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Afghanistan, primi passi concreti sulla strada della ricostruzione?

È passato un anno dalla fine dell’occupazione imperialista della NATO in Afghanistan. In occasione di questo anniversario, si è svolta a fine luglio a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, una conferenza mondiale sulla sicurezza e lo sviluppo economico e per la ricostruzione dell’Afghanistan, con la partecipazione di oltre cento delegati da trenta nazioni e organismi internazionali, fra cui pure alcuni distratti rappresentanti occidentali dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

Il governo afgano ha confermato la volontà di contrastare, come fatto in questi dodici mesi, ogni gruppo terroristico, anzi ha chiesto informazioni su chi cerchi di destabilizzare l’Afghanistan finanziando l’ISIS locale, lamentando che vi siano tre miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale di Kabul depositati ancora nelle banche statunitensi e che potrebbero essere immediatamente investiti ad esempio nell’istruzione pubblica. I rappresentanti di Washington come nelle peggiori commedie hollywoodiane hanno confermato che sì,  in effetti, li hanno “sottratti” loro i miliardi, ma a breve, non si sa quando, li restituiranno, ovviamente poi fingendo di non conoscere i gruppi terroristici che ancora insanguinano il paese, tra cui il più aggressivo è appunto il gruppo locale dello Stato islamico, IS – Khorasan, che procede con attacchi contro il governo afgano e i civili, mettendo bombe e seminando morti.

La delegazione afghana alla conferenza per la ricostruzione di Tashkent.

Al momento il governo attuale e la sua legittimità statuale sono riconosciuti da Turkmenistan, Pakistan, Cina Popolare e Russia, che sono le nazioni maggiormente impegnate nei progetti di ricostruzione e che hanno operato lo scambio di rappresentanze diplomatiche. Rappresentanze consolari già presenti e che si formalizzeranno nei prossimi mesi ufficialmente come ambasciate sono quelle di Uzbekistan, Kazakistan, Iran, Qatar, Arabia Saudita, Malesia, ma anche altre nazioni asiatiche e centro-asiatiche presenti alla conferenza hanno indicato la volontà di riconoscere l’attuale Emirato Islamico dell’Afghanistan.

I maggiori investimenti economici e commerciali al momento vengono dalle nazioni che hanno riconosciuto il governo e da quelle che vi si apprestano: la Cina si è fatta carico di rilanciare tutta la filiera estrattiva e di commercializzazione delle risorse minerarie  e favorire la facilitazione dell’esportazione di prodotti e di materie prime attraverso il territorio cinese, molti i progetti promossi da Uzbekistan e Kazakistan, tra cui il contributo per infrastrutture di considerevoli dimensioni, come la linea ferroviaria uzbeco – afgano – pakistana e nuove reti elettriche interstatali.

La maggiore preoccupazione segnalata dal governo afgano è stata quella relativa ai rifornimenti alimentari: le condizioni climatiche, le contrazioni del mercato mondiale, così come le complicazioni dovute alla crisi ucraina, stanno mettendo a rischio di povertà alimentare metà dei quaranta milioni di afgani. Anche su questo punto vari sono gli impegni umanitari presi e assunti da Russia e Cina, in contrasto al disinteresse occidentale.

Il capodelegazione russo Zamir Kabulov ha mosso infine severe critiche all’operato passato e presente degli statunitensi e ha elogiato l’impegno del governo afgano contro le droghe e la corruzione, un impegno riconosciuto da tutte le delegazioni eurasiatiche.

I diplomatici uzbeki hanno invitato ad una maggiore collaborazione per la ricostruzione del paese.

Abbastanza singolare il resoconto di Roberto Antonini della RSI, quando parla di “governo democratico” per indicare quello del ventennio di occupazione straniera, quando indica nei problemi economici la responsabilità dei talebani, piuttosto da attribuirsi alle sanzioni e all’isolamento a cui l’Afghanistan è relegato. In ogni caso in un quadro economico che sotto il dominio della NATO è stato prospero solo per chi ha lavorato e collaborato con gli occupanti, ovvero una parte insignificante dei quaranta milioni di afgani, anche se poi sono questi a finire intervistati dagli inviati occidentali. Piuttosto fragile infine il corollario retorico sull’accesso al lavoro e allo studio femminile, che negli anni dell’occupazione ha riguardato solo alcune donne e ragazze simbolicamente esposte per giustificare l’occupazione stessa, senza che sull’intero territorio afgano fosse avviato un processo per garantire l’accesso universale all’istruzione di base, maschile e femminile, che è ancora una conquista da conseguire e che purtroppo è venuta meno dopo la fine dell’esperienza socialista afgana alla metà degli anni ’90.

Contrariamente a quanto scritto da “Il Manifesto”, non si è passati un anno fa in Afghanistan da una “democrazia armata” a una “teocrazia securitaria”, ma da una brutale occupazione imperialista a un governo sovrano e indipendente. Pietosamente falso infine, alla luce dei fatti sopra riportati, il commento de “La Repubblica”: “L’unico vero successo è che il governo sia ancora in piedi a dodici mesi dalla presa del potere. Nessun Paese ha ancora riconosciuto il regime: è perciò improbabile che qualsiasi grande azienda firmi accordi di investimento, né che progetti infrastrutturali come ferrovie o gasdotti decollino.” Insomma per “La Repubblica” buone sono solo le truppe di occupazione della NATO: l’Afghanistan e la storia sembrano andare però in un’altra direzione.

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Davide Rossi

Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.