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Mao Ze Dong, Deng Xiaoping e Xi Jinping, la continuità di un marxismo di successo che innervosisce l’Occidente

I media occidentali e i loro presunti grandi esperti di Cina ci hanno riversato in questi giorni una caterva di articoli, tutti uguali, con cui vorrebbero spiegarci la presunta cattiveria dei comunisti cinesi, al punto che manipolano la storia.

Premesso che il giudizio sui fatti passati si alimenta di nuove interpretazioni e di nuove analisi in ogni nazione, grazie anche al lavoro degli storici, non si capisce perché la prima nazione del mondo dovrebbe serbare pietrificate – come un gruppuscolo vetero-maoista europeo reduce degli anni ’70 – considerazioni che sono ovunque superate da una analisi più accurata dei fatti.

Il dato significativo è che per la terza volta in un secolo il Partito Comunista Cinese ha convocato i suoi dirigenti per discutere una risoluzione sulla storia del Partito, i precedenti risalgono al 1945, quando Mao ha gettato le basi riassuntive della tribolata storia del comunismo cinese verso la vittoria nella guerra civile e l’edificazione della repubblica socialista, e al 1981.

Proprio nel 1981 il Partito ha dichiarato che Mao Ze Dong è il padre della patria, che il suo ruolo nella fondazione del Partito, in tutta la guerra civile e non solo con la Lunga Marcia, nella lotta contro i giapponesi e i nazionalisti cinesi, fino alla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949 è stato quello di uno dei più grandi giganti della storia. Nello stesso documento si segnala che il Mao dirigente del nuovo stato (1949 – 1966) sia stato un mediocre amministratore che ha commesso svariati errori, come il Grande Balzo e la disastrosa e non riuscita industrializzazione con la produzione di acciaio modesto per qualità e inservibile, oltre che danni in campo agricolo con le conseguenti carestie, infine che il Mao della Rivoluzione Culturale (1966 – 1976) sia stato una catastrofe per il paese, avendo quella stagione chiuso le università, mortificato e danneggiato l’economia in ogni settore, portato alla morte il presidente Liu Shaoqi capace di una grande visione del futuro, fondata sullo sviluppo economico della nazione cinese.

Tuttavia nel 1981 i grandi media occidentali invece di soffermarsi su questi corretti e accurati giudizi storici, invece di informare sulla ribadita scelta marxista del gruppo dirigente cinese, hanno concentrato i loro articoli sulla necessità voluta allora dal grande Deng Xiaoping di sviluppare le forze produttive, di recuperare per la Cina il decennio perso con la Rivoluzione Culturale, di trasformare la Cina nella prima potenza economica mondiale, partendo da un prodotto interno all’epoca ai livelli dei più poveri paesi del terzo mondo. Il problema è che i media occidentali, invece di riconoscere in queste scelte una nuova tappa del socialismo cinese, hanno creduto che lo sviluppo delle forze produttive, la crescita e il miglioramento delle condizioni di vita dei cinesi, sempre realizzate sotto il controllo pubblico e statale – ma questo se lo sono dimenticati – fossero la premessa per una svolta liberista e liberal della Cina. Chi invece abbia letto i documenti del Partito Comunista Cinese di quegli anni e di tutti i seguenti, ha potuto constatare con chiarezza che i cinesi volevano diventare i primi nell’innovazione tecnologica e nell’intelligenza artificiale, i primi al mondo nel sistema produttivo e bancario, ma che tutto doveva rimanere pubblico e al servizio del popolo e che se i loro concorrenti occidentali non lo capivano, non era un problema dei cinesi.

Il Partito Comunista Cinese e Xi Jinping nel nuovo documento hanno ribadito e confermato in ogni minimo dettaglio il giudizio che dal 1981 è condiviso dal Partito stesso e dagli storici cinesi e da molti altri di tutto il mondo sulla storia della Cina. Quindi non esiste alcuna novità e men che meno “manipolazione” o “riscrittura” politica della storia, compiuta autoritariamente dal Partito o da Xi Jinping. Se si vuole rimanere nello specifico del documento, la sola vera novità – ovviamente trascurata dai media occidentali – è nella convinzione che in questi quarant’anni si sia permessa una diffusione, a tutti i livelli, di modelli culturali estranei ai valori della giustizia sociale e dell’uguaglianza promossi dal marxismo e quindi si debba operare nel presente e nei prossimi anni per una loro più chiara affermazione nella società a tutti i livelli, a partire da tutti gli ambiti culturali.

Concludendo occorrerebbe capire perché, al netto della solita diffamazione e disinformazione sinofobica, sia stata scatenata una così ridicola e simultanea campagna falsificatoria.

Probabilmente si vuole far passare la solita idea – propagandata con insistenza – di una Cina autoritaria, affarista, manipolatrice. Sul quotidiano romano “Il Tempo” si è letto in questi giorni un articolo ridicolo dal titolo: “La guerra tra Cina e Stati Uniti dietro alle proteste dei no-vax. Servizi segreti in allerta per le ombre gialle”, è evidente dunque che speculare sulle “ombre gialle”, con chiaro razzismo, fomentare la scarsa conoscenza dell’opera di Mao Ze Dong cavalcando qualche retaggio sessantottino nostalgico della Rivoluzione Culturale, serva per confermare la falsa idea di una Cina che avrebbe tradito il “comunismo” romantico e da cartolina, lo stesso che da un quarto di secolo viene appioppato del tutto impropriamente a un marxista serio e conseguente come Ernesto Che Guevara, trasformato in Occidente in un ingenuo stupidotto, ovviamente reso innocuo perché depurato di ogni suo pensiero, così ricco invece, contro il sistema liberista e capitalista.

La realtà invece, molto scomoda per tutti i media occidentali e per tutto l’Occidente, è che la Cina rappresenta una nazione che opera per la pace e la cooperazione tra le nazioni di tutto il mondo e che il marxismo – leninismo resta lo strumento d’analisi della realtà e l’orizzonte culturale, politico ed economico del Partito Comunista Cinese e di una nazione che ha dimostrato come l’ideale socialista non si trovi sotto le macerie del Muro di Berlino e quelle della fine dell’Unione Sovietica, ma sia ogni giorno di più un pensiero capace di offrire, contro il liberal – liberismo, una alternativa credibile e di successo, decisa a dimostrarsi sempre più vincente in questo XXI secolo.   

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Davide Rossi

Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.