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Elezioni italiane: Giorgia Meloni e le radici storiche del neofascismo italiano

Costruito negli anni un consenso non solo nell’opposizione al governo Draghi, ma anche rivendicando la necessità di rispondere al tessuto produttivo nazionale e non agli interessi delle multinazionali speculative, tanto da difendere la Siria di Assad, respingere le sanzioni contro la Russia nel 2014 e criticare a più riprese Bruxelles, avvicinandosi la vittoria elettorale, Giorgia Meloni si è genuflessa a tutte le imposizioni della NATO e della Commissione Europea, manifestando piena adesione all’odio antirusso e anticinese e promettendo obbedienza ai parametri economici europei e al mantenimento delle vecchie e nuove sanzioni contro la Russia, due scelte che rischiano di compromettere irrimediabilmente il tessuto produttivo italiano e mettere sul lastrico i lavoratori che con tanta veemenza aveva difeso dagli scranni parlamentari.

Il Partito Democratico, forza tecnocratica delle classi abbienti e feroce atlantista ed europeista, gongola felice d’aver ridotto l’avversaria all’omologazione e si inventa accuse farlocche come la presunta intenzione della Meloni di restringere il diritto di aborto, quando invece ha chiesto soltanto la piena applicazione della legge, ovvero il diritto per le donne e le ragazze di lasciare il nascituro in ospedale, con l’obbligo per lo stato di farsene carico, oppure di portare a compimento le gravidanze con una serie di misure socio-economiche di sostegno alle neo-mamme mai applicate in quasi mezzo secolo di esistenza della legge 194.

L’analisi del voto può essere soggetta a una duplice lettura, da un lato la semplificazione della rincorsa al salvatore della patria del momento, per un elettorato deluso e massimamente adulto e anziano, i giovani, al netto dei sondaggi sulle loro intenzioni elettorali, non si recano più ai seggi, oppure riguardare più profondamente il carattere intrinsecamente antropologico e radicato di una cultura erede del fascismo.

Nel primo caso dopo Renzi, Salvini e il Movimento 5 Stelle, tutti votati intorno al 40%, ecco il turno di Giorgia Meloni, chiamata a salvare un paese allo sbando, angariato da bollette, tasse, problemi sociali, economici, di prospettiva e di futuro.

Nel secondo il successo di Fratelli d’Italia non sarebbe solo d’ascrivere all’incarnazione per le elettrici e gli elettori, oramai privi di qualsiasi senso di appartenenza politica prima ancora che ideologica, di un mandato nelle intenzioni salvifico da affidare a Giorgia Meloni, bensì a una cultura, quella della destra di origine fascista che a un secolo dalla marcia su Roma manifesta una imprevedibile vitalità.

Ragionando su questo versante, bisognerà forse ammettere che ci troviamo di fronte a un dato storico di un certo rilievo. Dopo la nascita dello stato unitario sabaudo, che nell’egemonia culturale ed economica liberal – borghese aveva costruito le sue modeste quantunque solide radici, ecco che le masse popolari, operaie e soprattutto contadine, hanno trovato nel cattolicesimo sociale e nel socialismo gli strumenti culturali e politici per la costruzione di un’aspirazione alla riscossa sociale che proprio nel primo dopoguerra, con il suffragio universale maschile e la nascita dei popolari e dei socialisti come partiti di massa, ha avuto la sua massima espressione. Tuttavia cattolici e marxisti hanno sempre offerto una identità incapace di superare la dimensione della controcultura rispetto all’identità nazionale e statuale. Cristianesimo sociale e socialismo si sarebbero dovuti affermare rivoluzionariamente per poter aspirare a rinnovare totalmente lo stato, ma entrambi si sono dovuti fermare sulla soglia del potere, quali soggetti antagonistici rispetto all’identità nazionale e all’essenza statuale.

