La discutibile gestione elvetica della seconda ondata

in Opinione/Ticino e Svizzera di

Se già durante la prima ondata, come Partito Comunista, abbiamo espresso delle criticità verso la gestione federale della pandemia, che andavano dall’impreparazione, dalla mancanza di mezzi a disposizione, alla lentezza nell’assecondare le richieste del Ticino e le richieste di chiusura delle attività economiche non essenziali, sostenute con forza dai sindacati; le criticità emerse in questa seconda ondata sono ben più gravose e importanti.

Un sistema sanitario privatizzato ed ancora impreparato

I dati degli ultimi mesi e settimane ci dicono che la Svizzera si trova tra coloro con il maggior numero di contagi per 100’000 abitanti, ossia con un’incidenza tra le più alte d’Europa. Tanto da mettere in allarme le strutture sanitarie pubbliche, che hanno dovuto equipaggiarsi con materiale e personale extra. Già in questo caso, i problemi emersi ed espressi da parte del personale sanitario in questi mesi non sono stati risolti: le loro condizioni di lavoro non sono state migliorate, non è stato formato e aumentato il personale, mentre non c’è stato un vero potenziamento delle unità di cure intensive durante la “quiete” estiva (a differenza della Germania, dove sono passati da 28’000 letti a circa 40’000). Riconosciamo che ci troviamo davanti a problemi strutturali, che necessitano più tempo per essere risolti, ma la responsabilità di questo governo è non aver iniziato a migliorare la situazione. Va anche segnalato, inoltre, un altro ostacolo, ossia che in molti cantoni romandi e in particolare in Ticino, le cliniche private hanno, ancora oggi, una posizione di importanza maggiore, che limita così un possibile approcio globale e corretto, verso l’interesse di tutti, della situazione straordinaria. Esemplari sono il caso della direttrice della clinica Santa Chiara che si è lamentata dei troppi pochi pazienti Covid (al netto dei costi per la struttura), e della clinica Moncucco, trovatasi impreparata a livello di organico e strutture dinanzi l’aumento dei casi. Non si potrebbe, in questo caso, porre le risorse (personale, strutture) private sotto controllo dell’ente pubblico fino al termine dell’emergenza sanitaria (come a Neuchatel, o come in Spagna durante la prima ondata), come proposto in un nostra recente interrogazione?

Una strategia liberale improvvisata giorno per giorno

Tornando alla gestione della seconda ondata, come spiegare questo fallimento? In questo caso, se confrontiamo con l’approccio della prima ondata, le autorità hanno scelto un approccio più liberale, più “soft” nella scelta delle misure atte a diminuire la propagazione del contagio, così da “toccare” il meno possibile l’economia, basandosi principalmente sulla responsabilità individuale dei cittadini. L’idea era evitare a tutti costi delle chiusure di attività economiche, eppure non si è potenziato a sufficienza il contact tracing (portato al limite in pochissimi giorni ad ottobre), non c’è stato un piano massiccio di test per contenere la seconda ondata, nonostante si dicesse che ciò fosse fondamentale per contenere i contagi; con la conseguenza che alla fine si è arrivati alle tanto osteggiate chiusure, smentendo la strategia tanto sostenuta dai partiti borghesi. Se si ci fosse preparati meglio prima, migliorando anche maggiormente i controlli sui posti di lavoro (dove purtroppo non mancano i casi di contagi, sebbene il padronato neghi l’evidenza), il lockdown ora non verrebbe preso in considerazione. Al contrario, ravvisiamo una strategia alla giornata, troppo attendista, che viene sconfessata ogni volta dall’evoluzione epidemiologica. Una strategia non tollerabile in una seconda fase che segue un’importante esperienza, piena di lezioni, come quella della prima.

Essenzialmente, invece di dare maggiore attenzione all’evidenza scientifica, che suggeriva di adottare misure più incisive e rapide già in ottobre, Consiglio Federale e Cantoni hanno scelto invece di assecondare maggiormente le richieste dell’economia e delle sue lobby. Con quest’ultimi  che si oppongono, inoltre, a maggiori controlli sui posti di lavoro (come invece richiesto dalla SUVA e dai sindacati), e a nuove condizioni chiare ed eque per ottenere i crediti, come il divieto di licenziamento durante la pandemia. Vediamo dunque che la “protezione” dei profitti ha preso il sopravvento sull’interesse principale, ossia la salute di tutti. I risultati evidenziano il fallimento del liberalismo applicato alla risoluzione della pandemia.

