E’ morto Eolo Morenzoni, eroe antifascista ticinese

in Ticino e Svizzera di

«Non partii per una pazzia di gioventù» – raccontava in un’intervista del 2010 – «ma perché ero politicamente impegnato: sono un comunista e lo sono sempre stato!». A parlare così era un anziano Eolo Morenzoni, lucido, coerente e fermo sulle sue posizioni. Era uno degli ultimi sopravvissuti dell’esperienza storica delle “Brigate Internazionali” che partirono in soccorso ai socialisti e ai comunisti spagnoli impegnati nella guerra civile per salvare la Repubblica.

800 volontari svizzeri per difendere i lavoratori spagnoli

Tra il 1936 e il 1937 furono circa 40’000 i volontari, provenienti da 50 paesi, che giunsero in Spagna con le “Brigate Internazionali” per difendere la Repubblica dall’insurrezione fascista guidata dal generalissimo Francisco Franco. Circa la metà di essi non ritornò. Il contingente più numeroso fu quello francese, con circa 10’000 uomini. Gli italiani furono circa 3’350, mentre gli svizzeri erano 800 (di cui 77 ticinesi). Proporzionalmente il contingente elvetico fu quindi uno dei più importanti, 185 di loro persero la vita nel tentativo di ostacolare l’avanzata dittatoriale. Era l’epoca dei grandi ideali di solidarietà internazionalista, che vide in prima linea i militanti comunisti a difendere – ancora prima che qualsiasi progetto rivoluzionario socialista – la democrazia e la libertà di un paese lontano.

La prigione per i volontari

Fra i volontari antifascisti che partirono dalla Svizzera vi era, appunto, anche Eolo Morenzoni. Nato nel 1920 a Lugano, a 16 anni scappò di casa per partecipare alla guerra civile spagnola. Incorporato nel battaglione Chapaiev, prese parte a diverse battaglie. Nel 1938 dovette lasciare la Spagna a causa della sua giovane età e su pressione dei governi occidentali che costrinsero la Repubblica a togliere dal fronte i volontari stranieri. Al suo rientro in Svizzera – dopo aver combattuto per la democrazia e contro la dittatura – ad attenderlo vi fu il carcere: Berna lo considerava un “mercenario” al soldo dell’Unione Sovietica oltre che un “pericoloso esponente di sinistra” che non avrebbe rispettato la neutralità svizzera (mentre nel contempo nel “neutrale” Consiglio federale sedeva come ministro un certo Giuseppe Motta, noto proprio per le sue simpatie filo-fasciste). Dopo 40 giorni in carcere, Morenzoni dovette pure farsi tutta la scuola reclute in un esercito – quello svizzero – che sparava sui lavoratori e sul suo stesso popolo. In realtà, al di là della retorica, di neutrale il nostro Paese aveva poco: la Svizzera fu infatti il primo paese delle cosiddette “democrazie liberali” a riconoscere il regime fascista di Franco ancora prima della fine della guerra civile, nel marzo 1939.

Nel 2010 giustizia è fatta, ma senza l’UDC

In un’intervista rilasciata a Swissinfo nel 2010 Eolo Morenzoni diceva: «Non mi piace raccontare delle battaglie, poiché non sono un eroe. Sono solo stato una persona che ha combattuto per una causa giusta, in un momento preciso e in una realtà politica ben determinata». E di fronte alla decisione di quell’anno del parlamento svizzero di riabilitare lui e gli altri ex-brigatisti internazionali, laconico rispondeva: «Era una decisione dovuta, però per noi non cambia nulla. Nessuno può rimuovere l’esperienza della prigione e di tutti i problemi successivi». Non la pensava così, però, la destra: l’Unione Democratica di Centro (UDC), il partito della destra nazionalista e razzista del magnate Christoph Blocher, ha fatto di tutto in parlamento per negare la riabilitazione ai combattenti di Spagna: per loro la Repubblica spagnola di allora era un progetto tendenzialmente socialista e “anti-democratico” che evidentemente non meritava di essere difeso dal franchismo. Nulla di cui stupirsi per Morenzoni, secondo il quale: «In fondo, i rappresentanti dell’UDC sono i franchisti della Svizzera»!

Un vero comunista!

Eolo Morenzoni era iscritto al Partito Comunista Svizzero, sezione della III Internazionale. Le vessazioni governative di Berna e Bellinzona contro tutte le attività antifasciste non si contano: non si possono ad esempio scordare i massacri perpetrati dalle reclute dell’esercito svizzero contro i loro stessi genitori, operai in piazza per i loro diritti. Nel 1940, poi, venne addirittura dichiarato illegale dal governo elvetico sia il Partito Comunista sia la Federazione Socialista, un’organizzazione alla sinistra del Partito Socialista Svizzero. Ma l’ormai ventiquatr’enne Morenzoni non demordeva, e nel 1944 era ancora lì, questa volta tra i fondatori del Partito Svizzero del Lavoro (PSdL). A 70 anni dall’inizio della guerra civile spagnola il Partito Comunista Ticinese, sezione del Partito Svizzero del Lavoro, aveva onorato Eolo Morenzoni e gli altri volontari con una campagna assieme al Centro Sociale Autogestito “Il Molino” di Lugano, al Gruppo d’Animazione Proletaria di Osogna (GAPO) e al Circolo Anarchico Carlo Vanza di Locarno. Numerose band musicali ticinesi avevano regalato un loro brano per un CD commemorativo, era stato pubblicato un numero speciale de “L’Inchiostro rosso” contenente proprio una lunga intervista a Morenzoni e ci si era ritrovati al Monte Ceneri, dove si trova tuttora una lapide in memoria dei caduti di Spagna. Una storia lunga di oltre 60 anni, quella del Partito Comunista Ticinese, che oggi una nuova generazione porta avanti nel solco degli insegnamenti di compagni eroici come Eolo Morenzoni, ma anche come Vito Sprugasci, anche lui recentemente scomparso, protagonista della resistenza alle infiltrazioni fasciste nelle forze armate svizzere fra Biasca e Bellinzona.

E’ questo che caratterizza il Partito Comunista ancora oggi alle nostre latitudini, nonostante il forte ringiovanimento: il privilegio di avere una così lunga e ricca storia di lotta onorevole per un mondo più giusto. Nella memoria di Eolo Morenzoni, di Vito Sprugasci e di tanti altri compagni che non ci sono più, i comunisti di oggi, rinnovando alle necessità della nuova fase storica la propria azione, non dimenticano le loro origini democratiche, antifasciste, rivoluzionarie.

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