati esclusivamente dai lavoratori salariati e dalle classi subalterne e di cui si sono avvantaggiate le imprese esportatrici. Inoltre, la bilancia commerciale incide sulla bilancia dei pagamenti internazionali, cioè sull’insieme delle transazioni che un Paese intrattiene con l’estero. In particolare, alti deficit commerciali rendono più difficile gestire il debito pubblico, che per quanto riguarda l’Italia è molto alto. Infatti, un consistente attivo commerciale è la migliore garanzia per chi investe a livello internazionale in un debito pubblico.

Ma vediamo i dati. Dal 2012 l’Italia ha registrato un crescente surplus commerciale, passando dai 9,2 miliardi di euro del 2012 ai 44,2 miliardi del 2021 (1), che per grandezza rappresentava il quarto surplus della Ue a 27 dopo quelli di Germania, Irlanda e Paesi Bassi (2). Il picco, 63,9 miliardi di surplus, è stato raggiunto nel 2020, durante la fase peggiore della crisi del Covid, a dimostrazione del forte orientamento all’export e alla riduzione dei consumi interni dell’economia italiana, che ha contratto le importazioni. Per quanto riguarda il 2022, i dati disponibili, tra gennaio e agosto, ci dicono che l’Italia registra un deficit commerciale di 23,36 miliardi di euro contro un surplus nel corrispondente periodo del 2021 di 38,29 miliardi (3). Di conseguenza, è ormai certo che l’Italia chiuderà l’anno in deficit. E questo malgrado le esportazioni a prezzi correnti siano cresciute del 22,1% a fronte, però, di importazioni cresciute del 46%. Ad ogni modo, il ribaltamento della situazione della bilancia commerciale italiana è impressionante: nella Ue a 27 l’Italia è passata dal quarto surplus commerciale al quarto deficit per grandezza assoluta.

Nella Ue non è, però, solamente l’Italia a essere penalizzata dalle sanzioni contro la Russia, sebbene sia tra i Paesi più colpiti. Ben 22 Paesi su 27 presentano una bilancia negativa contro i 15 del 2021. Tutti i Paesi, anche quelli in attivo, presentano un peggioramento della bilancia commerciale, a eccezione della sola Irlanda che registra un incremento del surplus. Tra i Paesi più colpiti è la Germania, la prima economia e manifattura europea, che per molti anni è stata il campione dei surplus commerciali in Europa. La Germania registrava, sempre tra gennaio e agosto 2021, un surplus di 129,3 miliardi, che, nel corrispondente periodo del 2022, si riduce a 39,8 miliardi. In questo modo, la Germania ha perduto il primato Ue come grandezza del surplus commerciale a favore dell’Irlanda.

Il peggioramento della bilancia commerciale dell’Italia, della Germania e di quasi tutti i Paesi Ue è determinato da due fattori che sono legati tra loro. Il primo è l’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche, gas e petrolio, a causa, prima, della forte ripresa dei consumi seguente alla fine dei lockdown del 2020 e, dopo, a causa delle tensioni geopolitiche dovute alla guerra in Ucraina. In particolare, le sanzioni contro la Russia hanno generato una riduzione dei flussi di petrolio e soprattutto di gas dalla Russia verso l’Europa, che ha determinato un aumento dei prezzi degli energetici, trascinando verso l’alto l’inflazione complessiva. Il secondo fattore è stato la svalutazione dell’euro verso il dollaro. La rivalutazione del dollaro rispetto all’euro è causa ed effetto dell’inflazione. Infatti, la Banca centrale statunitense, la Fed, nel tentativo di combattere l’inflazione, ha aumentato i tassi d’interesse, sospingendo verso l’alto il dollaro. La rivalutazione del dollaro ha reso più costosi, per i Paesi dell’area euro, il petrolio e il gas che nei mercati internazionali sono quotati in dollari. Di conseguenza, gli europei, già alle prese con l’aumento dei prezzi del gas e del petrolio, hanno visto aumentare ulteriormente, per effetto dell’euro debole, i loro costi di approvvigionamento delle materie prime energetiche. Infatti, l’erosione del surplus commerciale dell’Italia e della Germania, così come degli altri Paesi europei, è dovuta essenzialmente all’aumento della spesa per le importazioni di materie prime energetiche. Il valore corrente delle importazioni di petrolio greggio dell’Italia, sempre tra gennaio e agosto, passa da 14,9 miliardi di euro del 2021 a 29,2 miliardi del 2022 (+95%), mentre il valore delle importazioni di gas naturale sale addirittura da 8,5 miliardi a 39,4 miliardi (+363%) (4).

