Il discorso di Trump all’ONU, la guerra e i compiti della sinistra

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Martedì 22 settembre Donald Trump debutta all’assemblea Generale dell’ONU. Gran parte delle 193 delegazioni del mondo al Palazzo di Vetro sono colpite, più o meno, dalla stessa impressione: mentre Trump urla il suo grido di guerra “sembra che il fungo atomico di Hiroshima si alzi su Pyongyang e sul mondo”. E davvero, nel Palazzo delle Nazioni Unite, nella sede teoricamente deputata a sciogliere le contraddizioni internazionali attraverso il dialogo e la sintesi, Trump ha brandito l’ascia ed evocato la guerra nel mondo, su tutti i fronti.
Nulla è stato dimenticato, nessuna minaccia già paventata è stata rimossa. A cominciare dalla Corea del Nord, alla quale è stata promessa “la distruzione totale”, “il fuoco e la furia” di Trump hanno dilagato oltre la tribuna di marmo dell’ONU. Contro “gli stati canaglia” dell’Iran e del Venezuela Trump è stato di una feroce chiarezza: definendo l’Iran “un regime depravato” e l’accordo Obama sul nucleare iraniano “imbarazzante”, il presidente USA ha minacciato (tra i compiaciuti, quanto sinistri, sorrisi in sala del premier israeliano Benjamin Netanyahu) di rilanciare “iniziative di ogni tipo” contro Teheran. E “nuove azioni” sono state minacciate da Trump contro il Venezuela, “poiché è inaccettabile la deriva sulla quale Maduro spinge il proprio Paese”. Per poi colpire in alto, dove gli USA davvero vogliano strategicamente colpire, poiché addirittura “espansionistici” sono stati definiti “i movimenti della Russia in Ucraina e della Cina nei Mari del sud”. Rimuovendo, in modo spettacolarmente bugiardo e ipocrita, che proprio in Ucraina si è già concretizzato – viceversa e attraverso il sangue versato dai nazifascisti di Kiev al servizio di Washington – l’espansionismo militare degli USA e della NATO; e che proprio nei Mari del Sud della Cina, per combattere militarmente la Nuova Via della Seta, si è raddoppiata la presenza della flotta militare nord americana. E per chi non avesse ancora ben capito la netta scelta bellica dell’Amministrazione USA, Trump si è preso tutto il tempo necessario per dire al mondo che “gli USA hanno già investito, dopo le arrendevoli politiche di Obama, enormi cifre per il nuovo riarmo”.
Naturalmente, l’epicentro dell’intervento di Trump all’ONU è stato quello relativo all’attacco contro la Corea del Nord. Nessun insulto è stato risparmiato contro quel Paese e contro Kim Jong Un: “la Corea del Nord – ha sentenziato Trump – è un Paese corrotto e folle e il suo leader è un pagliaccio, un rocket-man (l’uomo dei missili)”. E con gli occhi, le parole di fuoco, e tutto il corpo insieme, Trump, dal podio del Palazzo di Vetro, ha dichiarato guerra nucleare alla Corea del Nord.
La pulsione USA alla guerra contro questo Paese è di lunghissima data e dagli anni ’50 non si è mai interrotta. In quest’ultima fase, anzi, si è rafforzata, e lo scudo spaziale eretto contro Pyongyang in Corea del Sud, le esercitazioni militari sempre più aggressive nella stessa Corea del Sud in funzione anti Corea del Nord, la grande rimilitarizzazione del Giappone e il rafforzamento generale della forza bellica USA in quell’area del mondo, parlano chiaramente di una nuova ripresa della strategia bellica USA contro la Corea del Nord, che, dunque, ha i suoi fondati motivi per affermare che “solo attraverso il nostro riarmo potremmo evitare la fine di Gheddafi”.
Il discorso di guerra che Trump ha svolto all’ONU ratifica con chiarezza ciò che il Partito Comunista Italiano (PCI) va da tempo dicendo e cioè che sono gli USA e la NATO i primi pericoli per la pace nel mondo e per l’indipendenza e l’autonomia degli Stati e dei popoli dell’intero pianeta. La stessa illusione che molti avevano avuto per l’elezione di Trump al posto della guerrafondaia Hillary Clinton, si è prestissimo dissolta, lasciando in chiaro un’altra verità: è l’imperialismo USA in sé, è la sua prepotenza mondiale a definire le linee politiche e belliche della Casa Bianca e non tanto i suoi diversi inquilini.
È chiaro come, anche all’interno dell’Amministrazione Trump, vi siano – è sono già chiaramente emerse – contraddizioni tra un’ala più volta alla “guerra subito” e un’ala non tanto meno bellica quanto più attendista e più prudente. Tuttavia la guerra (anche mondiale) degli USA e della NATO è all’ordine del giorno. Ed è rispetto a ciò che davvero preoccupante appare lo stato – debolissimo, rachitico –  del movimento per la pace, sul piano internazionale e in Italia. Proprio qui a pochi mesi dalle prossime elezioni nazionali (con un Partito Democratico totalmente subordinato e complice delle politiche di guerra di Trump) la crisi del movimento per la pace si palesa in modo impressionante, e ciò si evidenzia anche a partire dalle questioni politiche poste in questa fase dalle forze della sinistra italiana, a cominciare dalla stessa “Sinistra Italiana” del compagno Nicola Fratoianni, che non sembra ancora riempire il proprio zaino politico ed elettorale con le questioni centrali della lotta contro la guerra imperialista, contro il riarmo, contro l’esercito europeo e contro la NATO.
Poco prima dell’inizio della seduta dello scorso 22 settembre, il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, (quasi “sentendo” ciò che sarebbe accaduto con Trump) aveva ammonito tutti “a non camminare come sonnambuli verso la guerra”. È, questo, un monito che dovrebbe essere ascoltato davvero, profondamente e da molti, a cominciare dalla sinistra italiana.

Fosco Giannini (1952) è stato senatore della Repubblica Italiana e membro della Commissione Difesa. Attualmente è responsabile per le relazioni internazionali del Partito Comunista Italiano (PCI).