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Guerra in Ucraina: tra verità e fake news

In ogni guerra, se la speranza è l’ultima a morire, la verità è sempre la prima. Il conflitto in Ucraina, non è un’eccezione a questa regola. Come era prevedibile, in Occidente (Svizzera compresa) l’informazione di massa è diventata una cascata di menzogne, peraltro spesso triviali e facilmente confutabili. Da settimane il massacro di Bucha è sulla bocca di tutti, e sembra costituire l’ultimo chiodo nella bara delle relazioni tra Russia ed Europa. Ma anche sulle effettive responsabilità di questo “crimine russo” sussistono importanti dubbi. Cerchiamo dunque di fare chiarezza.

Russi criminali di guerra: dove sono le prove?

Passaggio obbligato della propaganda di guerra è la disumanizzazione del nemico. E il nemico, si sa, è sempre “rosso e viene dall’est”. Magari questa volta ha cambiato sfumatura, ma sempre della Russia si tratta. E quindi giornali e telegiornali si trovano alla costante ricerca del misfatto più disdicevole compiuto dalle truppe russe nei confronti della popolazione civile. Il quadro dipinto dall’informazione mainstream è uno solo: i russi sono un’orda barbarica venuta a devastare la pacifica e democratica Ucraina. Ma la realtà è ben diversa.

Il più delle volte, è proprio la Russia a preoccuparsi della sorte dei civili. Lo dimostrano gli innumerevoli corridoi umanitari annunciati dal Ministero della Difesa russo, volti ad evacuare la popolazione civile dalle zone degli scontri. Corridoi che sono falliti tutti senza eccezione. La colpa è dell’esercito ucraino, che tiene letteralmente in ostaggio i propri connazionali (leggi qui).

La tattica è molto semplice, e viene sempre utilizzata da chi sa che il nemico non può permettersi vittime civili: le truppe si trincerano nei centri abitati, mescolano le postazioni militari alle abitazioni civili, impedendo l’evacuazione della popolazione, trasformata suo malgrado in scudo umano per i difensori. Ciò permette all’esercito ucraino di neutralizzare la superiorità di fuoco dell’esercito russo. Una tattica certamente efficace, ma anche terroristica. È stata ad esempio impiegata dallo Stato Islamico nella difesa di Raqqa e Mosul.

A distanza di un mese pare essersene accorto persino il Washington Post (leggi qui). Che la situazione sia proprio questa è dimostrato da innumerevoli testimonianze fotografiche, nonché dai racconti dei profughi.

È ciò che descrivono i cittadini di Mariupol’, che hanno abbandonato in massa la città quando i russi sono penetrati profondamente nel perimetro cittadino. Scopriamo così, da fonti di prima mano, che quando la Russia ha aperto i corridoi umanitari, i difensori della città (costituiti in larga misura da formazioni neonaziste, quali “Azov” e “Settore Destro”) hanno impedito in tutti i modi l’evacuazione dei civili, giungendo a sparare sui cittadini in fuga. Molti innocenti hanno trovato così la morte, crivellati di proiettili dentro alle proprie vetture, nel tentativo di fuggire dalla trappola.

Come è stato spiegato dalla cronaca europea il fallimento dei corridoi umanitari? Affermando che la popolazione ucraina non vuole abbandonare le proprie case e arrendersi alla Russia. Affermazione falsa, visto che ovunque i militari russi abbiano sfondato le linee ucraine, i civili si sono diretti in gran numero verso i centri di accoglienza allestiti da Mosca. Ciò significa che i civili sono tenuti in ostaggio proprio dalle truppe ucraine. Nelle città assediate, il numero di persone uccise nel tentativo di fuggire verso le posizioni russe è nell’ordine di centinaia. L’esercito ucraino spara nella schiena alle stesse persone che ha giurato di difendere.

Altra leggenda sui “selvaggi russi” è la deliberata distruzione di infrastrutture civili, come ospedali e scuole. Molto scalpore ad esempio ha suscitato il bombardamento di un ospedale materno di Mariupol’, riportato il 9 marzo. Da parte ucraina è giunta la denuncia di questo “barbarico” attacco, e sono state fornite anche delle dimostrazioni fotografiche dell’accaduto. Ma a un’analisi più approfondita gli scatti risultano una messa in scena: il soggetto principale è infatti la stessa giovane madre, che più tardi si è rivelata essere una modella di Instagram “arruolata” per l’occasione. Lo ha affermato essa stessa davanti alle videocamere russe, ma anche a quella del giornalista italiano Giorgio Bianchi (vedi qui), aggiungendo di essere stata fotografata contro la sua volontà.