Con la presa del potere il fascismo invece realizza non una rivoluzione, perché come hanno spiegato in tanti, tra questi si ricordino Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, il fascismo ha confermato il potere economico liberal – borghese, offrendosi a tali poteri che lo avevano sostenuto contro marxisti e cattolici in un quadro di cogestione che non ha minimamente alterato i rapporti di classe, tuttavia ha operato per una alfabetizzazione sociale e politica delle masse, offrendo non una controcultura, ma dando la possibilità a milioni e milioni di poveri impiegati di second’ordine, operai e contadini di identificarsi finalmente con lo stato, il quale retoricamente li ha investiti della rappresentanza della statualità. I sabati fascisti, il dopolavoro, le organizzazioni giovanili e femminili, tutto l’inquadramento fascista dello stato e il totale controllo dei mezzi di comunicazione hanno costruito una cultura di massa in cui donne e uomini hanno vissuto per un ventennio l’identità tra popolo e stato, non già la contrapposizione tra il popolo in lotta contro gli apparati ristretti del potere dello stato liberal – borghese come avvenuto fino all’avvento del fascismo stesso. Gli oppositori del fascismo, pensiamo ai tanti comunisti, sloveni e in parte minore di altre minoranze linguistiche e di altri partiti, condannati dal tribunale speciale e spediti in prigione e al confino, rappresentano una esigua seppur meritoria minoranza a cui la successiva Repubblica Italiana tributerà il doveroso ringraziamento.

Dopo la Resistenza, la Liberazione e il ritorno della democrazia, i tre grandi partiti di massa, socialisti, comunisti e democristiani, tentano lungo tutto un mezzo secolo il reindirizzamento delle masse popolari verso i loro ideali, giocando i democristiani in particolare sull’identificazione con lo stato che a loro volta hanno iniziato a rappresentare, i marxisti con uno sguardo al mondo, mossi da un sincero internazionalismo che propugna la liberazione dell’intera umanità.

Lo sforzo di questi partiti di massa è stato encomiabile e per molti aspetti ammirevole, tuttavia la fine dell’esperienza sovietica e l’avvento del berlusconismo hanno prodotto in Italia il ritorno con forza, sotto le bandiere di Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, di una ideologia neofascista che ha mostrato di avere radici profonde e sopite e che piano piano ha iniziato, dentro la costruzione di una nuova egemonia culturale delle destre, ad affermarsi.

Per la sinistra politica e culturale è stato un trauma osservare il riaffiorare di qualcosa che si immaginava superato, ma in verità si è fatto tutto l’opposto di quanto sarebbe stato necessario, non si è studiato e cercato di capire, ma piuttosto additato con supponenza l’altrui pensiero, per altro gettandosi nel gorgo di un liberismo sempre più estremo e sfrenato e di un cosmopolitismo dai tratti a volte aberranti, capace di proporre l’omologazione ai peggiori modelli anglosassoni, negando storia e radici culturali, a partire da quelle nazionali, che per altro erano le stesse della Resistenza, che si pensava erede di Garibaldi e del Risorgimento, non certo di George Washington o della regina Vittoria.

Questo cortocircuito sociale, culturale, politico, dentro un declino economico dettato dalla sudditanza ai diktat economici del sistema speculativo e finanziario imposti da Washington e da Bruxelles, hanno offerto al rivitalizzato neofascismo di poter sventolare anche la bandiera della difesa di valori nazionali e patriottici e quella delle classi lavoratrici e imprenditoriali, le prime piegate a un impoverimento e a una decisa precarizzazione, le seconde a una subalternità al grande capitale speculativo internazionale che ne ha ridotto e danneggiato la capacità produttiva. Precarizzazione e subalternità, dall’attacco contro i diritti sindacali alla cancellazione del reintegro sul pasto di lavoro, il famoso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, promosse da quella sinistra socialdemocratica che ha anche provveduto con forza a privatizzare tutto il privatizzabile e aggredire le conquiste sociali: salute, istruzione, trasporti, negando anche quel diritto all’abitare, si pensi alla non edificazione e al decadimento del patrimonio esistente delle case popolari di molti comuni un tempo amministrati dalla sinistra.

Giorgia Meloni dunque non rappresenta una parentesi estemporanea, quanto piuttosto il momento epigonico, prima donna a diventare con molta probabilità presidente del consiglio in Italia, di una storia e di una cultura che datano più di un secolo.

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Davide Rossi

Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.