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Mentre la Svizzera neutrale chiude l’agenzia consolare, la Cina non molla il popolo afghano e insiste sulla diplomazia!

I talebani hanno affermato che, con la disfatta americana e il fuggi fuggi generale degli invasori occidentali, la guerra in Afghanistan iniziata nel 2001 è da considerarsi finita e che dunque ora intendono garantire la sicurezza sia dei cittadini afgani sia delle missioni diplomatiche straniere in Afghanistan. Ci possiamo credere? Stando ai media occidentali assolutamente no, stando invece alla Cina, alla Russia e alla Turchia sì: questo perché perlomeno i talebani sono una forza nazionale che ha resistito all’occupazione militare straniera e ha saputo conquistare un ampio consenso fra le masse popolari del proprio paese, tanto che nessuno – tantomeno i militari afghani addestrati dalla NATO – ha opposto resistenza alla loro ultima avanzata verso la capitale, unica vera roccaforte controllata dagli invasori euro-americani. Nel frattempo il presidente Ashraf Ghani, che il popolo afghano ha sempre considerato un “burattino” e un “collaborazionista” è scappato alla chetichella rubando persino una parte del tesoro statale.

Dell’emiro afghano si parlava già ai tempi di Lenin

Al di là di queste evidenze, ci si pone però un difficile interrogativo: come va letta la vittoria talebana da un punto di vista marxista? Il leader della Rivoluzione bolscevica Vladimir Lenin spiegava che il movimento nazionale dei paesi oppressi si deve considerare non dal punto di vista delle democrazie liberali, ma dal punto di vista dei risultati effettivi nella lotta su scala mondiale contro l’imperialismo: checché se ne possa pensare dei talebani in sé da una prospettiva di sinistra e laica, la loro vittoria nel proprio paese rappresenta una disfatta per l’imperialismo e il colonialismo e, perlomeno in questo, è progressista! La contraddizione insomma per i marxisti non è se un governo è laico o religioso, patriarcale o femminista, ma se questo governo è espressione delle forze che difendono l’indipendenza del Paese o se è subalterno a una potenza estera. Nell’importante saggio edito dai comunisti sovietici nel 1924, intitolato “Principi del leninismo”, si legge questo fondamentale passaggio: “La lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo, mentre la lotta di certi «ultra» democratici e «socialisti», «rivoluzionari» e repubblicani durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l’imperialismo”. Ma andiamo oltre e guardiamo ai giorni nostri, osservando qual è stata la reazione del Partito Comunista alla guida della Repubblica Popolare Cinese.

L’Afghanistan agli afghani, non agli americani!

La Cina “rispetta le scelte del popolo afghano” e spera in una transizione pacifica: questo ha dichiarato Hua Chunyin, portavoce del ministero degli esteri di Pechino, che ha pure ammesso che in tutti questi anni la Repubblica Popolare “ha mantenuto i contatti con i talebani afghani sulla base del pieno rispetto della sovranità nazionale afghana e della volontà di tutte le fazioni del paese”. In effetti il 28 luglio scorso, il ministro degli esteri (nonché dirigente del Partito Comunista Cinese) Wang Yi ha incontrato a Tianjin il mullah Abdul Ghani Baradar, capo politico dei talebani. La Cina – ha continuato la portavoce governativa – “si aspetta che i talebani adempiano al loro impegno per garantire una transizione senza intoppi, frenare tutti i tipi di terrorismo e atti criminali, tenere il popolo afghano lontano dalle guerre e ricostruire la loro bella patria” e ha auspicato che i talebani “si uniscano con tutti i partiti e i gruppi etnici in Afghanistan per stabilire una struttura politica ampia e inclusiva che si adatti alle proprie condizioni nazionali per gettare le basi per realizzare una pace duratura in Afghanistan”.

Il ministro Wang Yi ha incontrato poche settimane fa il mullah Abdul Ghani Baradar.

Mentre tutti scappano, la Cina tiene aperta l’ambasciata a Kabul

In molte occasioni i talebani hanno espresso la speranza di sviluppare solide relazioni con la Cina dicendo che non vedono l’ora che la Cina partecipi alla ricostruzione e allo sviluppo economico dell’Afghanistan, e che non permetteranno mai a nessuna forza di usare il territorio afghano per mettere in pericolo la Cina. Questo almeno quanto emerge dalla conferenza stampa del ministero degli esteri di Pechino. Hua Chunyin ha chiarito che “la Cina rispetta il diritto del popolo afghano di determinare indipendentemente il proprio destino, ed è pronta a sviluppare relazioni di buon vicinato, amichevoli e cooperative con l’Afghanistan, e a svolgere un ruolo costruttivo nella pace e nella ricostruzione dell’Afghanistan”, ha detto sempre Hua, che a una precisa domanda di un giornalista ha negato che Pechino intenda ritirare la propria rappresentanza diplomatica: “l’ambasciata cinese in Afghanistan sta ancora funzionando normalmente, e l’ambasciatore e il personale dell’ambasciata stanno ancora svolgendo i loro compiti”. Dalle informazioni frammentarie di cui disponiamo a Kabul attualmente restano attivi solo i diplomatici cinesi, russi e turchi: per contro la Svizzera “neutrale” ha preferito ritirare il proprio personale. Pazienza: vorrà dire che la trattativa con il nuovo governo afghano affinché rispetti il diritto internazionale e i diritti umani sarà opera dei cinesi e non degli svizzeri come sarebbe stato il caso in passato…

Perché i comunisti cinesi cercano il dialogo coi talebani?

Il paese occupa una posizione strategica e sensibile per tutta l’Asia centrale.

I talebani sono oggi qualcosa di più che una semplice organizzazione terrorista integralista islamica: sono diventati una forza politica a capo di un intero paese. Hanno preso il potere senza sparare un colpo, nessuno ha organizzato una resistenza ai loro danni. Non esiste alcuna opposizione reale, cioè di massa, e men che meno laica, al di fuori forse di Kabul. In questo contesto il governo cinese sa di trovarsi in una situazione delicata poiché i talebani possono essere fonte di radicalizzazione per gli uiguri nello Xinjiang e in generale per le minoranze musulmane in Cina. Il ministro degli esteri di Pechino infatti ha sollecitato i nuovi dirigenti afghani ad assumersi le responsabilità di un partito al governo e di “rompere le relazioni con tutte le forze terroristiche”.

Immaginare una nuova opzione militare contro i talebani per la Cina è insomma da escludere: significherebbe non solo imbarcarsi in una nuova devastante guerra che durerebbe altri 20 anni, ma potrebbe portare alla destabilizzazione interna della stessa Repubblica Popolare. La via delle sanzioni economiche, come probabilmente i paesi occidentali caldeggeranno, porterà solo alla fame i civili: i comunisti cinesi sono invece convinti che per arrivare al progresso ci voglia cooperazione e sviluppo economico e infrastrutturale, certamente non embarghi. Resta, a questo punto, una sola terza via: aprire negoziati diplomatici e commerciali anche se l’interlocutore la pensa diversamente da te. L’alternativa è una instabilità molto pericolosa dell’area ex-sovietica e eurasiatica e flussi migratori incontrollati: una strategia del caos che potrebbe far piacere a Joe Biden, ma evidentemente non a Xi Jinping.

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