//

Nuova legge del lavoro in Spagna. Per il PCE: “un miglioramento contro la precarietà”.

Dopo quasi dieci anni di lotte e manifestazioni, dopo la repressione e la criminalizzazione del sindacalismo di classe, in Spagna è stato raggiunto un accordo per superare la disastrosa riforma del lavoro imposta nel 2012 dal Partito Popolare (il partito della destra economica allora al governo), che aveva significato una drastica riduzione dei salari e una riduzione del potere contrattuale dei sindacati. Si tratta di una vittoria per Yolanda Díaz Pérez, attualmente a capo del Ministero del Lavoro, e per tutta la coalizione governativa che vede Unidas Podemos (UP), la coalizione di sinistra in cui operano anche i comunisti del PCE, alleata del Partito Socialdemocratico Operaio Spagnolo (PSOE). Va ricordato il contesto: delle sei riforme della legge spagnola sul lavoro intraprese in questi primi vent’anni del nuovo secolo, solo una è stata consensuale, quella del 2006, mentre le altre (quelle del 2002, del 2010 e del 2012) sono state unilaterali e hanno portato, non a caso, alla convocazione di scioperi generali da parte delle organizzazioni sindacali: il fatto che oggi l’accordo sia tripartito è un segnale dei nuovi rapporti di forza a favore della sinistra.

Le conquiste che soddisfano i sindacati

L’ultimo giornale delle Comisiones Obreras (CCOO), il sindacato vicino al PCE

Le trattative tra i sindacati, il governo ed i datori di lavoro si sono concluse dopo mesi di intensi dibattiti in cui l’elemento chiave è stato il lavoro temporaneo. I contratti temporanei rappresentano un’alta percentuale in Spagna, specialmente tra la popolazione giovanile: sette giovani su dieci hanno infatti un contratto di durata determinata. Su questo punto la nuova legge garantirà che l’esternalizzazione attraverso il subappalto sia soggetta al contratto collettivo di lavoro di riferimento per l’attività svolta, indipendentemente dalla ragione sociale e dalla forma giuridica dell’impresa: “è un duro colpo per fenomeni precari come le imprese multiservizi” ha commentato il mensile marxista “Mundo Obrero”. In effetti ora la durata massima di un contratto temporaneo passerà da quattro anni a dodici mesi e si dovrà giustificare i motivi per cui si siglano un tale contratto: saranno ammesse solo circostanze particolari relative a picchi di produzione (per un massimo però di sei mesi) o a una supplenza di un lavoratore temporaneamente assente. I rappresentanti dei lavoratori si erano posti però un altro obiettivo: il recupero generale del ruolo della contrattazione collettiva, e hanno vinto garantendo ora la prevalenza degli accordi settoriali su quelli aziendali. Inoltre in caso di abusi o di mancato rispetto del Contratto Collettivo di Lavoro le sanzioni arriveranno a 10’000 euro non più per azienda, ma moltiplicati per ogni lavoratore impiegato in quella data ditta, il che dovrebbe aumentare significativamente il potere dissuasivo della sanzione amministrativa. Alle amministrazioni pubbliche infine sarà vietato procedere a licenziamenti collettivi.

Il PCE: “un cambiamento di tendenza storica”

Il Partito Comunista di Spagna (PCE) presieduto dall’ex-deputato José Luis Centella parla di “accordo tripartito senza precedenti con una riforma del lavoro più favorevole agli interessi dei lavoratori” che “farà avanzare le posizioni della classe operaia” e spiega: “nonostante le contraddizioni che si sono dovute superare, e nonostante quelle che ancora permangono, riconosciamo che la tenacia e la fermezza di Unidas Podemos e dei sindacati è ciò che ha permesso di realizzare il programma del governo sulle questioni del lavoro attraverso il dialogo sociale”. Il PCE si felicita poi che il padronato sia oggi spaccato: gli imprenditori sarebbero infatti “consapevoli del significativo arretramento delle loro posizioni”. La destra e l’ultradestra – continua il comunicato del PCE – “ruggiscono di impotenza per il fallimento della loro strategia di confronto destabilizzante e, soprattutto, per il nuovo successo del governo progressista”. Secondo i comunisti l’accordo rappresenta insomma “un passo avanti nella lotta contro la precarietà” poiché “rafforza e generalizza i contratti a tempo indeterminato come regola generale, limitando e causalizzando i contratti temporanei, così come l’uso del subappalto”. Non è tutto, la legge ora include misure alternative ai licenziamenti, e migliora anche la tutela legale degli operai attraverso un’espansione dei mezzi e della capacità sanzionatoria dell’ispettorato del lavoro, il quale si vedrà dotato di un numero maggiore di funzionari addetti al controllo. 

Il presidente del PCE José Luis Centella

Resta lo scetticismo dei partiti comunisti di opposizione

Più critici gli altri due partiti marxisti-leninisti che non supportano la coalizione di sinistra al governo a Madrid. Il Partito Comunista Operaio Spagnolo (PCOE) guidato da Francisco Barjas contesta i “discorsi magniloquenti” a spiega che se è vero che questa nuova riforma del lavoro ridurrà il lavoro temporaneo, non bisogna scordarsi che “la precarietà dell’attuale mercato del lavoro non è solo ed esclusivamente il risultato dei tipi di contratto, ma anche di altre questioni come il costo del trattamento di fine rapporto o i periodi di prova dei contratti, che rendono molto più facile per le aziende liberarsi dei lavoratori”. Occorrerà quindi vedere quale impatto potranno avere in futuro i cambiamenti nei tipi di contratto, ma – afferma il PCOE – “analizzando il mercato del lavoro attuale e il grado di decomposizione del capitalismo, è sciocco pensare che le sfumature introdotte in questa riforma del lavoro riducano il lavoro temporaneo e precario”.

Non esulta nemmeno il Partito Comunista dei Popoli di Spagna (PCPE) diretto dal segretario generale Julio Diaz che accusa il governo per il fatto che “nessuno dei suoi piani prevedeva che il nuovo diritto del lavoro superasse i limiti imposti dal governo centrale dell’oligarchia UE”. Il PCPE insomma avrebbe preteso un’azione più decisa contro le norme sul lavoro dell’Unione Europea, ma non basta: la critica colpisce pure i sindacati – in particolare l’UGT vicina ai socialisti e le CCOO vicine ai comunisti – i quali firmerebbero accordi e prenderebbero decisioni “che non sono mai sottoposte a discussione nelle strutture di base di questi sindacati, al punto che questo nuovo diritto del lavoro è stato conosciuto dai loro membri e dalle loro federazioni nello stesso momento del resto della cittadinanza”. 

 529 visite totali,  3 visite odierne