{"id":5793,"date":"2016-11-21T14:11:55","date_gmt":"2016-11-21T14:11:55","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=5793"},"modified":"2016-12-02T13:01:08","modified_gmt":"2016-12-02T13:01:08","slug":"crisi-della-democrazia-conflitto-politico-e-resistenza-nazional-popolare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=5793","title":{"rendered":"Crisi della democrazia, conflitto politico e resistenza nazional-popolare"},"content":{"rendered":"<p class=\"western\" style=\"padding-left: 60px;\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Sinistra.ch propone un&#8217;intervista a Stefano Azzar\u00e0 (1) realizzata da <\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Aldo Scorrano, Fabio Di Lenola e Christian Dalenz per conto del Centro Studi Economici per il Pieno Impiego (<a href=\"http:\/\/csepi.it\/index.php\/21-interviste\/89-intervista-al-prof-stefano-azzara\">vedi sito<\/a>). <\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<hr \/>\n<p class=\"western\" style=\"padding-left: 30px;\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><b>Lei ha affermato che \u00abla storia della democrazia \u00e8 la storia della capacit\u00e0 delle classi subalterne di fare conflitto, di lottare, di riequilibrare i rapporti di forza presenti nella societ\u00e0\u00bb. Queste classi lo avrebbero fatto unendosi tra loro sulla base di idee, di interessi comuni e di piattaforme politiche avanzate. Questa unione oggi manca ed \u00e8 ci\u00f2 che si dovrebbe ricreare, soprattutto nel mondo del lavoro. In buona sostanza bisognerebbe \u00abunire ci\u00f2 che \u00e8 stato diviso\u00bb. Ma come mettere in moto questo processo e con quali modalit\u00e0?<\/b><\/span><\/span><\/p>\n<figure id=\"attachment_5795\" aria-describedby=\"caption-attachment-5795\" style=\"width: 307px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/stefano_azzara_11.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-5795\" src=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/stefano_azzara_11.jpg\" alt=\"Stefano Azzar\u00e0\" width=\"307\" height=\"242\" srcset=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/stefano_azzara_11.jpg 400w, https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/stefano_azzara_11-300x237.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 307px) 100vw, 307px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-5795\" class=\"wp-caption-text\">Stefano Azzar\u00e0<\/figcaption><\/figure>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">La risposta a questa domanda non esiste. E se qualcuno pretende di averla in tasca per via di qualche formula alla moda \u2013 \u201cpopulismo\u201d e \u201cpolitiche del comune\u201d sono oggi quelle pi\u00f9 reiterate nelle diverse e contrapposte anime della sinistra , ma in passato i nomi erano diversi &#8211; ha capito ben poco dei processi storici, per i quali non esistono leggi simili a quelle che ipotizziamo nel mondo naturale e dunque nemmeno manuali delle istruzioni.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Per come siamo messi, credo comunque che la presa di coscienza reale e non meramente verbale della frantumazione in atto e delle sue ragioni, oltre che della necessit\u00e0 di una ricomposizione di un campo politico di resistenza su basi che siano ad un tempo politiche e sociali (e cio\u00e8 fondate su una analisi che tenga conto di cosa sono diventate oggi le classi sociali rispetto al periodo della Guerra Fredda), sia gi\u00e0 un passo in avanti considerevole rispetto alla totale inconsapevolezza o rimozione che caratterizza ci\u00f2 che rimane da noi della sinistra storica novecentesca. Ritengo in generale che non dobbiamo aspettarci nuove geniali teorie partorite dalla mente di chiss\u00e0 chi, perch\u00e9 tutto ci\u00f2 che accade nel mondo delle idee accade quando i tempi e le contraddizioni storiche reali sono mature e interpretabili e non certo per partenogenesi; poich\u00e9 per\u00f2 gli elementi essenziali della fase in corso sono visibili ormai da molto tempo senza che se ne traggano le conseguenze, ne deduco che \u00e8 la persistenza di una certa cultura politica, di cui parler\u00f2 pi\u00f9 avanti, a impedire questo riconoscimento.