Turchia in fiamme: grandi mobilitazioni popolari chiedono le dimissioni del “fascista” Erdogan

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Davanti al monumento di amicizia coi sovietici

Il 31 maggio è il quarto giorno di protesta a Istanbul (Turchia) contro la speculazione edilizia e lo sfruttamento del parco Gezi Park a Taksim, l’importante quartiere del centro di Istanbul. Il governo di Recep Tayyip Erdogan ha intenzione di cementificare il parco verde per costruirvi un centro commerciale, ma la popolazione non ci sta e ha dato inizio a una lotta di notevoli dimensioni. Tutto è iniziato quindi come una lotta spontanea e pacifica di gruppi ecologisti che dopo tre giorni sono però stati violentemente sgomberati dalle forze dell’ordine. La dura repressione della Polizia con manganelli e gas lacrimogeni ha indignato non solo i partiti di sinistra, ma ha letteralmente scatenato l’ira della popolazione, che già covava nel sottofondo per molte altre ragioni, che si è riversata sulle strade e ha esteso la lotta ben oltre la quesione ecologica rigurdante il Gezi Park.

“Al contrario delle notizie diffuse dai media occidentali, gli eventi sono stati causati dalla violenza della polizia e dalla risposte delle masse che soffrivano già sotto una versione estremamente disumana del capitalismo imposto dagli alleati statunitensi del Primo Ministro Erdogan e di un governo oppressivo che non esita mai ad usare la forza per sopprimere qualsiasi manifestazione pacifica” ci spiega Aytekin Kaan Kurtul, in questi giorni proprio a Istanbul e attualmente responsabile per l’Italia dell’Avanguardia Giovanile del Partito dei Lavoratori (IP) e collaboratore dell’Unione della Gioventù di Turchia (TGB), una delle organizzazioni rivoluzionarie di massa più diffuse nel paese.

Due le vittime certe

Mentre i blindati attaccavano i dimostranti a Taksim pensando di riuscire a contenere la rivolta, i giovani di TGB assieme all’Avanguardia Giovanile (movimento giovanile del Partito dei Lavoratori IP) e degli Studenti Comunisti (organizzazione giovanile del Partito Comunista TKP) hanno organizzato la lotta anche sulla Istiklal Caddesi, una delle storiche vie di Istanbul, dove ha sede fra l’altro anche la televisione “Ulusal Kanal” e il quotidiano “Aydinlik” di proprietà di IP. Migliaia di cittadini hanno iniziato ad accorrere in sostegno ai giovani rivoluzionari che volevano conquistare Piazza Taksim, luogo simbolico del movimento operaio turco, che ricorda il massacro dei lavoratori durante il primo maggio del 1977. La lotta è durata per tutta la notte con ampi scontri.

Grazie soprattutto alle immagine live di “Ulusal Kanal”, l’unica rete televisiva nazionale che documentava la lotta (letteralmente censurata da tutti gli altri media), e all’organizzazione capillare di TGB, molto ben radicata sul territorio, in tutte le provincie della Repubblica si sono organizzati delle manifestazioni in solidarietà ai giovani di Istanbul che si sono poi trasformate in vere e proprie insurrezioni contro il regime europeista di Ankara. Sempre il nostro contatto in loco Aytekin Kaan Kurtul ci spiega: “In poche ore, i centri di quasi tutte le città in Turchia sono stati occupati dai cittadini che avevano uno scopo in comune: far cadere il governo Erdogan. Dall’alba, il governo ha avuto il suo primo traditore, un personaggio vicino al mafioso Fetullah Gülen, il Vice-Primo Ministro Bülent Arınç. Egli ha dichiarato l’intervento della polizia ‘un errore’ e ha affermato che ‘si doveva chiedere scusa ai manifestanti’. In poche ore, un altro ministro, l’ex-socialdemocratico Ertugrul Günay ha ritirato il suo sostegno a Erdogan. Tutto sommato, quasi tutti i ministri hanno paura di commentare, l’unico che ha continuato ad attaccare verbalmente i manifestanti è il premier Erdogan che ha affermato che ‘i lavori a Gezi dovrebbero continuare’ e che ‘gruppi marginali sono coinvolti nelle manifestazioni’”.

Alle ore 02:00 del 1° giugno in diretta televisiva da “Ulusal Kanal” (link) il vicepresidente del Partito dei Lavoratori (IP), Hasan Özbey, ha chiamato il popolo all’insurrezione contro l’alleanza AKP-PKK. AKP è il partito islamista di governo guidato da Erdogan, mentre il PKK è l’organizzazione armata dei separatisti curdi che opera in accordo con Erdogan e gli Stati Uniti per balcanizzare la Turchia e permettere il controllo geopolitico dell’area agli imperialisti. Dando appuntamento ai manifestanti alle ore 10:00 del mattino davanti a ogni sede provinciale e comunale di IP, Özbey si è raccomandato di tenere alte le bandiere della Repubblica unitaria turca per conquistare la piena sovranità popolare svenduta dal regime Erdogan all’UE, agli USA e alla NATO. IP, un partito della tradizione maoista turca, marginale elettoralmente ma che negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale per aver saputo trovare una giusta sintesi fra i valori del socialismo scientifico e quelli della liberazione nazionale e anti-imperialista di ispirazione kemalista, è ora una delle avanguardia delle lotta di popolo in corso. Non si può però nascondere il rischio che partiti borghesi sia di tipo nazionalista come il MHP, ma soprattutto di tipo socialdemocratico, come il CHP, la principale forza di “opposizione” parlamentare e sezione turca dell’Internazionale Socialista, dedita a inseguire i miti del “New Labour”, stiano cercando di inserirsi nella lotta per manipolare a sfondo elettorale i manifestanti e bloccare ogni ipotesi di trasformazione sociale.