La mamma-modella di Mariupol ha poi dichiarato di essere stata fotografata contro la sua volontà.

Come sono andate davvero le cose? L’ospedale è stato in realtà sgomberato dagli ucraini per dislocarvi delle unità militari. Dopodiché la struttura è diventata un legittimo bersaglio per i russi. Questa versione dei fatti è stata confermata da alcuni soldati ucraini successivamente caduti prigionieri.

E non si tratta di un caso isolato: internet pullula di prove visive di soldati ucraini arroccati in ospedali, scuole, e persino asili. Ovviamente, ogni volta che i russi colpiscono tali obbiettivi, i media occidentali colgono l’occasione per “dimostrare” l’intenzionale distruzione di infrastrutture civili.

Ma in uno dei pochi casi in cui l’esercito russo ha intenzionalmente colpito un obbiettivo civile (la torre della televisione di Kiev), ha anche avvertito dell’attacco con ore di anticipo, per permettere ai civili di evacuare l’area.

Come sempre, la distruzione deliberata dell’infrastruttura civile avviene per mano degli ucraini, che fanno terra bruciata ogni qualvolta sono costretti ad abbandonare una posizione. Ciò è particolarmente evidente nel Donbass, dove i fascisti in ritirata fanno piazza pulita di linee elettriche, trasformatori, acquedotti, e in generale qualsiasi cosa capiti a portata di mano. Questi gesti, nonostante siano palesi crimini di guerra, non sono privi di una propria logica: gli ucraini sanno che, con ogni probabilità, non riusciranno a riprendere il controllo di questi territori, e dunque li lasciano alla Russia il più possibile devastati, costringendola in futuro ad investire ingenti risorse nella loro ricostruzione.

Ciò non dovrebbe stupire chi ha seguito le vicende ucraine degli ultimi otto anni: l’esercito di Kiev ha bombardato le città delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk ogni giorno, provocando regolarmente vittime civili. Uno stillicidio proseguito nell’assoluta indifferenza dell’Occidente e dei suoi professionisti dell’informazione.

La copertina de “La Stampa” sull’attacco a Donetsk

Il massacro degli abitanti del Donbass peraltro prosegue nonostante l’avanzata russa. Il 14 marzo un missile ucraino “Tochka-U” è stato lanciato verso il centro di Donetsk (leggi qui). Un attacco che non aveva alcuno scopo militare: si tratta di un ordigno ad alto potenziale distruttivo lanciato verso una zona densamente popolata e priva di obbiettivi militari. Intercettato in ritardo dalla contraerea, il missile ha provocato 23 morti e una trentina di feriti, tutti cittadini civili. Senza questo pur tardivo intervento, il numero di vittime sarebbe stato nettamente più alto. Un nuovo massacro, l’ennesimo nella drammatica storia della Repubblica Popolare di Donetsk. E va pure specificato che i missili “Tochka-U” lanciati sulle città della regione sono stati decine, tutti per tempo abbattuti dalla contraerea russa. Il massacro di Donetsk è solo un assaggio di quelle che sono le intenzioni dei nazisti ucraini.

Come è stato illuminato l’accaduto nella stampa europea? A differenza dello stesso missile lanciato sulla stazione di Kramatorsk (su cui peraltro sono stati identificati numeri di serie ucraini), in generale non se ne è parlato proprio: solo le immagini decontestualizzate della tragedia hanno ottenuto una certa diffusione. Prendiamo ad esempio la prima pagina del quotidiano La Stampa del 16 marzo, che presenta una grande fotografia scattata sul luogo dell’accaduto: un anziano disperato si copre la faccia con le mani, circondato dai corpi delle vittime. A caratteri cubitali, il titolo: “La carneficina”.

Ma i sottotitoli parlano di altro: “Così Kiev affronta l’assalto finale”, “I traumi dei bimbi in fuga a Leopoli”. Nessun riferimento a Donetsk. Insomma, senza dichiararlo apertamente, i virtuosi della penna che lavorano alla Stampa hanno imputato “la carneficina” ai russi.