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">La societ\u00e0 \u00e8 articolata in gruppi sociali. E\u2019 vero che questi gruppi sono cambiati rispetto al passato, e che questi spostamenti sono utilizzati spesso in chiave ideologica per sostenere l\u2019estinzione delle classi stesse o la loro acquisita insignificanza sul piano politico, e tuttavia esse ci sono. E come \u00e8 sempre avvenuto, ogni gruppo di classe occupa una determinata posizione nella divisione del lavoro e svolge una certa funzione in un contesto relazionale. Da qui la sua natura strutturalmente oppositiva, i cui caratteri possono cio\u00e8 emergere solo in contrapposizione ad altre parti del sistema. Ciascun gruppo \u00e8 portatore in via costitutiva di bisogni e interessi diversi, che entrano inevitabilmente in collisione dal momento che la ripartizione delle risorse materiali e immateriali che il lavoro sociale collettivo produce \u00e8 disuguale a monte: funzioni diverse ricevono in maniera diversa in ragione non del lavoro erogato ma della posizione strutturale occupata e in particolare in funzione del ruolo direttivo o esecutivo e del rapporto di questo ruolo con la propriet\u00e0 (qui si aprirebbe tutto il discorso sul rapporto tra propriet\u00e0 privata e funzioni del <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>management<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">).<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">E\u2019 vero allora che oggi non \u00e8 pi\u00f9 sostenibile l\u2019illusione naturalistica per cui le classi subalterne siano spontaneamente orientate a sinistra e da subito interessate alla libert\u00e0 e al progresso, ecc. ecc. In questo senso aveva almeno una parte di ragione Ernesto Laclau, ormai molto tempo fa, nel fare un bilancio della crisi del movimento operaio dopo l\u2019espansione della societ\u00e0 dei consumi e a evidenziare la necessit\u00e0 di un rinnovamento della sinistra nel senso di una sua apertura da una dimensione meramente di classe a una pi\u00f9 generale e \u201cpopulista,\u201d che tenesse conto della differenziazione sociale delle \u201cdomande\u201d (i diritti civili). E per\u00f2, a guardar bene questa mutazione della sinistra \u00e8 esattamente la teorizzazione <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>ex post<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> di ci\u00f2 che ai tempi di Laclau stava gi\u00e0 avvenendo da anni, come ovvia conseguenza delle trasformazioni sociali, anche senza che nessuno lo teorizzasse. Ed \u00e8 esattamente ci\u00f2 che nel frattempo, e cio\u00e8 da allora sino ai nostri giorni, non ha portato a nessuna evoluzione positiva ma ha al contrario aggravato la frantumazione, perch\u00e9 ne ha semplicemente assecondato il decorso, se non lo ha addirittura accelerato. E\u2019 giusto infatti sottolineare, come con Laclau fanno da decenni quasi tutti i teorici della sinistra radicale di impostazione non marxista, la dimensione della contingenza, visto che non esiste nel campo sociale nessuna necessit\u00e0 a priori. E per\u00f2 riconoscere la contingenza non significa desiderarla e fiancheggiarla programmaticamente nella sua dispersione pluralistica ma semmai prenderne atto cercare di darle un ordine a partire da un progetto politico.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">E\u2019 qualcosa di nuovo? Le cose stavano in maniera diversa in passato? No. E\u2019 esattamente questo ci\u00f2 che \u00e8 accaduto alle origini del movimento operaio. Non era scritto da nessuna parte che i bisogni della classi subalterne nella societ\u00e0 industriale, bisogni reali e oggettivamente inscritti nelle cose, dovessero coagularsi in un fronte di sinistra e in una piattaforma socialista. E\u2019 stata semmai la capacit\u00e0 di alcune organizzazioni politiche di proporre un progetto credibile &#8211; un progetto che non fosse arbitrario ma fondato sulla contraddizione oggettiva stessa, e che fosse dunque capace di raccogliere le diverse istanze attorno al loro nucleo di condensazione nel processo di produzione e riproduzione della societ\u00e0 &#8211; ci\u00f2 che ha consentito l\u2019autoriconoscimento delle classi subalterne come tali e l\u2019avvio del loro movimento di unificazione. Quel movimento lunghissimo e faticosissimo e mai del tutto compiuto che \u00e8 stato la premessa del loro rafforzamento e dunque della costruzione della democrazia moderna (1: la democrazia moderna \u00e8 cosa diversa dalla democrazia come tale, che pu\u00f2 convivere anche con la schiavit\u00f9 e l\u2019imperialismo; 2: chi ha interesse primario nella democrazia moderna sono i deboli e non certo i forti, per cui democrazia moderna \u00e8 sinonimo di potere relativo delle classi subalterne e dunque \u00e8 sinonimo di sinistra, a condizione che la sinistra faccia il proprio dovere e non slitti a destra, come in Occidente \u00e8 avvenuto da parecchio tempo).