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Clamorosa sentenza nelle Filippine: la guerriglia maoista non è più considerata “terrorista”!

Incredibile battuta d’arresto per il governo delle Filippine: un tribunale di Manila ha respinto la petizione governativa presentata nel 2018 e atta a dichiarare il Partito Comunista delle Filippine (CPP), una formazione di ideologia maoista fondata da José Maria Sison e attualmente clandestina, e il suo braccio armato, la New People’s Army (NPA, Nuovo Esercito Popolare), come gruppi terroristici. La ribellione maoista risale al 1969, quando la fazione di estrema sinistra nel Partido Komunista ng Pilipinas-1930 (PKP-1930) ruppe coi comunisti “moderati” e prese le armi contro l’allora dittatore Ferdinando Marcos lanciando quella che nella retorica maoista è una “guerra popolare di lunga durata” e che oggi è la più lunga insurrezione di stampo comunista in corso al mondo. La sentenza arriva però in un momento particolare, quando cioè il governo filippino di Rodrigo Duterte sta cercando di avvicinarsi alla Cina e al Partito Comunista Cinese che – per la cronaca – non ha più alcun rapporto con i maoisti filippini e non sostiene alcuna insurrezione armata.

“La lotta armata non è ancora sinonimo di terrorismo”

Né l’NPA – che conduce una guerriglia dal 1969 – né tantomeno il CPP sarebbero da considerarsi organizzazioni di tipo terroristico: è la sentenza di 135 pagine pronunciata mercoledì scorso da Marlo Magdoza-Malagar, presidente della sezione del tribunale regionale di Manila, che spiega: “sebbene la lotta armata, con la violenza che necessariamente l’accompagna, sia indubbiamente il mezzo approvato per raggiungere lo scopo del CPP-NPA, tuttavia mezzo non è sinonimo di scopo”. Il giudice ha aggiunto che “la lotta armata è solo un mezzo per raggiungere lo scopo del CPP, non è lo scopo della sua creazione”. Se avesse vinto la causa, al governo sarebbe stato permesso di esaminare i conti bancari dei leader del CPP e dei membri delle organizzazioni. Appena resa nota la sentenza comunque il segretario alla giustizia Jesus Crispin Remulla ha subito dichiarato di fronte alla stampa che il suo ufficio era pronto a presentare ricorso contro la decisione e, se necessario, a elevarla alla Corte d’Appello. Il generale filippino Emmanuel Salamat fa spallucce: “Il tribunale ha il diritto di dirlo, ma la comunità internazionale ha già deciso che il CPP è terrorista”. Ed effettivamente gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda e il Regno Unito hanno da tempo designato sia il CPP sia il NPA come organizzazioni terroristiche straniere.

Il Nuovo Esercito Popolare (NPA) non è più considerato un’organizzazione terrorista.

Ribellarsi è legittimo

Nella sua sentenza, la corte ha citato nove incidenti contro civili nella regione meridionale di Mindanao che, secondo la petizione del governo filippino, sarebbero stati commessi dai guerriglieri maoisti. Il giudice ha qualificato però tali avvenimenti non come attentati terroristici ma come “ribellione” e ha spiegato: “il terrorismo ha una portata più ampia della ribellione; la ribellione è solo uno dei vari mezzi con cui si può commettere terrorismo”. Secondo il tribunale nessuno degli incidenti citati ha causato “paura e panico diffusi e straordinari” tra la popolazione in generale. Addirittura Magdoza-Malagar si è addentrato in una disamina della strategia politica del CPP: “forse contribuire al basso impatto delle suddette atrocità è la strategia di battaglia scelta dal CPP-NPA, e cioè la guerriglia nel contesto di una guerra popolare di lunga durata”: i nove episodi di violenza rientrerebbero insomma “nella categoria dei piccoli attacchi ‘mordi e fuggi’ e atti sporadici di violenza senza vittime o obiettivi specificati”. Si tratta di argomentazioni sul filo del rasoio che non mancheranno di suscitare dibattito e polemiche nel Paese. Ad esse però il presidente della corte ha aggiunto che i presunti “terroristi” sono stati identificati solo per la divisa che indossavano e le armi che utilizzavano ma “questa identificazione lascia molto a desiderare: ci vuole più di un certo modo di vestirsi per stabilire di essere un membro del CPP-NPA”, ha affermato. Le Filippine, in effetti, non hanno alcuna legge che vieti l’appartenenza a gruppi rivoluzionari. Peraltro nella regione di Mindanao ci sarebbero altri gruppi armati come Abu Sayyaf, il gruppo Maute, Moro Islamic Liberation Front e Moro National Liberation Front, tra gli altri, che potrebbero aver compiuto gli atti di violenza. Inoltre il governo non ha presentato prove che dimostrino che gli incidenti a Mindanao siano stati effettivamente commessi per ordine della leadership maoista.

Stop alla repressione, sì al dialogo

Il CPP ha commentato accogliendo con favore la decisione del tribunale, definita “ragionevole ed equa”. In sostanza alcuni membri della magistratura si sarebbero opposti alla Task Force nazionale (NTF-ELCAC) che vuole reprimere il conflitto armato maoista. Marco Valbuena, capo dell’informazione del CPP ha affermato: “Penso che l’NTF-ELCAC sia ora legalmente obbligata a chiudere la bocca e a fermare la sua campagna di repressione contro i sindacati dei lavoratori e le associazioni contadine” che collaborano con la guerriglia. Renato Reyes, segretario generale del gruppo progressista Bayan, ha affermato che è giunto il momento per il governo di Manila di fermare la sua politica repressiva verso i comunisti e affrontare diversamente il conflitto: “il governo filippino dovrebbe perseguire una politica di negoziati di pace che affronti le basi sociali del conflitto al fine di raggiungere una pace giusta e duratura”, ha affermato. Effettivamente la guerriglia sorse storicamente per affrontare due problemi importanti: la mancanza di democrazia, il brutale sfruttamento capitalistico di operai e contadini e la subalternità del paese asiatico all’imperialismo. Riuscire a intavolare una negoziazione fra il CPP – che gode di un indiscusso sostegno popolare in varie zone delle Filippine – e un governo nazionale pronto ad assumere una linea patriottica di rifiuto dall’atlantismo, aperta al confronto democratico con le forze comuniste nell’ottica del multipolarismo, potrebbe non essere utopico: la diaspora del CPP all’estero da anni sostiene di essere disponibile a un tale passo.

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