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La Bielorussia di fronte all’odio occidentale

Alexander Lukashenko è bollato come dittatore da 25 anni, ossia da quando ha mandato via il FMI e la Banca Mondiale”. Per Marcel Gerber, buon conoscitore della Bielorussia, il piccolo paese europeo è al centro degli interessi occidentali perché è l’unico stato dell’ex URSS “che non è stato ‘democratizzato’ da una brutale transizione al capitalismo”.

La notte dell’8 dicembre 1991, tre persone sono riunite in una remota dacia nella foresta bielorussa. Sono Boris Eltsin, presidente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, Stanislaw Shushkievich, presidente della Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa, e Leonid Kravchuk, presidente della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Alla fine di una serata di bevute, i tre protagonisti decidono democraticamente, con tre voti non contrastanti, di porre fine all’esistenza dell’URSS, nonostante il recente voto della popolazione sovietica del 17 marzo 1991, che si è espressa nella misura del 78% a favore del mantenimento dell’URSS con l’80% di partecipazione. La Bielorussia, una delle quindici repubbliche che formavano l’URSS, diviene un paese veramente indipendente per la prima volta nella sua storia. Tradizionalmente agricolo, il paese era diventato la parte più sviluppata dell’URSS sul piano agro-alimentare, metallurgico, chimico, nella produzione di macchine e veicoli commerciali, con un alto livello di istruzione. Un paese piatto e boscoso con poche risorse naturali, era anche fortemente dipendente dal commercio con altre repubbliche sovietiche.

Quello che è successo dopo è ben noto. La “nomenklatura” corrotta delle altre ex repubbliche sovietiche, le organizzazioni mafiose e i predatori occidentali si sono spartiti la maggior parte della ricchezza creata da tutti i cittadini, portando a un forte calo della produzione e a una diminuzione del tenore di vita. Ciò spiega perché la nostalgia dell’URSS è diffusa in questi paesi.

Leonid Kravchuk, Stanislaw Shushkievich e Boris Eltsin, i tre uomini che nella notte dell’8 dicembre 1991 decretarono la fine dell’URSS.

Itinerario di un “dittatore”

L’attuale presidente bielorusso Alexander Lukashenko è nato il 30 agosto 1954. Dopo la scuola obbligatoria, studia alla facoltà di storia dell’Istituto Pedagogico di Mogilev, laureandosi nel 1975. Si iscrive al Partito Comunista nel 1979. Si è laureato all’Accademia agraria bielorussa nel 1985. Nel 1987 assume la gestione di una fattoria collettiva fino al giugno 1993. Nel 1990, Alexander Lukashenko entra in politica e viene eletto al Parlamento della Repubblica Sovietica Bielorussa. Vi crea un gruppo in parlamento chiamato “Comunisti per la democrazia”, proponendo la decentralizzazione del potere e una maggiore autonomia della Bielorussia dalla leadership di Mosca. Dopo la fine dell’URSS, Alexander Lukashenko si oppone pubblicamente allo sviluppo capitalista del paese. Nel 1993 viene eletto presidente della commissione anticorruzione del Parlamento bielorusso, un lavoro a tempo pieno. La sua lotta contro la corruzione e i privilegi dei leader “storici” accusati di malversazione lo rende molto popolare.

Nel 1994, si svolge la prima elezione presidenziale del nuovo stato, con sei candidati, compresi gli uomini al potere dall’era sovietica. Alexander Lukashenko si candida con un programma di conservazione delle principali conquiste del governo sovietico: salute, istruzione, piena occupazione, servizi sociali, proprietà statale delle grandi imprese e della terra. Si impone al primo turno con il 45% dei voti e vince il secondo turno con oltre l’80% dei suffragi. All’età di 40 anni, è il primo presidente democraticamente eletto del nuovo stato bielorusso.

Presidente con poteri limitati di fronte al vecchio apparato statale ostile al programma per il quale era stato eletto, Alexander Lukashenko propone nel 1996 una nuova Costituzione che rafforza i poteri presidenziali. La nuova carta fondamentale viene approvata dal 70% degli elettori con un’affluenza superiore all’80%. Il paese si chiama ora Repubblica di Bielorussia e ha una nuova bandiera rossa e verde. Alexander Lukashenko applica poi con autorità e determinazione il programma per il quale era stato eletto, cioè la realizzazione di un “socialismo di mercato” che permettesse l’esistenza di un’economia privata, ma con limitazioni che impedissero la creazione di uno strato di grandi capitalisti.

Nel 1994, Alexander Lukashenko diviene il primo presidente del nuovo Stato bielorusso.

Grazie a questa politica, la nuova Repubblica di Bielorussia è uscita in pochi anni dal marasma post-sovietico ed è diventata rapidamente un paese sviluppato sotto tutti i punti di vista – industriale, agricolo, nuove tecnologie – migliorando i propri servizi pubblici, puntando prima di tutto sull’istruzione e la salute. Secondo la Banca Mondiale, la Bielorussia ha il più basso tasso di povertà in Europa. Come nell’ex URSS, ogni cittadino ha il lavoro garantito. Nel 2015, la Banca Mondiale stimava il tasso di disoccupazione in Bielorussia allo 0,5%.