<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Oggi per molti aspetti siamo in una situazione analoga, nella quale abbiamo il compito di ricominciare da zero pur essendo eredi di una lunga storia e dovendo anzitutto imparare da questa storia e dagli errori commessi. Proprio questa storia ci dice che la crisi della sinistra diventa inarrestabile quando, a fronte di un cambio di fase radicale, questa parte politica si dimostra incapace di comprendere i profondi mutamenti intervenuti e ritiene di poter applicare lo stesso comodo schema di gioco del passato, considerato l\u2019unico schema possibile nell\u2019unica realt\u00e0 possibile. Una realt\u00e0 divenuta per\u00f2 nel frattempo fittizia, nella quale esiste una sorta di armonia prestabilita tra l\u2019autoposizionamento dei ceti politici che definiscono se stessi di sinistra e la rappresentanza delle classi popolari. E dalla quale, nonostante i proclami rivoluzionari sono esclusi proprio lo scarto e il salto di qualit\u00e0, tanto che essa si riduce di fatto al meramente esistente.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Ma se in una fase di ascesa complessiva, nella quale il movimento esiste ed \u00e8 efficace, ha un\u2019identit\u00e0 ed \u00e8 in grado di operare e esercitare egemonia, sono possibili una serie di tattiche, tra cui quelle di alleanza e mediazione, tutto cambia al cambiare della fase. Quando la fase diventa di ritirata strategica in seguito a una sconfitta storica, tutta la realt\u00e0 sociale subisce uno slittamento a destra e i processi di subordinazione vengono accelerati, mentre l\u2019egemonia passa al campo avverso. In questa fase, che dura dagli anni Ottanta, continuare come se nulla fosse cambiato per incomprensione o malinteso \u201crealismo politico\u201d, o per abitudine o mentalit\u00e0 politica e culturale, pensando che il consenso popolare sia comunque garantito per natura, \u00e8 deleterio. Conduce ad assumerci responsabilit\u00e0 che non ci competono. E conduce a perdere credibilit\u00e0, a causa de una prassi politica che nei rapporti di forza dati entra inevitabilmente in contraddizione con il mandato che emerge da quei bisogni e da quelle domande sociali che ci si proponeva di ricucire assieme.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Proprio perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 nessuna armonia prestabilita tra popolo e sinistra, il proposito di riunificare un soggetto di resistenza o un soggetto antagonista fallisce quando il capitale di rappresentanza viene messo al servizio di politiche che vanno in direzione opposta, o quando viene applicato nel senso della mera riduzione del danno a partire da una fiducia incondizionata nelle identit\u00e0 e nelle appartenenze tradizionali. Non si sopperisce alla mancanza cronica di coerenza e di intransigenza, che nella crisi di egemonia delle <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>\u00e9lites<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> al comando sono essenziali, agitando il feticcio di un simbolo o di un nome per vellicare le debolezze nostalgiche che albergano ancora in qualcuno \u2013 sempre meno &#8211; di noi. Al tempo stesso \u2013 ed \u00e8 l\u2019altro pericolo dal quale dobbiamo guardarci -, il proposito di una ricomposizione fallisce anche quando non si comprende che alla crisi delle identit\u00e0 e delle appartenenze non si pu\u00f2 rispondere con l\u2019elogio provocatorio delle moltitudini, del nomadismo e dell\u2019ibridazione, perch\u00e9 in politica le identit\u00e0 stabili possono non piacere ma sono essenziali per condurre