Le brutte intenzioni, la maleducazione, la vostra brutta figura dell’altra sera

in Opinione/Ticino e Svizzera di

Le righe che seguono non sono un commento fuori tempo all’ormai famosa querelle della scorsa rassegna canora sanremese. L’intento, ironico, è richiamare alcune delle possibili reazioni di fronte alla notizia del “festino” organizzato in una scuola media a Locarno da un influencer e alcuni suoi seguaci, tra cui un docente dell’istituto.

Se la scelta è quella di non riportare nomi, per evitare forme di pubblicità a chi ne vive, la volontà è quella di provare ad andare oltre l’evento in sé, facendo un passo indietro dai giudizi espressi nel titolo, per tentare di definire il brodo di coltura in cui si produce e legittima questo tipo di comportamenti. Ridurli sbrigativamente a casi isolati – prassi diffusa in Ticino rispetto agli abusi sul lavoro, e più in generale ai fenomeni sociali problematici di cui non ci si vuole occupare per non alterare comodi equilibri – non permetterebbe di problematizzare quanto avvenuto. L’intento di chi scrive è farlo con un’ottica educativa: questi soggetti e le loro azioni, infatti, costituiscono uno dei possibili modelli a cui attingere da parte dei giovani (e non), fornendo orientamenti culturali e comportamenti praticabili. La frase pronunciata in uno dei video, “potrete dire di essere anche voi come me”, non fa che confermare questo intento. Si tratta di un modello classista – in questo caso rozzo, edonistico e chiassoso, volto a mostrare che chi ha “venti kappa di delivery” può “sbocciare” dove e quando gli pare roba buona, magari condita con qualche pista (non da ballo) – che si iscrive nel modello egemone del successo economico facile (favorito dal capitale economico di partenza e dagli agganci poco limpidi), delle feste nelle discoteche in Costa Smeralda in barba alla pandemia, della speculazione economica, finanziaria e mediatica. Si tratta di relazioni di classe – tra sfruttatori e sfruttati, tra privilegiati e oppressi, tra chi ostenta il “godersi la vita” e chi subisce, coltivando spesso un senso di rivalsa individuale e non collettivo – che si esprimono ogni giorno in un mondo capitalista e postdemocratico dove il valore principe è quello del denaro che tutto può comprare: i beni, le persone, l’impunità giuridica, i forfait fiscali (per chi “viene a spendere”), i gruppi mediatici, le stesse occasioni di successo. Una realtà dove non stona troppo affermare “mi sono comprato la scuola” e “a scuola non vi hanno insegnato un cazzo”, richiamando rozzamente quegli imprenditori poveri di impresa che si vantano di avere schiere di laureati alle proprie dipendenze che perseguono la propria ‘vision’.

La rilevanza dell’evento non risiede nel festino in sé, ma nel fatto che esso si sia svolto in una scuola. Non si tratta di affittare una discoteca, un fantomatico privé, un supermercato (come altri noti influencer) o, ancora, di esibire il pacchiano lusso delle abitazioni (Scarface docet). La trasgressione sta nell’impossessarsi di uno spazio pubblico e luogo educativo (da non confondersi con forme di ribellione studentesca e di occupazione degli spazi su basi politiche o aggregative), con la totale subalternità culturale di soggetti che sono professionalmente deputati a formare le nuove generazioni – aspetto che rimarca l’illusorio primato educativo e la fragile e parziale autonomia dei sistemi di istruzione formale –. Si tratta della violazione di quella scuola pubblica che si vuole democratica, frutto instabile del compromesso tra esigenze produttive e conflitto sociale, che da decenni è sotto attacco anche da parte di un mondo economico perbene, beneducato e che si presenta come animato da “buone intenzioni” nel rendere la scuola al passo con i tempi.

Se resta opportuno evidenziare le differenze tra varie forme di successo economico, non si può neanche pensare che si tratti di casi isolati tra di loro. Sono forme diverse dello stesso mondo neoliberale, dove vigono il primato del guadagno ma la simmetria dei sacrifici nei tagli alla scuola, dove si premiano “quelli che ce la fanno”, perché “meritevoli”, e si lasciano indietro “quelli che non ce la fanno”, colpevoli della loro condizione. Un mondo dove è normale pagare in media il venti per cento in meno le donne, e lo è altresì urlare “viva la figa” (forma di “maleducazione” in fondo ancora ridancianamente tollerata), o scrivere nelle storie social “i tuoi lividi, il mio orgoglio”, alludendo a un salto “qualitativo” da un sessismo “benevolo” a uno “ostile” e violento (per riprendere una definizione della professoressa Volpato), ancorato a una concezione dell’altro come oggetto da possedere e sfruttare a proprio piacimento.

Al mondo della scuola e ai soggetti che auspicano una democrazia non solo formale, ma anche sostanziale, oltre a una pur legittima censura giuridica e morale verso questo tipo di comportamenti, non resta quindi che mettere in discussione proprio gli stessi fondamenti “democratici”, pensandosi non solo e non tanto al passo con i tempi, ma anche e soprattutto come in grado di smarcarsi da essi, e di prendere posizione per tentare di far prendere alla contemporaneità una direzione diversa.


Questo articolo, apparso sull’edizione di ieri del quotidiano LaRegione, è stato ripreso su sinistra.ch con il consenso dell’autore.

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Simone Romeo, classe 1993, è pedagogista e dottorando di ricerca in "Educazione nella società contemporanea" presso l'Università di Milano-Bicocca. Già consigliere comunale a Locarno per il Partito Comunista, collabora da diversi anni con sinistra.ch.