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Draghi e Letta portano l’Italia verso la catastrofe energetica

L’Unione Europea e Biden ordinano di chiudere i rubinetti del gas russo, l’Ungheria si dissocia, perché sa di non voler e non poter lasciare al gelo i suoi cittadini, l’Italia di Draghi e di Letta invece obbedisce.

Cercherò allora di spiegare, mentre ci avviamo all’estate, perché fra sei mesi ci troveremo in mezzo a una catastrofe energetica senza precedenti, con bollette astronomiche, riduzione dei servizi, razionamenti, problemi anche elettrici e necessità di mettersi dei bei maglioni pesanti anche in casa.

Il primo problema riguarda l’aumento del prezzo mondiale della materia prima, in due anni è decuplicata, dalla primavera 2020 alla primavera 2022 è passata da 0,086 a 0,86 euro al metro cubo, questo spiega già i problemi delle bollette dello scorso autunno ed è certo immaginabile che gli aumenti diventeranno ancora più consistenti e terribili nei prossimi mesi.

Secondo problema è il fatto che in Italia il gas naturale è la fondamentale fonte primaria di energia, non è così in Francia in cui il nucleare provvede in abbondanza e neppure nel resto dei paesi europei. Se la Francia dipende dal gas per solo un 15%, altre nazioni come Belgio, Spagna, Germania e pure Regno Unito, che non è nell’Unione Europea ma si associa alla richiesta di sanzioni contro la Russia e blocco del gas siberiano, raggiungono a mala pena un quarto del loro fabbisogno.

E l’Italia? In Italia siamo al 45%, ovvero quasi la metà del fabbisogno energetico nazionale! Dunque chiudere i rubinetti russi in Italia ha una incidenza doppia rispetto a qualsiasi altra grande nazione europea. L’Italia consuma ogni anno oltre 75mila milioni di metri cubi di gas, il 5% estratto in Italia, il 95% importato.

Abbiamo un gasdotto algerino che arriva a Mazara del Vallo che copre un quarto del fabbisogno nazionale, a Gela arriva quello libico crollato al 4% dopo la fine della presidenza Gheddafi, i norvegesi ce ne mandano con un altro gasdotto il 3%, gli azeri fanno arrivare in Italia in Puglia ancora un 10%. Abbiamo tre rigassificatori, ma Livorno e La Spezia arrivano a mala pena insieme al 3%, solo quello di Cavarzere vicino a Rovigo garantisce un 10% del fabbisogno nazionale. E tutto il resto?

Tutto il resto arriva al Tarvisio con il gasdotto siberiano – russo di oltre cinquemila chilometri per un 40% del fabbisogno nazionale italiano di gas, più o meno un quinto di tutta l’energia che serve all’Italia per non fermarsi.

Terzo problema di enorme rilevanza, l’Italia non ha grandi sistemi di stoccaggio, ovvero, semplificando un poco, il gas arriva e lo si consuma, le strutture per conservarlo sono minime e garantiscono giusto le scorte di sicurezza.

Andare in cerca per il mondo di gas, come ha fatto il governo nell’ultimo mese, è abbastanza assurdo se non ridicolo, si dovrebbero piuttosto, a patto di esserne capaci, aumentare i flussi dai gasdotti esistenti e poi essere capaci di portare nel nord d’Italia quel 40% di gas che non entrerebbe più in Friuli Venezia Giulia dal Tarvisio e che di fatto alimenta tutte le regioni dell’Italia settentrionale, un trasporto dalla Sicilia a tutte le regioni a nord del Po, che nessuno oggi saprebbe come risolvere. Servirebbe un gasdotto siculo – ligure e poi uno ligure capace di agganciarsi alla rete di quello del Tarvisio, per rimpiazzare da sud quanto arrivava da nord, abbastanza improbabile costruirlo in sei mesi, visto che a Milano ci vogliono quasi dieci anni per una nuova metropolitana.

Per i rigassificatori i tre esistenti sono modesti e gassificare gas naturale liquefatto a -161 gradi centigradi è impresa complessa, servano attracchi idonei per navi metaniere e strutture specifiche per un processo chimico-fisico delicato con elevatissime esigenze di sicurezza. Insomma il gas naturale liquefatto statunitense che costa il doppio e scalda la metà di quello russo, graziosamente offertoci da Biden, è una bella favola e non risolverà i problemi entro ottobre perché non ci sono le strutture per la conversione e certo non si realizzano neppure queste in sei mesi.

Il gas liquefatto americano non è una reale alternativa a quello russo.

Veniamo a come viene utilizzato il gas, un terzo è utilizzato dalle industrie, un terzo è utilizzato per generare elettricità, un sesto per uso abitativo, un decimo dai servizi e dal commercio, il resto è assorbito da attività di servizio pubblico.

La catastrofe energetica, che colpirà riscaldamento, fornelli e acqua calda nelle case, industrie di ogni livello a partire da acciaierie e settore metallurgico, per finire con le fabbriche di ceramica e di cemento, sarà di portata epocale e devastante, pure i filobus rischiano di restare in deposito.

La sola alternativa, degna di qualche slancio eroico intravisto in alcuni film d’avventura e realmente vissuto nelle campagne di lavoro volontario che nei paesi socialisti nel Novecento hanno mobilitato l’entusiasmo collettivo, sarebbe che nei prossimi sei mesi sessanta milioni di italiani, dai bambini ai nonnetti nessuno escluso, si mettessero a impiantare pannelli fotovoltaici su tutti i tetti d’Italia, case e fabbriche, scuole e ospedali e a tirar su capannoni per la biomassa. Questo però non solo è impossibile, ma non ci sono neppure abbastanza pannelli fotovoltaici per realizzarlo.

Tutto quanto ho qui scritto non è oggetto di documenti segretati e da me miracolosamente scoperti. Si trova con un poco di studio e di attenzione, sulle pagine del governo italiano e dei suoi ministeri, così come le pagine internet dell’Unione Europea.

Ora la vera disgrazia è che i ministri non sappiano quello che i siti internet dei loro stessi dicasteri spiegano. Sembra una corsa verso il baratro in cui chi guida non si preoccupa della direzione in cui si sta andando. Chiudere i rubinetti russi per l’Italia significa solo e soltanto un cosa: una catastrofe energetica.

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Davide Rossi

Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.