“Ora prendiamo il potere!”

Nelle ore seguenti all’appello di IP e di altri partiti rivoluzionari come il TKP e l’HKP (Partito della Liberazione del Popolo, un gruppo leninista) nonché dei sindacati kemalisti migliaia di persone hanno attraversato il ponte sul Bosforo, un fatto senza precedenti per la città e altri hanno attraversato il Bosforo occupando i traghetti. Importante qui è stato il lavoro dei giovani comunisti di TKP. I giovani di TGB dal canto loro hanno invece forzato le barricate e ripreso il controllo del Gezi Park. Altri gruppi di sinistra hanno rioccupato invece Piazza Taksim. Azioni che hanno spinto la Polizia a ritirarsi verso il quartiere costiero di Besiktas.

Corteo a Eskisehir

Scene di guerriglia urbana anche ad Ankara dove sono state usate armi chimiche per disperdere i manifestanti che si sono dovuti rifugiare nelle metropolitane, alcune delle quali sono stati gassate creando situazioni di pericolo per la vita dei civili. La situazione appare ancora adesso mentre scriviamo fluida: con avanzamenti e arretramenti da parte delle forze rivoluzionarie contro gli agenti. A Izmir, l’antica Smirne, gli scontri sono feroci e vanno avanti: in quel caso la Polizia si è alleata a gruppi di integralisti islamici fedeli a Erdogan per reprimere i manifestanti. In numerose altre città, dall’est all’ovest e dal nord al sud della Turchia sono in agitazione, come a Antalya, Marmaris, Iskenderun. Finora si contano due morti, migliaia di feriti e oltre 900 arresti.

Reclute coi manifestanti

Non è possibile ora dire che esiti avranno queste rivolte. I turchi per intanto preferiscono non definirla una “Primavera turca” perché a differenze delle “primavere arabe” questa non gode del sostegno delle ambasciate occidentali. L’esercito, i cui vertici anti-NATO sono stati decapitati negli ultimi tempi (Erdogan ha fatto arrestare 300 alti ufficiali turchi ostili alla NATO e ai diktat guerrafondai americani) è in una situazione ambigua: da alcune orduevi (gli alloggi militari) sono state addirittura distribuite maschere anti-gas alla popolazione per fronteggiare la polizia. Già in passato l’esercito aveva dimostrato insofferenza verso la polizia direttamente legata al governo islamista, oggi in particolare sono i settori della marina ad essere addestrati nel rispetto dell’ideologia kemalista.

Il quotidiano marxista “Aydinlik”

Anche nel resto del mondo si inizia a sentire qualcosa. Fino a ieri tutti i media occidentali tacevano la situazione, ma i massacri trasmessi via telefonino, Twitter a Facebook dai giovani turchi, non hanno permesso di continuare a fare finta di niente. Erdogan ha dato ordine di sospendere la rete 3G per gli smartphone e si teme una chsiura dei Wi-Fi, ma intanto le notizie stanno correndo sulla rete. A Zurigo il 1° giugno la sezione svizzera di TGB ha organizzato un presidio, ripetuto in numerose altre città europee, fra cui Berlino, Stoccarda, Milano, Roma, ecc. In Svizzera l’Assemblea della Gioventù Comunista, guidata da Aris Della Fontana, riunita a Locarno ha ratificato una risoluzione di solidarietà in cui si legge: “Già Marx diceva che ‘il capitalismo abbatte l’albero la cui ombra non si può vendere’. E proprio da una protesta contro la speculazione edilizia a Istanbul che avrebbe sacrificato un parco verde, che la gioventù turca si è mobilitata bloccando la città e rispondendo con coraggio alle cariche della Polizia, ricordando la massima del comandante partigiano turco Mustafa Kemal Atatürk: ‘gli alberi non si devono tagliare, piuttosto si spostino gli edifici’.


Da una questione apparentemente banale il malcontento sociale è divampato coinvolgendo numerose altre città, e la protesta si è tramutata in una rivolta di popolo contro il governo di Erdogan, che ha venduto la Repubblica al capitale estero. Le condizioni sociali sempre peggiori ai danni dei lavoratori (ricordiamo lo sciopero dei dipendenti della Turkish Airlines), le privatizzazioni selvagge, le trecento incarcerazioni ai danni degli ufficiali contrari alla NATO e alla guerra alla Siria, il giro di vita religioso contro gli alcolici, ecc. hanno creato un clima di esasperazione e un humus rivoluzionario contro il neo-liberismo e l’europeismo”.