Cosa è successo davvero a Bucha?

Ma il caso più lampante è ovviamente il presunto massacro di civili commesso dalle truppe russe nella cittadina di Bucha, nei pressi di Kiev. Sarebbero centinaia gli abitanti giustiziati e abbandonati per le strade, oppure seppelliti in fosse comuni. Bucha è stata prontamente inondata da frotte di giornalisti occidentali, che si accalcano uno sull’altro per immortalare ciò che gli ucraini vogliono far loro vedere. Lo stretto controllo ucraino e la selezione delle immagini da diffondere è stata confermata anche da alcuni giornalisti occidentali, come il fotoreporter francese Noël Quidu: “Io ho coperto molti conflitti in 35 anni e sono sempre stato sul fronte con i soldati. In Ucraina non è possibile. Ti fanno aspettare in albergo e poi ti portano in bus a fare un giro a Irpin o Bucha. Decidono loro cosa si può mostrare e cosa no. Ci sono immagini di distruzioni, nessuna dei combattimenti. I fotografi che riescono ad avvicinarsi al fronte sono rari e di sicuro sottoposti a stretti controlli” (leggi qui). Anche gli organismi della “giustizia internazionale”, nonché le onnipresenti (tranne che in Donbass) ONG votate alla difesa dei diritti umani, si stanno già occupando del problema, senza peraltro nascondere di aver già deciso chi è il colpevole.

Reporter occidentali a Bucha: in sei a fotografare un gattino.

Eppure molte cose non tornano. L’esercito russo ha abbandonato la cittadina il 31 marzo, mentre il massacro è stato scoperto soltanto il 3 aprile. I reporter che hanno visitato la località nei giorni precedenti non hanno segnalato nulla di eccezionale, aldilà delle tristi ma ormai “normali” distruzioni della guerra. Dunque cosa è successo davvero a Bucha? In aiuto ci giunge il sito della polizia nazionale ucraina (leggi qui), che il 2 aprile ha annunciato l’inizio della “pulizia” di Bucha da collaborazionisti e sabotatori. Il 3 aprile compaiono i cadaveri… Il quadro diventa più chiaro: buona parte delle vittime che ora sono attribuite ai russi potrebbero essere “collaborazionisti” e “sabotatori” liquidati dalle forze ucraine. Le virgolette sono d’obbligo, perché per “collaborazionista” i nazisti ucraini intendono chiunque abbia scambiato due parole con un soldato russo. Coloro che hanno semplicemente collaborato con le truppe russe per il funzionamento della vita civile, ad esempio aiutando nella distribuzione degli aiuti umanitari, sono nemici pubblici da eliminare.

Diversi indizi sembrano puntare a questa versione dei fatti, ad esempio il nastro bianco che molte vittime portano sul braccio. Questo è infatti un simbolo di riconoscimento che i russi usano per riconoscere alleati e civili non ostili.

Il nazismo ucraino ha inoltre il grande pregio di essere esplicito nei suoi intenti: il noto capobanda nazista Sergey Korotkikh ha pubblicato il video di un pattugliamento di Bucha. In esso si sente con chiarezza il seguente dialogo: «I ragazzi senza nastri blu, si può sparargli?» «Certo cazzo!»(vedi qui). Mentre il nastro bianco sul braccio è un segno di riconoscimento russo, quello blu è ucraino. Korotkikh ha poi eliminato il video, che però ha già fatto in tempo a diffondersi in rete. Sul web non mancano d’altronde varie altre testimonianze di violenze compiute dalle forze dell’ordine e dai servizi ucraini a danno di civili accusati di “collaborare con il nemico”, come qui a Dnipropetrovsk.