efficacemente un conflitto dal basso (e chi ha bisogno di unirsi, chi ha bisogno di un partito sulla base di una condivisione e di un patto razionale, bisogna sempre ricordarsene, sono anzitutto i deboli e non certo i forti). E se smantelliamo attivamente quelle identit\u00e0 storiche e culturali \u2013 le appartenenze di classe e le appartenenze politiche &#8211; che sono gi\u00e0 in crisi per conto loro, se invece di rinnovarle e rivivificarle ne neghiamo ogni legittimit\u00e0 in nome del sogno di una sorta di amore universale indistinto, o della spontanea natura cooperativa del <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>General Intellect<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">, oppure le affidiamo alla casualit\u00e0 effimera di ci\u00f2 che Laclau intende di fatto per \u201cegemonia\u201d, \u00e8 facile che esse vengano sostituite da altre forme di identit\u00e0. Le quali pretenderanno invece di essere fortissime, perch\u00e9 fondate su basi naturalistiche e persino biologiche che sono s\u00ec immaginarie ma non per questo meno pericolose.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Per unire oggi ci\u00f2 che \u00e8 stato diviso \u00e8 necessario perci\u00f2 anzitutto comprendere che siamo solo all\u2019inizio di una fase di ritirata strategica che sar\u00e0 molto lunga. Chi accusa di \u201cpurismo\u201d gli intransigenti, sfidandoli sarcasticamente a indicare una via che porti rapidamente alla rivoluzione, esercita un\u2019inutile provocazione. Se c\u2019\u00e8 qualcuno che pensa che la rivoluzione sia alle porte, o che sia quantomeno possibile un \u201ccambiamento\u201d, \u00e8 proprio chi si illude che sia possibile \u201ccambiare le cose dall\u2019interno\u201d. Se ragioniamo in termini di cicli storici e andiamo al di l\u00e0 della superficie evemenenziale delle cose, lo spostamento a destra del quadro politico nazionale e ancor prima internazionale, che pure dura dagli anni Ottanta, \u00e8 invece appena cominciato. E lo smantellamento delle conquiste sociali del XX secolo non si arrester\u00e0 e non far\u00e0 prigionieri. L\u2019esito delle elezioni americane, che alla campionessa corrotta delle <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>\u00e9lites<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> attualmente dominanti contrapponeva il campione impresentabile delle <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>\u00e9lites<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> concorrenti, il quale &#8211; sull\u2019onda della rivolta della piccola borghesia impoverita e incattivita &#8211; si sbarazza degli ideologismi del \u201cpoliticamente corretto\u201d per esercitare direttamente il potere dopo averlo delegato per decenni all\u2019<\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>establishment<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> ovvero ai democratici o ai repubblicani, \u00e8 in questo senso assai esplicativo. E il tifo sfrenato per l\u2019uno o per l\u2019altra che ha lacerato la sinistra europea, la quale sperava di compensare la propria impotenza tramite la vittoria altrui o facendo un dispetto alla propria moglie, lo \u00e8 altrettanto.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Alla ricerca di sempre nuovi conigli dal cilindro che caratterizza la sinistra attuale, atterrita per aver perso ogni rendita di posizione, va invece contrapposto un altro percorso. Questo significa che dobbiamo predisporci a un lavoro di lunga durata, lungo un orizzonte pluridecennale e con un atteggiamento \u201cnazionale-popolare\u201d e cio\u00e8 con a partire da quell\u2019ispirazione gramsciana che a me sembra tuttora molto pi\u00f9 corretta e utile di ogni richiamo al \u201cpopulismo\u201d. Chi pensa che basti trovare un leader o un simbolo o una sigla, chi si attacca a scorciatoie come Obama, Tsipras, o Corbyn, o oggi al pavido e subalterno Sanders, chi punta tutto sulle mobilitazioni elettorali, ci costringe a perdere tempo. Ricordiamoci sempre che &#8211; anche se pu\u00f2 sembrare incredibile \u2013 c\u2019\u00e8 qualcuno che ancora fino a qualche mese fa ha creduto di individuare in Vendola o in Fassina o in Landini o in altri simili a loro delle figure di leader capaci di sopperire alla mancanza di lavoro e organizzazione. Questa \u00e8 la situazione drammatica in cui siamo finiti.