Eutanasia in ambito psichiatrico: un campanello d’allarme

Non si parla spesso di temi inerenti alla psichiatrica sotto la prospettiva filosofica, economica e sociale. La medicina psichiatrica viene affrontata in maniera puramente “scientifica” e senza prendere in considerazione il suo inserimento nella società. Vorrei – a fronte di ciò – affrontare in questo breve articolo il delicatissimo tema dell’eutanasia per quanto riguarda i pazienti psichiatrici. Prima di tutto occorre chiarire che differenza c’è fra l’eutanasia, che è la pratica in cui in un medico pone fine attivamente alla vita del paziente, definita involontaria quando è contro la volontà del paziente, e il suicidio assistito, che è un processo in cui il medico “non interviene attivamente”, se così possiamo dire, fornendo unicamente la sostanza per porre fine alla propria vita, che sarà però il paziente a doversi somministrare. Il suicidio assistito può essere definitivo “eutanasia passiva”.

Può sembrare una piccola differenza, e per alcuni versi possiamo dire che siano la stessa cosa, tuttavia non tutti gli ordinamenti statali le considerano entrambe legittime allo stesso modo, anche perché a livello filosofico può nascere un dibattito intenso sulla necessità o no di togliere la vita “attivamente” a qualcuno. 

Tralasciando – per quanto importante – la questione che riguarda le ultime fasi di una malattia terminale, per cui queste pratiche sono spesso un’alternativa ad una lunga sofferenza, vorrei concentrarmi all’utilizzo delle stesse per questioni concernenti la salute mentale e il malessere continuo che alcune patologie, cone lunghe depressioni o disturbi di personalità, possono generare.

Nei Paesi Bassi e in Belgio infatti l’eutanasia è stata applicata anche su pazienti psichiatrici di giovane età per “porre fine alla loro sofferenza”.

La questione è molto controversa e difficile, poiché apre dei dubbi deontologici alla base, ma anche etici e soprattutto in merito alla salute e fino a quando si può terminare la vita di un individuo che – ipoteticamente – può ancora guarire o migliorare e arrivare ad avere una vita soddisfacente e piena. Io stesso ho considerato questa come una strada percorribile per l’enorme sofferenza che la mia condizione riserva, tuttavia – oltre al fatto che in Svizzera non è legale – ho sempre preferito cercare una soluzione improntata alla cura che ad una desistenza di fronte al dolore.

C’è da chiedersi a che tipo di società si va in contro lasciando che queste pratiche si insinuino come grimaldello: il rischio è quello di una rinuncia alle cure, che può coinvolgere benissimo logiche di profitto alla base, da parte di chi soffre, appoggiata da chi vuole sgravare il settore sanitario da un costo fisso e pesante che è quello delle cure psicologiche. Ovviamente, questo riguarderebbe maggiormente la parte di popolazione più povera e senza particolari alternative, a cui le cure già sono – almeno in alcune parti del mondo – scadenti e insoddisfacenti rispetto a quello che dovrebbe essere una cura probabilmente più dispendiosa e costosa e che solo chi ha molti soldi si può permettere. Una questione squisitamente di classe quindi, dove ai poveri è riservato il farmaco di serie b o pratiche poco costose – come l’eutanasia – mentre chi ha più mezzi può usufruire di tutta una serie di alternative – forse – più efficaci e con una presa a carico decisamente maggiore che può portare ad una vita soddisfacente anche con una patologia psichiatrica come “bagaglio appresso”.

Quindi il primo campanello di allarme è quello delle logiche neoliberiste e di profitto che si insinuano nella logica della sanità: negli Stati Uniti quest’ultima è già un business, non è Black Mirror o un’altra serie TV distopica, rischia di essere un pericolo reale.

Il secondo fattore è quello etico e comunitario: piuttosto che arrivare ad un’alternativa che preveda la morte per evitare il dolore, sarebbe utile interrogarsi su quanto eticamente sia corretto lasciare qualcuno al proprio destino e non avere degli ampi sostegni integrati all’interno della comunità che permettano di farsi carico anche delle difficoltà del singolo. Benché questa seconda cosa sia meno tangibile e più “concettuale”, rimane anch’essa una questione legata ad una società individualistica e puntata al profitto, avendo quindi radici in comune con la logica di classe esposta sopra.

Benché chiudere il dialogo a priori sarebbe controproducente, ritengo che questi punti siano importanti nel considerare l’utilizzo dell’eutanasia per pazienti psichiatrici qualcosa di estremamente controverso e pericoloso, fermo restando che non s’intende screditare la sofferenza enorme che si può provare in condizioni psichiche avverse, anche per molto tempo.

Samuel Iembo

Samuel Iembo è stato dal 2015 al 2020 coordinatore della Gioventù Comunista Svizzera. Dopo la maturità presso la Scuola Cantonale di Commercio di Bellinzona, ha iniziato un percorso accademico.