Un conflitto fra autorità incompreso dalla popolazione

Inoltre, ad aggravare ulteriormente la situazione, c’ha pensato la frattura che si è creata tra le autorità su chi fosse responsabile per le misure da adottare e gli aiuti pubblici da elargire. Confederazione e Cantoni, invece di prendere delle decisioni in armonia, hanno preferito scaricare uno sull’altro la responsabilità della gestione sanitaria e sociale della pandemia, rischiando di compromettere il federalismo, in termini di collaborazione tra i cantoni e governo federale, e di conseguenza anche la solidarietà inter-cantonale. Il risultato? Osserviamo continui rapidi e a volte in contraddittori cambiamenti nelle misure annunciate dalle autorità, se non, più in generale, delle mezze misure che non accontentano nessuno, né chi segue da vicino i dati scientifici pandemici, né la popolazione, né i differenti attori economici come le PMI.

Non solo assistiamo a una propagazione maggiore del Covid-19, ma anche a una crescita del malcontento generale nella popolazione, che è stufa di questa continua incertezza delle misure, di questo continuo rimpallo di responsabilità tra Cantoni e Confederazione. Ciò è altresì pericoloso, se consideriamo che il rispetto verso le autorità sta scendendo. In tal caso, anche i sostenitori delle chiusure alla lunga potrebbero sentirsi presi in giro e venir meno al rispetto delle regole sanitarie, finendo in certi casi addirittura nel complottismo, aumentando così la propagazione del virus.

La dipendenza dall’estero e l’insufficienza dei vaccini

Parlando invece del programma di vaccinazione della popolazione, si registrano purtroppo anche qui delle carenze, ossia che abbiamo a disposizione dosi largamente insufficienti per coprire il fabbisogno. Il problema sarebbe la produzione dei vaccini, eppure, fino al 2001, in Svizzera esisteva l’Istituto sieroterapico e vaccinogeno svizzero, conosciuto anche come Impfinstitut Bern, azienda che si occupava della produzione e dell’innovazione di vaccini e farmaci, che vantava un certo prestigio internazionale. Purtroppo, a causa di un mancato sostegno pubblico della Confederazione, l’azienda è stata acquistata da gruppi esteri che ne hanno esautorato le potenzialità, come la produzione in loco dei vaccini – attività che oggi ci aiuterebbe non poco dinanzi alla crisi sanitaria in cui viviamo. Questa è l’ennesima dimostrazione di impreparazione del programma pandemico, dovuta a precise scelte politiche neoliberali delle autorità federali. Urge pure chiedersi se non sia il caso di nazionalizzare anche l’industria farmaceutica di base per ovviare a tali carenze, oltre ad espropriare i brevetti sui vaccini.

Alla luce del quadro esposto, in conclusione, è necessaria maggiore coerenza da parte della autorità, che dovrebbero basarsi maggiormente sui riscontri scientifici, che dovrebbero mettere la salute al primo posto invece che i profitti, che dovrebbero prendersi maggiormente la propria responsabilità sia in termini di misure da adottare che di aiuti finanziari per quelle attività che hanno dovuto chiudere o passare al telelavoro; per quest’ultimi, fondamentale è aiutare in modo concreto e rapido i piccoli commerci, soprattutto di fronte alle grandi catene che stanno vedendo crescere notevolmente i propri profitti potendo portare avanti la propria attività, mentre è altresì necessario elargire dei giusti rimborsi dei costi per coloro che si trovano obbligati a lavorare da casa telematicamente.

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Stefano Araujo, classe 1993, ha conseguito il diploma di master in scienze politiche presso l'Università di Ginevra. Attualmente lavora come assistente presso il Global Studies Institute della stessa università. E' membro del Comitato Centrale del Partito Comunista (Svizzera).