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Ma tutto ci\u00f2 non deve portarci alla disperazione. Non deve cio\u00e8 farci dimenticare che la storia c\u2019\u00e8 e le cose cambiano sempre, perch\u00e9 la dialettica dei rapporti di forza non cessa mai di scorrere nella societ\u00e0. E\u2019 stato facile unire il movimento operaio nel XIX secolo? Per nulla. Si tratta allora di produrre un lavoro oscuro e misconosciuto di portata pari a quello compiuto in quegli anni, per ricucire realt\u00e0 frammentate in un mercato del lavoro che sembra tornato a situazioni ottocentesche, quando il contratto nazionale non esisteva e lo sciopero era violazione della \u201clibert\u00e0 del lavoro\u201d ovvero della libert\u00e0 di sfruttare e farsi sfruttare. Questo lavoro deve svolgersi sul terreno sindacale e su quello culturale, che oggi sono pi\u00f9 praticabili. Ma questo lavoro deve porsi il problema di un programma politico, senza il quale il lavoro sindacale e culturale da soli non hanno un orizzonte di lunga durata.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Questo \u00e8 il punto pi\u00f9 doloroso, per\u00f2: se torniamo sul terreno politico, infatti, il dibattito arretra di almeno due decenni e ci costringe a discutere ancora se fare le alleanze e ricostruire il centrosinistra e dove e in quali occasioni. Siamo cio\u00e8 lontanissimi, a conti fatti, dalla minima presa di coscienza della tragicit\u00e0 del momento di cui parlavo all\u2019inizio, e ci balocchiamo ancora con figure idealtipiche della nostra impotenza e esistenzialmente nocive come Bersani o Vendola. Se poi dallo scenario nazionale allargassimo lo sguardo a quello internazionale e ai suoi urti latenti, dovremmo solo andare a nasconderci per quanto sono gravi oggi i rischi di conflitto generalizzato. Sono passati quasi trent\u2019anni dalla fine del campo socialista e siamo sempre fermi l\u00e0: ecco, se non c\u2019\u00e8 uno scarto sul piano politico che sblocchi la situazione, per altri trent\u2019anni non andremo da nessuna parte. Ma a tal fine \u00e8 necessario che una o due generazioni totalmente compromesse con il passato \u2013 generazioni in senso politico, culturale e di mentalit\u00e0, non in senso anagrafico \u2013 passi la mano. Ci vorr\u00e0 purtroppo ancora molto tempo e cio\u00e8 ci vorr\u00e0 il definitivo esaurimento di ogni speranza di ricostituzione del centrosinistra, che alberga ancora in troppi cuori.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Teniamo conto che per questo obiettivo il contesto \u00e8 assai difficile non solo per i rapporti di forza assolutamente sfavorevoli ma anche perch\u00e9 le nuove tecnologie digitali \u2013 che pure in un ambiente altamente acculturato come quello odierno potrebbero facilitare notevolmente il compito di una ricucitura sociale, mettendoci in una situazione molto pi\u00f9 favorevole rispetto a quella dei nostri padri e nonni del XIX secolo -, sono ormai pressoch\u00e9 individualizzate. Esse riproducono perci\u00f2 un ambiente produttivo di tipo \u201cartigianale\u201d e stimolano perci\u00f2 forme di coscienza spontaneamente anarchicheggianti, nelle quali ciascuno \u00e8 in condizione come piccolo produttore di farsi persino il proprio giornale e partito. Purtroppo per\u00f2 anche ci\u00f2 che rimane dei partiti organizzati non sfugge a questo andazzo. Anche i partitini residui si comportano in questo modo e \u2013 ridotti a piccole confederazioni di clan locali che comunicano prevalentemente in rete &#8211; invece di unire dividono perniciosamente, perch\u00e9 pretendono che siano tutti gli altri ad annullarsi e a sposare la Giusta Linea. Ci\u00f2 che essi possono invece fare per dare una mano \u00e8 una sola cosa: mettersi a disposizione di un processo di convergenza imperniato su pochi punti (analisi storico-materialistica della realt\u00e0, autonomia politica rigorosa e orientamento anti-imperialista) e poi sparire per sempre.