Il precariato giovanile è una piaga della nostra società: fermiamolo!

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Da più di un anno a questa parte, stiamo vivendo una situazione difficile, caratterizzata da questa pandemia che ha stravolto le nostre vite. Prima della pandemia, però, non si può certo dire che fosse tutto rose e fiori: disoccupazione, dumping salariale e occupazionale, precariato, insomma, lo sfruttamento era già all’ordine del giorno e la pandemia, con la crisi economica ad essa legata, non ha certo creato nuovi problemi, bensì ha esacerbato quelli già esistenti.

Da secoli ormai, la borghesia si è infatti rivelata essere estremamente ingegnosa nella ricerca di nuove modalità per incrementare lo sfruttamento delle masse lavoratrici. Benché lo strumento di tale sfruttamento sia rimasto pressoché lo stesso (il lavoro salariato), il capitalismo ha sviluppato – anche grazie alle più moderne tecnologie – nuove formule contrattuali, nuovi modelli lavorativi, nuovi stratagemmi con cui assicurarsi ingenti profitti a scapito dei lavoratori. Di questo processo, accelerato da diversi fattori negli ultimi decenni, saranno in modo particolare le future generazioni di lavoratori a dover pagare il prezzo, attraverso riduzioni di salario e di diritti che soltanto la lotta collettiva può riuscire a contrastare.

La più recente innovazione sul fronte dello sfruttamento è nota sotto l’accattivante nome di “flessibilità”, corrispondente a varie forme di modulazione del lavoro che in definitiva indeboliscono il potere contrattuale della forza-lavoro in favore del padronato. Una prima forma di flessibilità è quella dell’occupazione, che la borghesia promuove attraverso la maggiore libertà di licenziamento, l’indebolimento delle garanzie contrattuali ed il crescente ricorso al lavoro su chiamata, istituzionalizzato da svariate piattaforme digitali e dalle agenzie interinali. La pandemia ha ben dimostrato con quanta disinvoltura gli strumenti volti a promuovere la flessibilità dell’occupazione e della prestazione vengano utilizzati dal capitale, che non ha esitato a licenziare schiere di lavoratori precari e di interinali ai primi accenni di rallentamento economico.

Oltre alla flessibilità dell’occupazione, la borghesia ha promosso anche la flessibilità della prestazione, a causa della quale il singolo lavoratore può veder variare il suo tempo di lavoro (e di conseguenza il suo salario) di giorno in giorno, come sempre in funzione delle necessità dell’azienda. Il padronato sta così riuscendo spesso laddove ha fallito per decenni, ovvero nell’estensione della giornata lavorativa, nella re-introduzione del lavoro a cottimo e nella riduzione della regolamentazione del mercato del lavoro: tutte pratiche che la lotta di classe era riuscita a limitare (o anche a vietare) a costo di lunghe e dure battaglie.

Le varie forme di lavoro flessibile divengono inoltre spesso un modo per scaricare sui lavoratori alcuni costi di produzione di norma assunti dall’azienda, come ad esempio quelli per gli spazi e gli strumenti di lavoro come nel caso del telelavoro, la cui implementazione, se non per motivi sanitari come nel caso dell’attuale pandemia, deve essere assolutamente contrastata da parte del fronte progressista, sia a causa delle conseguenze negative che esso ha sui diritti dei lavoratori, sia a causa del conseguente incremento della parcellizzazione della classe lavoratrice, che impedisce lo sviluppo di relazioni personali, di forme di solidarietà e di legami associativi che possono tradursi in una mancata attività sindacale, la quale però è fondamentale per la conquista ed il mantenimento dei diritti sociali.

Fra le persone maggiormente colpite dal precariato dilagante troviamo anche studenti, apprendisti e giovani lavoratori, costretti a vendere la propria forza-lavoro a condizioni sempre peggiori, sia durante la propria formazione che una volta entrati nel mercato del lavoro. Stages non pagati, contratti precari e salari irrisori stanno infatti divenendo la norma tra le generazioni più giovani, per cui il “posto fisso” ed i diritti ad esso connessi non sono ormai che un miraggio. Gli stages non pagati o sottopagati sono una realtà tristemente consolidata alle nostre latitudini e vengono spesso motivati con l’accumulo di esperienza per gli stagisti, come se questa esperienza ci permettesse di pagare affitti, le casse malati, insomma, come se ci permettesse di sopravvivere. Si tratta qui di uno sfruttamento incredibile che va assolutamente combattuto, come del resto più volte fatto già dal Partito Comunista e dalla Gioventù Comunista (GC), ma anche dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti.

Conscia dell’enorme problema del precariato, la Gioventù Comunista non vuole restare immobile. La lotta per una società più giusta e meno precaria è lunga, complicata e servirà una mobilitazione collettiva e compatta per poter ottenere dei risultati concreti sul fronte dei diritti sociali. Come primo piccolo passo, la GC ha deciso di lanciare una petizione indirizzata al Gran Consiglio ticinese, con la quale chiede di tutelare maggiormente i giovani lavoratori in formazione, di porre fine allo sfruttamento degli stagisti e degli apprendisti (ad esempio tramite l’introduzione di un salario minimo di 1000 fr) e di sostenere maggiormente l’inserimento professionale dei giovani lavoratori.

La petizione si può firmare online su Campax (firma qui) o scaricando il formulario dal sito internet del Partito Comunista (scarica qui).

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Luca Frei, classe 1998, è stato eletto coordinatore della Gioventù Comunista Svizzera nel marzo 2020. Dopo la maturità liceale ha iniziato gli studi universitari in storia ed è attivo nel Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA).