Un anno di reclusione per gli storici che negano il genocidio armeno

in Asia/Internazionale di
“Non abbiamo commesso alcun genocidio, abbiamo difeso la patria!” – questo lo slogan che i militanti comunisti turchi urlavano di fronte alle sedi diplomatiche francesi in concomitanza con la decisione del Parlamento di Parigi di punire con un anno di detenzione chiunque negasse o minimizzasse il genocidio degli armeni del 1915. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan, islamista filo-americano, su pressione dell’opinione pubblica, ha richiamato l’ambasciatore turco presso l’Eliseo e ha minacciato di rompere le relazioni bilaterali fra il suo paese e la Francia, una decisone che comporterebbe degli importanti danni economici. Va pure detto che Erdogan è famoso per le sue sfuriate poco diplomatiche, come contro Israele, utili a esaltare il proprio elettorato, ma che poi alla luce dei fatti non sortiscono grandi cambiamenti, staremo quindi a vedere se davvero questa volta la Turchia romperà le relazioni con la Francia.
“Francia fermati! O boicottaggio!”

A stemperare gli animi è nel frattempo intervenuto il candidato alla presidenza della Repubblica francese Dominique De Villepin, del medesimo partito di Nicolas Sarkozy, che si è distanziato dalla decisione: secondo lui “non si deve legiferare sulla memoria” perché ciò complica le reazioni fra Stati e impedisce un decorso naturale delle controversie. Peraltro – ha aggiunto De Villepin – “può la Francia dare lezioni in questo ambito? Non credo. Sarebbe sufficiente applicare a noi quello che noi facciamo agli altri: saremmo felici se il parlamento algerino legiferasse sulla memoria?”. La risposta arriva dal Messico dove il parlamento ha riconosciuto il genocidio algerino compiuto dai francesi.

Intorno al governo turco, intanto, si è unita anche ampia parte dell’opposizione, che vede in questo frangente minacciata, perlomeno a livello ideologico, la sovranità nazionale stessa della Turchia. Il motivo ricorrente nelle opinioni dei politici turchi è che con tali atti giudiziari i paesi occidentali, generalmente sempre visti come “colonialisti”, tentano di impedire la ricerca storica e di giustificare i tentativi dell’imperialismo europeo di inizio ‘900 di creare conflitti fra le etniee che componevano e che tuttora compongono il territorio turco.

L’Internazionale socialista si spacca…

I sindacalisti

Kemal Kilicdaroglu, il moderato presidente della sezione turca dell’Internazionale Socialista, ossia il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) fondato proprio dal padre della Turchia moderna Mustafa Kemal Atatürk, ha informato che è pronto a recarsi in Francia per dichiarare come falso il genocidio armeno, sperando così di farsi arrestare come atto simbolico: “da coloro che hanno commesso un genocidio contro gli algerini non abbiamo nulla da imparare”, è stato il commento del leader della socialdemocrazia turca. La posizione del CHP è però messa in difficoltà dal fatto che i restanti partiti europei membri dell’Internazionale Socialista risultano proprio fra i promotori delle azioni, volute della potente e ricca diaspora armena (sostenuta dal clero cristiano-ortodosso in funzione anti-islamica), nel far riconoscere il genocidio. Certo, in Francia sono stati i deputati della destra di Sarkozy a votare a favore dell’inasprimento della legge, ma unitamente a loro vi erano gli eletti del Partito Socialista, del Partito della Sinistra e del Partito Comunista Francese (PCF). Peraltro anche in Svizzera mozioni di questo genere sono sempre partite dai ranghi del PS, che pare abbia relazioni organiche con l’Associazione Svizzera-Armenia. Pure in Svizzera, infatti, anche solo relativizzare il genocidio armeno è considerato quale atto razzista e punito quindi dall’art. 261bis del codice penale, come hanno sperimentato a proprie spese alcuni storici turchi che pochi anni fa sono stati arrestati a Zurigo e Losanna.