La propaganda attorno a Bucha lavora anche sul piano subliminale. Se, come tutto sembra indicare, si tratta di una provocazione (ma con morti veri) per accusare i russi, perché è avvenuta proprio a Bucha e non in qualsiasi altro centro abitato abbandonato da Mosca? Forse, vista l’assonanza tra Bucha e “butchery” (in inglese significa macello, massacro), si è pensato che avrebbe avuto maggior impatto sul pubblico anglosassone. Diamo anche un’occhiata a chi nello specifico è stato accusato dell’eccidio. Si tratterebbe del tenente-colonnello Omurbekov Azatbek Asanbekovic e della sua 64esima brigata di fanteria meccanizzata, secondo alcuni proveniente dalla Jacuzia, secondo altri dalla Buriazia, entrambe regioni della Siberia. Non aspettatevi grandi conoscenze geografiche da chi produce simili fake: il dato importante è che sia gli jacuti che i buriati sono popoli dagli evidenti tratti mongoli. Il messaggio subliminale è chiaro: ci troviamo di fronte all’orda di Gengis Khan, giunta a stuprare e devastare l’Europa. Svariati soldati jacuti di cui sono state pubblicate le foto sui principali giornali hanno peraltro già smentito la propria presenza in Ucraina, smontando così tale narrazione russofoba (leggi qui).

I soldati jacuti accusati del massacro di Bucha: in Ucraina non hanno mai messo piede.

Credete che stravolgere così spudoratamente le responsabilità di un massacro sia troppo persino per la propaganda atlantista? Vi sbagliate: basti ricordare il massacro di Racak del 1999, del quale erano state accusate le forze armate serbe giustificando l’inizio dei bombardamenti NATO su Belgrado, durati 78 giorni provocando centinaia di morti. Pochi anni dopo, l’équipe internazionale incaricata di accertare quanto avvenuto a Racak ammise di non avere prove che le vittime fossero effettivamente civili sommariamente giustiziati (leggi qui). Possiamo immaginare che alla disgraziata cittadina di Bucha sia ora riservato lo stesso compito.

Insieme alle accuse di crimini contro l’umanità si attiverà tutto il carrozzone della “giustizia” internazionale, a partire dal tribunale dell’Aja. Ovviamente è inutile aspettarsi un’inchiesta indipendente e davvero internazionale. Non si può dimenticare la faziosità di tali organi nelle indagini sui crimini di guerra in Yugoslavia, o sull’uso di armi chimiche in Siria. Non si può dimenticare come le organizzazioni umanitarie abbiano spudoratamente ignorato le atrocità dei terroristi islamici in Cecenia, salvo attivarsi quando i terroristi sono diventati un problema per l’America. Non si può dimenticare l’indagine sull’abbattimento del Boeing della Malaysia Airlines nei cieli del Donbass, di cui furono accusati, con prove inconsistenti, i separatisti filorussi. E ovviamente non possiamo dimenticare la missione dell’OSCE: come i ciechi nel dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, essa ha vagato nel Donbass per otto anni senza riuscire a vedere i crimini di guerra commessi quotidianamente dall’esercito ucraino.

La psicosi fomentata da Kiev contro i “collaborazionisti”

La caccia al “sabotatore” e al “collaborazionista” ha però mietuto vittime ben prima di Bucha. Nei primi giorni di guerra, senza alcuna forma di controllo, nei principali centri del paese sono state distribuite decine di migliaia di armi da fuoco (leggi qui).

Chiunque ha potuto dotarsi di un Kalashnikov senza dover nemmeno presentare il passaporto. L’obbiettivo dichiarato era quello di armare la popolazione civile per contrastare l’avanzata dei russi. Sorvolando sull’assurdità militare di una simile iniziativa, il risultato è stato ben diverso da quello sperato. Oltre alle armate Brancaleone composte di gente che non ha mai tenuto in mano un’arma nella propria vita, le bocche da fuoco sono finite in grandi quantità nelle mani di squadre neonaziste, nonché di semplici banditi, che le hanno messe subito all’opera nel saccheggio di negozi e abitazioni private. Così anche le città dell’Ucraina lontane dalla linea del fronte si sono trasformate in un campo di battaglia, dove le cosiddette “milizie territoriali” e i neonazisti si prendono a fucilate con i gruppi di banditi dediti al saccheggio. Superfluo dirlo, le prime due categorie si trasformano tranquillamente nella terza, quando si presenta l’occasione.

Le forze armate ucraine hanno distribuito armi a tutti i civili che ne hanno fatto richiesta.