L’offensiva occidentale

L’evoluzione della Bielorussia, l’unica continuità di successo dell’URSS, è stata tutt’altro che piacevole per le potenze occidentali come gli Stati Uniti o l’Unione Europea, che sperano ancora di mettere le mani sulla ricchezza del paese o, come la NATO, vogliono controllarlo per avvicinarsi militarmente a Mosca. Queste sono le ragioni principali dell’odio contro la Bielorussia. Le azioni per “democratizzarla” non sono state particolarmente sottili. È stata persino dichiarata parte dell'”asse del male” dall’amministrazione Bush. Questa offensiva è permanente e sono state create delle apposite strutture di intervento, compresa la creazione di pseudo-organizzazioni non governative. Il 20 ottobre 2004, il Congresso degli Stati Uniti ha persino approvato una legge specifica volta a “stabilire la democrazia in Bielorussia” (il Belarus Democracy Act del 2004). Questa legge stanzia decine di milioni di dollari all’anno per creare e sostenere un’opposizione che possa prendere il potere a Minsk.

Allo stesso modo, il denaro fluisce da varie agenzie statali – USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), NED (National Endowment for Democracy, presentata come un’organizzazione “privata non governativa”, ma quasi interamente finanziata da Washington), l’Unione europea, ecc. – o organizzazioni private – come le reti di George Soros o dei due partiti americani. Questi “aiuti” sono d’altronde pubblicati su Internet sotto il pretesto di “azioni per la democrazia”.

Un altro asse della disinformazione è quello di far credere alla gente che i bielorussi vivano sotto il terrore. Questo popolo è molto accogliente e conosce molto bene la situazione dei paesi circostanti, con un’educazione alle lingue straniere ben sviluppata. Il livello di vita è relativamente alto, senza la miseria apparente delle nostre società occidentali. Una società “pacifica”, con gente rilassata e sorridente. Senza soffermarsi su ciò che si può sentire lì, si è molto lontani dall’immagine data di questo paese, di cui non si vede praticamente nulla a parte i manifestanti filo-occidentali, che non osano presentare apertamente il loro programma di privatizzazione generale con adesione all’UE e alla NATO.

L’industria bielorussa, al contrario di quella degli altri paesi dell’ex URSS, è stata sottratta alle privatizzazioni selvagge.

Eppure i predatori occidentali pronti a fare a pezzi la Bielorussia sanno cosa c’è in palio, come sottolinea un rapporto di Anders Aslund, uno degli autori della “terapia d’urto” che ha devastato gli altri paesi dell’ex blocco sovietico: “I turisti che visitano la Bielorussia sono sorpresi. Questa è l’ultima economia sovietica che funziona davvero. […] Questa economia industrializzata è dominata da circa 40 imprese statali, soprattutto nell’industria pesante. Fanno ancora […] prodotti sovietici, ma sono i migliori prodotti sovietici che abbiate mai visto. […] I problemi macroeconomici sono minimi. L’inflazione è sotto controllo e intorno al 5%. Il deficit di bilancio ufficiale è minimo e il debito pubblico totale è limitato al 35% del PIL. […] Nel complesso, la struttura della pubblica amministrazione è in buono stato, forse la migliore dell’ex URSS. […] Non ci sono grandi imprenditori privati o oligarchi in Bielorussia. La corruzione è ancora sorprendentemente rara…”.

L’unica paura per i predatori occidentali è la concorrenza degli oligarchi russi, che sono altrettanto rapaci, ma meglio piazzati se il sistema attuale venisse sostituito. La Bielorussia sta quindi subendo una guerra sotterranea che potrebbe un giorno trasformarsi in una guerra vera e propria, con i paesi vicini della Lituania, Polonia o Ucraina sempre più armati per essa con il pretesto della “minaccia russa”.

Il sostegno popolare di Lukashenko

Perché la maggioranza della popolazione sostiene Alexander Lukashenko ad ogni elezione? Ci sono diverse ragioni. Prima di tutto, i bielorussi hanno una nazione indipendente per la prima volta nella storia. In secondo luogo, avendo vissuto una vita difficile in passato, sanno a chi devono la loro situazione attuale. Infine, vivono in una società senza grandi problemi sociali.

Il sostegno al presidente Lukashenko rimane elevato, come dimostrato in risposta alle agitazioni filo-occidentali.

Come possiamo caratterizzare il sistema in Bielorussia? Alexander Lukashenko agisce secondo i diritti conferitigli da una costituzione adottata a larga maggioranza e grazie alle sue successive rielezioni. Attua la politica per la quale è stato eletto con uno stretto controllo sulla sua attuazione, che molto spesso dettaglia alla televisione di stato – troppo, per alcuni. È possibile caratterizzare il sistema bielorusso come “social-populista”, sociale per la conservazione degli aspetti positivi dell’ex URSS, e populista perché il presidente si comporta come “il padre della nazione”. Ma la Bielorussia non è uno stato socialista in senso stretto, basato su una democrazia diretta come quella praticata dalla Comune di Parigi.

Come nell’ex URSS, anche in Bielorussia vi è un apparato statale con i propri interessi che potrebbe opporsi alle richieste di uno stato veramente socialista, con il potere nelle mani dei lavoratori, nel quadro di uno stato basato sul socialismo. La pratica di Alexander Lukashenko è autoritaria nel senso che impone la sua concezione dello sviluppo del paese, come ad esempio le agro-città create per ridurre il divario rurale-urbano.

Un futuro incerto

Sapendo di non essere eterno, Alexander Lukashenko ha proposto lo scorso autunno di discutere e votare una nuova costituzione che sostituisca il sistema presidenziale con uno basato sul predominio dell’Assemblea Nazionale. La Bielorussia sarà in grado di continuare a svilupparsi in modo da resistere alle offensive ostili, mentre la base maggioritaria di sostegno al presidente, la generazione che ha vissuto i problemi degli ultimi decenni del secolo scorso, viene gradualmente sostituita da una gioventù che potrebbe essere meno immune alle sirene occidentali? Il futuro della Bielorussia rimane quindi incerto.


Il presente testo è una traduzione dal francese di un articolo apparso su Le Courrier (vedi qui l’originale).

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