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Elezioni statunitensi, qualche granello di sabbia gettato dentro la macchina della guerra

Prima di tutto dobbiamo prendere atto che è un trentennio, ovvero dai tempi di Bill Clinton, che il potere negli Stati Unti non è più politico, ma è assolutamente di pertinenza dell’apparato speculativo – finanziario, affermatosi con l’economia digitale, il quale opera in accordo con settori amministrativi dello stato profondo, il famoso “deep state” tanto caro ai complottisti, che ne esagerano fantasmagoricamente i contorni, che è certamente presente alla Casa Bianca, alla Cia, al Pentagono, pur con gruppi e fazioni differenti e anche contrastanti, ma che nella sua parte maggioritaria vuole a tutti i livelli, mediatico, informatico, economico e anche militare la guerra contro le nazioni, primissime Cina e Russia, che promuovono il multipolarismo e mettono in discussione il potere unipolare e imperialista di Washington.

Occorre poi capire chi siano i trumpisti, che stando alla lettura sociologica dei nostri media globalisti – atlantisti, ovvero tutte le televisioni e i maggiori quotidiani, sarebbero una variegata accozzaglia di dementi trogloditici, suprematisti bianchi, fascisti, razzisti, maschilisti, nazisti più o meno dell’Illinois. Per carità, tra i trumpisti ci sono anche costoro, ma sono una modesta minoranza, anche se sono molto mediaticamente folkloristici. La sostanza però è un’altra, il trumpismo è un fenomeno sociale complesso, che ha principalmente ragioni economiche, si fonda su alcuni concetti che oramai ai cittadini statunitensi sono chiari, ai grandi giornalisti italiani e ai nostri intellettualoni, invece pare di no. Il trumpismo è la volontà di una parte delle cittadine e dei cittadini statunitensi di tornare a una produzione manifatturiera non delegata in giro per il mondo, è la lotta per garantire servizi, dalla scuola alle prestazioni sanitarie, senza essere costretti a vendere la casa, un punto questo che i democratici hanno deciso di fare loro, almeno in parte e per la pressione proprio del trumpismo più che per merito di Sanders. I trumpisti vogliono che gli Stati Uniti si chiamino fuori dalla logica della guerra mondiale: Trump in quattro anni non ha avviato nuove guerre, primo presidente da decenni, e vuole che gli investimenti siano rivolti al benessere interno e non all’esportazione delle democrazia, che è un truffaldino camuffamento del furto di materie prime energetiche e alimentari a danno dei popoli di Africa, Asia e America Latina.

In questo contesto l’affermazione del secolo cinese, questo XXI, e il sorpasso del complesso delle economie asiatiche rispetto a quelle occidentali, ridimensiona e rimpicciolisce in modo clamoroso il consenso americano che si è ridotto ai paesi NATO, ovvero loro stessi e il Canada, Unione Europea, Australia e Nuova Zelanda, Giappone e Sudcorea, nazioni che nel loro complesso rappresentano una minoranza di stati, una minoranza della prodotto interno lordo mondiale e una minoranza della popolazione mondiale.

Si può dunque esprimere un moderato ottimismo rispetto all’esito di queste elezioni, alla Camera di Washington i democratici, ovvero il partito armato del globalismo finanziario che ha raccolto tra le sue file guerrafondai incalliti come la perfida Victoria Nuland e il bellicoso marito già repubblicano che si atteggia a stratega anche dalle pagine del settimanale Scenari, è stato sconfitto, la signora Pelosi va in pensione e il nuovo speaker della Camera, il repubblicano McCarthy, non parente del funesto maccartista novecentesco, ha già dichiarato che l’Ucraina vedrà molti meno soldi per la sua forsennata guerra contro la Russia. La stampa italiana discetta, senza spiegare di GOP, il Grand Old Party, ovvero il Grande Vecchio Partito, come se tutti gli italiani sapessero che questo è il nome dei repubblicani, ma che al momento si intende con esso quei repubblicani che sono della vecchia scuola globalista – atlantista e quindi anti – trumpiani. È vero che Trump ha eletto meno parlamentari tra i suoi sostenitori rispetto a quanti ne sperasse, ma è altrettanto risaputo, forse non per i media italiani, che i trumpisti che entrano alla Camera e al Senato sono più di quelli che c’erano prima.

Concludendo credo che ci troviamo di fronte a uno scenario in evoluzione, complesso in cui la volontà di guerra guerreggiata contro la Cina e la Russia è una corrente al momento maggioritaria dentro l’amministrazione statale a tutti i livelli, prima ancora che dentro il parlamento.

Tuttavia se anche un menestrello dell’Occidente come Slavoj Zizek sente la necessità, rilanciata l’altra settimana dal settimanale Internazionale, di suonare la grancassa contro Cina e Russia e contro le nazioni eurasiatiche che con loro collaborano, ciò significa che la partita che si sta giocando è davvero epocale, deciderà le sorti di questo secolo e senza dubbio gli spiragli di pace troveranno un corposo sostegno nei granelli di sabbia trumpisti, gettati dentro il meccanismo di morte e guerra che viene palesato per il futuro del mondo dagli oramai sempre più fragili ex padroni statunitensi. A volte la macchina continua la sua strada incurante dei granelli che si infilano qua e là, ma altre volte, proprio quei piccoli granelli possono inceppare qualche meccanismo decisivo e cambiare il corso della storia. Il tempo e i prossimi mesi ci diranno se quei granelli verranno risucchiati dentro i meccanismi inesorabili del sistema atlantista e globalista, oppure se, come almeno in parte è nelle loro intenzioni, bloccheranno questa macchina che con una leggerezza e una superficialità imperdonabile corre verso una drastica estensione del conflitto ucraino, ovvero lo scontro tra unipolarismo e multipolarismo, portandolo in tutti gli altri continenti.


Questo articolo corrisponde ail discorso tenuto dall’autore nell’ambito della diretta Facebook “Commento al voto americano” promossa da Marx21.it il 09 novembre 2022.

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Davide Rossi

Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.