A spargere sale sulla piaga è arrivata la fobia dei “collaborazionisti” e “sabotatori russi”, ampiamente fomentata dal governo. Proprio essa sta all’origine del massacro di Bucha, e di innumerevoli omicidi in diverse altre città. L’intelletto esagitato delle milizie territoriali vede una spia russa in qualsiasi passante: è sufficiente pronunciare male una parola in dialetto ucraino per far sorgere il sospetto. Come non detto, le vittime innocenti non sono tardate ad arrivare. Per i neonazisti, il caos diventa un’ottima occasione per regolare i conti con i propri nemici: comunisti, oppositori del governo, simpatizzanti filo-russi. Vittime che nessuno sta contando.

A completare il quadro grottesco è giunto l’ordine del presidente Zelensky di aprire le prigioni. E non certo per i detenuti accusati di “separatismo” (ossia gli attivisti filorussi), ma per i più sanguinari tagliagole: assassini, stupratori, ma soprattutto quei criminali di guerra che erano troppo efferati persino per gli standard dell’esercito di Kiev.

Putin: la creazione del mostro

La spiegazione delle origini del conflitto sembra ridursi principalmente a un punto solo: la guerra è voluta dal sanguinario tiranno Vladimir Putin, ed è frutto della sua pazzia. L’immagine del presidente russo è costruita sul modello preconfezionato del “dittatore nemico dell’Occidente”, come erano ad esempio Muhammar Gheddafi e Bashar Assad.

Da un lato vediamo la reductio ad Hitlerum: Putin è insomma, un novello Führer, un tiranno sanguinario guidato unicamente dalla sua sete di potere. Dall’altro Putin non è solo un dittatore, ma è pure pazzo. Ciò significa che non è più necessario cercare spiegazioni e risalire alle cause. La malattia mentale spiega tutto da sola.

Putin è da settimane indicato come un “novello Führer” con l’obiettivo di distruggere l’Europa.

Ecco dunque che lo psicoanalista Massimo Recalcati, celebre per la spiazzante banalità delle sue analisi, afferma che la guerra in Ucraina è risultato della mancata elaborazione da parte di Putin del lutto per il crollo dell’Unione Sovietica (leggi qui).

Isolato dal contesto storico in cui si è trovato ad agire, scollegato dalle motivazioni che lo hanno spinto su un certo percorso invece che un altro, e ovviamente tacendo l’ostilità euro-americana che lo ha costretto a diventare nemico dell’Occidente, Putin è diventano il ritratto ideale del mostro.

Se da una parte troviamo quello che è essenzialmente un cattivo da fumetto, dall’altra ci vuole necessariamente un supereroe. E nella narrativa ufficiale costui è Zelensky, che però, per quanto i giornalisti si sforzino di farlo sembrare tale, fa davvero fatica a entrare nella parte. Sarà perché non riesce a scrollarsi di dosso quell’aria da giullare che lo accompagna dai tempi dei siparietti comici in televisione, precedenti al suo ingresso in politica. Ma soprattutto per la triste consapevolezza che lui, Volodymyr Zelensky, non conta assolutamente nulla. È una marionetta nelle mani di Washington, senza il potere di firmare alcun accordo con Mosca nemmeno se ne avesse l’intenzione (leggi qui).

Russofobia: il razzismo toglie la maschera

Chiunque non si adegui alla linea ufficiale, ossia la condanna dell’“invasione” russa e la glorificazione della resistenza ucraina, è automaticamente un sostenitore di Putin: la sua opinione non è degna di essere ascoltata, e va censurata senza pietà, in barba a quella stessa libertà di espressione che si rinfaccia alla Russia di non avere.

Ma non illudiamoci che il problema riguardi solamente Putin. Anzi, la russofobia occidentale ha finalmente gettato la maschera dell’antiputinismo, e si è palesata senza vergogna per quello che è: puro e banale razzismo. Un razzismo che assume i tratti iconoclasti della cancel culture. Ecco dunque che all’Università Bicocca di Milano viene proibito Dostoevskij, in Lussemburgo coperta la statua di Jurij Gagarin, a Cardiff si esclude Tchaikovskij dai concerti, e l’Università della Florida cambia il nome di un’aula studio dedicata a Karl Marx, nonostante il grande filosofo non sia nemmeno russo ma ebreo tedesco…

Il sostegno all’Ucraina non si è limitato a sanzioni e a forniture militari, ma ha toccato anche l’arte e la cultura.