I comunisti negano il genocidio

Gli storici al fianco del ricercatore Mehmet Perinçek

Esclusi alcuni gruppi del nazionalismo di destra, il partito senza dubbio più attivo nelle proteste di piazza in Turchia contro la decisione francese, ben più del CHP, è il piccolo Partito dei Lavoratori (IP), formazione rivoluzionaria di ispirazione maoista, il cui gruppo dirigente si trova quasi completamente in carcere con l’accusa – a dire il vero un po’ inverosimile viste le dimensioni – di  “golpe” ai danni del governo di Recep Tayyip Erdogan. IP si è mobilitato in varie piazze del paese sostenendo che “il genocidio degli armeni è una menzogna dell’imperialismo” e invitando tutte le “forze patriottiche” a unirsi “contro gli imperialisti europei” e lanciando un boicottaggio delle merci francesi sul mercato nazionale. La tesi sostenuta dai comunisti turchi è quindi totalmente negazionista: gli armeni morti in quel periodo sono vittime della prima guerra mondiale e del conflitto civile nei territori ottomani a seguito della Rivoluzione repubblicana guidata da Atatürk (con il sostegno dell’Internazionale Comunista e di Lenin in particolare), ma mai sarebbe stata programmata da parte turca una pulizia etnica, tesi questa sostenuta anche dal giovane ricercatore Mehmet Perinçek dell’Università di Istanbul, recentemente incarcerato in Turchia per la sua militanza politica marxista, che ha avuto accesso agli archivi sovietici di Mosca che dimostrerebbero tale tesi e che ha esposto in varie ricerche (http://www.mehmetperincek.com/makaleler/almanca.pdf) difficilmente reperibili in Occidente. Il Partito Comunista di Turchia (TKP), su posizioni meno nazionaliste rispetto ai maoisti di IP, ritiene comunque quello del 1915 non un genocidio, quanto piuttosto un fatto tragico dovuto alla guerra e alle politiche imperialiste delle potenze occidentali colpevoli di aver aizzato i popoli gli uni contro gli altri.

Il parere degli storici

Gli studenti

La storiografia maggioritaria, almeno in Europa, è schierata con il popolo armeno: i nazionalisti turchi guidati da Atatürk avrebbero voluto costruire una Turchia etnicamente pura e quindi avrebbero premeditato una pulizia etnica degli armeni. Sono pochi gli storici che la vedono diversamente e in ogni caso nessuno di loro ha facile accesso alle case editrici che potrebbero pubblicare le loro ricerche. L’Unione della Gioventù di Turchia (TGB), piattaforma patriottica della sinistra giovanile turca, si è anch’essa mobilitata in numerose scuole del paese contro la decisione francese, ritenuta una “inquisizione contro gli storici anti-imperialisti” che mette in discussione la libertà di ricerca e che trasforma i parlamenti in organi di censura per chi, appunto, compie un lavoro di documentazione storica che potrebbe portare alla luce elementi finora non conosciuti. Abbiamo chiesto un parere a Davide Rossi, insegnante e dottorando in storia contemporanea, che già in passato aveva espresso dubbi che i massacri del 1915 potessero essere definiti quali genocidio, ossia un’opera scientifica di annientamento di un intero popolo. Le fonti di Rossi provengono da Bucarest e sono racchiuse nell’opera politica “Dashnak has nothing more to do” (1923) di Hovannes Kaciaznuni (1868-1938), che fu primo presidente del consiglio dell’Armenia che nel 1915 dichiarò unilateralmente l’indipendenza: “Gli armeni provano – spiega Rossi – a partire dall’incendiarsi del primo conflitto mondiale nel 1914, a creare una loro nazione tra il mar Nero e il mar Mediterraneo, a danno prevalentemente del territorio turco, a partire dalla regione del lago di Van, in cui storicamente in epoca medievale si è realizzato uno stato armeno, ma che in realtà è, ai primi del Novecento, una zona abitata in maggioranza da turchi e curdi. Per sostenere questo progetto i nazionalisti armeni entrano nell’impero ottomano e procedono alla formazione di milizie volontarie, tuttavia chi non intende aderire alle milizie è oggetto di violenza da parte degli armeni stessi, attraverso fucilazioni e soprusi sulle donne. Queste stesse milizie si muovono contro i villaggi turchi e curdi della regione, proseguendo azioni di criminale rapina e mietendo morti. Quando i turchi decidono di rispondere, agiscono non per una premeditata scelta di sterminio di un popolo, ma per difendere le donne e gli uomini oggetto di violenza. Nel 1917 viene nominato primo presidente del consiglio armeno appunto Hovannes Kaciaznuni, a capo del partito Dashnak, che sceglie di collaborare con i bolscevichi. Gli armeni si dividono tra chi vuole un rapporto con le forze antirivoluzionarie russe in nome della religione ortodossa, chi addirittura un rapporto con la Turchia, altri immaginano possibile continuare da soli contro tutti, con l’appoggio delle potenze inglesi, francesi e statunitensi. I turchi e i curdi intanto procedono militarmente nella regione e favoriscono quindi esodi di massa dalla zona di confine con l’Armenia sovietica, infierendo certo per rivalsa ma anche, come ammette lo stesso Kaciaznuni, a difesa sulle stesse comunità armene che vogliono restare nei loro villaggi sotto giurisdizione turca e non abbandonare le loro case per recarsi nella nazione armena. Kaciaznuni riconosce che l’attività del partito Dashnak, la sua attività antimusulmana, la promozione di milizie volontarie responsabili di tante efferatezze, si siano rivelate controproducenti per le ragioni del popolo armeno”.

Insomma pare che fra Occidente e Oriente il dialogo sia sempre più difficile e che le “verità” che valgono qui, non valgano altrove, nemmeno nella comunità scientifica. Sarebbe bello poterne discutere civilmente senza arroccarsi in nazionalismi da un lato, ma anche senza reprimere chi vuole continuare a ricercare nuove fonti dall’altro.