Il boom dell’export e dei surplus della bilancia commerciale europea degli ultimi dieci anni, soprattutto in Germania e Italia, sono stati dovuti sia ai bassi salari sia al basso costo dell’energia, a partire da quello del gas, grazie ai rifornimenti russi. Del basso costo del gas e del petrolio ha approfittato soprattutto la manifattura che, per sua natura, è fortemente energivora. Ora, lo scenario che si prospetta è veramente cupo. Di fatto, l’aumento dei costi energetici crea difficoltà proprio alla manifattura che è la base delle economie tedesca e italiana. La competitività dei prodotti europei sui mercati internazionali è indebolita dall’aumento dei costi di produzione e c’è il concreto pericolo che molte imprese, quelle grandi e internazionalizzate (ma non solo), decidano di delocalizzare in aree dove il costo e l’approvvigionamento dell’energia è meno costoso e problematico. Il colosso industriale tedesco Basf sta valutando di chiudere la fabbrica di Ludwigshafen, che porterebbe alla chiusura di 125 impianti collegati. La Volkswagen, invece, sta valutando di spostare la produzione da Germania, Repubblica Ceca e Slovacchia, i paesi più colpiti dalla riduzione del gas russo, verso Spagna e Portogallo, che hanno meno problemi di approvvigionamento energetico e che ospitano impianti per il gas liquefatto (5). In questo modo, la base industriale di alcuni paesi, Germania e Italia in primis, potrebbe ridursi in modo significativo.

Infine, molto importanti sono i risvolti geopolitici. Certo, molto dipenderà dalla durata della guerra in Ucraina, ma, a quel che sembra, la guerra potrebbe aver troncato definitivamente il naturale rapporto di interscambio tra Ue e Federazione russa, cioè tra una economia manifatturiera di trasformazione e una economia di estrazione mineraria. La Russia ha già sostituito, almeno in parte, i clienti europei con i clienti dell’Estremo Oriente, soprattutto Cina e India. Contemporaneamente, gli Usa hanno tratto giovamento dalla rottura del rapporto tra Ue e Russia. Da una parte, sostituiscono le importazioni europee di gas russo con il loro gas liquefatto (più costoso), e, dall’altra parte, hanno ridotto la capacità competitiva della manifattura europea a vantaggio della propria e a beneficio della loro bilancia commerciale che da anni è in forte deficit proprio a causa delle importazioni non solo dalla Cina ma anche dalla Ue, e in particolare dalla Germania. Inoltre, gli Usa dalla guerra in Ucraina ottengono un vantaggio geopolitico straordinario: il rilancio del ruolo della Nato e il rafforzamento della loro egemonia politica sulla Ue che è, in termini di Pil nominale, la terza area economica più importante del mondo a poca distanza dalla Cina.

Note:

1) Eurostat, International trade of EU, the euro area and the Member States by SITC product group.

2) Di fatto l’Italia aveva il secondo surplus, in quanto le esportazioni dell’Irlanda e dell’Olanda sono condizionate dalle riesportazioni, essendo entrambi questi paesi importanti hub europei di scambio e portuali.

3) Eurostat, Member States EU27 (from 2020) trade by BEC product group since 1999.

4) Istat, Commercio con l’estero e prezzo all’import dei prodotti industriali, Agosto 2022, 18 ottobre 2022. Tab.6.

5) Alberto Annichiarico, “Allarme gas: la Volkswagen si prepara al peggio: pronta a spostare la produzione”, Il Sole24ore, 23 settembre 2022.

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Domenico Moro

Domenico Moro (classe 1964) è sociologo ed economista. Si è occupato di politica militare ed è autore di articoli e saggi di carattere storico ed economico. Nel 2006 ha pubblicato il "Nuovo compendio del Capitale" di Karl Marx.