Alla National Gallery di Londra, il quadro Danzatrici russe di Edgar Degas è stato rinominato Danzatrici ucraine. Le donne raffigurate nel dipinto infatti portano nei capelli nastri di colore blu e giallo, come la bandiera dell’Ucraina, e tanto è bastato ai dirigenti del museo per “aggiornarne” il nome.

Quella in corso è anche una guerra di simboli. Pericolosa è diventata la lettera Z, utilizzata dai russi come segno di riconoscimento per i propri veicoli. La Germania ha annunciato che controllerà con attenzione l’uso che si fa di questa lettera: potrebbe infatti essere utilizzata come gesto di sostegno alle azioni russe. Per evitare equivoci, anche le aziende cercano di evitarne l’uso. Così la compagnia assicurativa svizzera Zurich ha fatto scomparire il proprio logo dalle pagine social, mentre la Samsung ha rimosso la lettera Z dal nome di tutti i modelli di smartphone che la riportavano. Insomma, siamo giunti persino a cancellare il nostro alfabeto, pur di non urtare gli animi esagitati di qualcuno.

Il picco dell’isteria è stato però raggiunto, come è giusto che sia, sempre in Ucraina. A Kiev l’ambasciata slovena è stata costretta ad abbassare la propria bandiera, troppo simile a quella russa.

Balle militari: nei media nostrani l’Ucraina sta vincendo

Un altro problema dell’informazione mainstream di casa nostra è la diffusione acritica di qualsiasi fantasia propagandistica che provenga da Kiev. Ma se l’Ucraina mente per mantenere alto il morale, i nostri giornali non hanno giustificazioni per riportare simili baggianate. Ecco dunque che i russi avrebbero già perso 17’000 uomini, cifra iperbolica che non trova alcun riscontro nelle osservazioni degli scontri. Il Ministero della Difesa russo ne riporta poco più di 1300, cifra probabilmente ribassata (sarebbe ingenuo aspettarsi il contrario), ma sicuramente più ancorata alla realtà.

Si moltiplicano le storie di incredibili atti di eroismo dei soldati ucraini, diffuse con grande zelo anche in Occidente. Ecco che nei primi giorni della campagna è salito agli onori delle cronache il “Fantasma di Kiev”, un pilota di caccia ucraino che avrebbe abbattuto diversi aerei russi nei cieli della capitale, dimostrando eccezionali capacità di combattimento. Ma, come spesso succede, la realtà si è rivelata molto più prosaica. Non è mai esistito alcun “Fantasma di Kiev”, e l’unico aereo che gli ucraini hanno abbattuto sopra la capitale era un caccia… ucraino, colpito da fuoco amico.

Stando ad ascoltare le stesse voci, sembrerebbe quasi che l’Ucraina stia vincendo la guerra, contrattaccando con successo i russi. Si tratta di un classico esempio di pensiero desiderativo, che attecchisce nelle menti delle persone proprio perché spaccia per vero ciò che si desidera essere tale. La Russia si è effettivamente ritirata dalla regione di Kiev, e in generale da quasi tutto il nord del paese. Non è però il risultato di una vittoriosa controffensiva ucraina: i russi se ne sono andati senza troppe pressioni, e stiamo ora vedendo queste truppe impegnate su altri scenari della guerra. È quella che si chiama “ritirata strategica”, mediaticamente amara per chi la compie, ma militarmente spesso necessaria.

Tuttavia, per essere assolutamente onesti, non bisogna nemmeno fiondarsi nella direzione opposta, ossia credere a qualsiasi dichiarazione provenga da Mosca. La propaganda di guerra esiste anche dall’altra parte della barricata (non potrebbe essere altrimenti), e se assorbita senza filtri rischia anch’essa di creare un’immagine distorta. Sebbene la Russia abbia ancora in mano l’iniziativa, non bisogna illudersi che questa guerra sia per essa una passeggiata. Anzi, una delle poche certezze che abbiamo è che si tratta già di una guerra sanguinosa, e che, salvo accordi di pace che appaiono ancora improbabili, non sarà breve.

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Nil Malyguine

Nil Malyguine, classe 1997, è studente in storia all'Università di Padova. Si occupa in particolare di storia della Russia e dell'Unione Sovietica. Dal 2020 milita nella Gioventù Comunista Svizzera.