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" style=\"padding-left: 30px;\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><b>Questo processo di separazione (finanche di isolamento e infine di soccombenza) della classe dei lavoratori (in generale, il mondo del lavoro) \u00e8 stato portato avanti anche mediante la complicit\u00e0 della sinistra (di una particolare classe dirigente) con il grande capitale finanziario, da cui sembra prendere ordini. Come \u00e8 potuto accadere questo? Si pu\u00f2 parlare semplicemente di tradimento o c&#8217;\u00e8 altro da prendere in esame?<\/b><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Anzitutto bisogna stare attenti a come si maneggia la questione del capitale finanziario in contrapposizione al capitale industriale. Sebbene ci siano certamente differenze e la prevalenza dell\u2019uno o dell\u2019altro risponda a problematiche e contraddizioni interne al modo di produzione nel suo rapporto con l\u2019ambiente storico circostante (il conflitto politico sociale), e sebbene questa gradazione contribuisca a determinare la natura della fase, il concetto stesso di capitale \u00e8 impensabile senza il credito.<\/span><\/span><\/p>\n<figure id=\"attachment_5797\" aria-describedby=\"caption-attachment-5797\" style=\"width: 261px\" class=\"wp-caption alignleft\"><a href=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/Locandina.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-5797\" src=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/Locandina.png\" alt=\"Stefano Azzar\u00e0 ha recentemente pubblicato &quot;Democrazia Cercasi&quot; (Imprimatur, 2014)\" width=\"261\" height=\"385\" srcset=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/Locandina.png 708w, https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/Locandina-203x300.png 203w, https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/Locandina-694x1024.png 694w, https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/Locandina-480x708.png 480w, https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/Locandina-339x500.png 339w\" sizes=\"auto, (max-width: 261px) 100vw, 261px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-5797\" class=\"wp-caption-text\">Stefano Azzar\u00e0 ha recentemente pubblicato &#8220;Democrazia Cercasi&#8221; (Imprimatur, 2014)<\/figcaption><\/figure>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">La scissione di questi due momenti, elevati a istanze metafisiche e staccati dalla loro natura processuale, \u00e8 tipica del pensiero piccolo-borghese. Che a lungo \u00e8 stato presente anche nel movimento socialista, in quanto rappresentava le istanze dei mestieri tradizionali travolti dai processi capitalistici, di fronte alla crisi e a problemi che quei soggetti sociali non riuscivano a comprendere (una situazione che presenta notevoli analogie con quella attuale). Nella storia delle idee la distinzione tra capitale imprenditoriale e un capitale finanziario cattivo &#8211; denaro che genera denaro, ricchezza parassitaria e frutto dell\u2019usura esercitata a danni del lavoro produttivo, un lavoro che caratterizzerebbe il manovale quanto l\u2019imprenditore &#8211; \u00e8 per\u00f2 un cavallo di battaglia di una serie di filoni politici e culturali esplicitamente di destra. I quali gi\u00e0 nella seconda met\u00e0 del XIX secolo, per non parlare di ci\u00f2 che accadde dopo la crisi del 1929, attaccavano la finanza proprio al fine di salvare la propriet\u00e0 privata. E i quali, ponendosi in competizione con la mobilitazione socialista di ispirazione marxista, proponevano e propongono una narrazione alternativa a quella della sinistra di classe, accusata di complicit\u00e0 con la finanza mondialista e apolide gi\u00e0 a partire dalla sua filosofia della storia progressista.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Oggi, in un\u2019epoca di confusione e di revival delle istanze piccolo-borghesi, non bisogna cadere in questi tranelli gi\u00e0 visti in diversi momenti della storia. Ficchiamocelo in testa una volta per tutte, senza farci ingannare dalle sirene di chi sostiene, anche provenendo da posizioni di estrema radicalit\u00e0, che la vera novit\u00e0 della fase sia il superamento delle categorie di destra e sinistra e l\u2019emergere di un fronte trasversale e \u201ctranspolitico\u201d di opposizione al capitalismo neoliberale su basi identitarie naturalistiche (\u201cgeopolitiche\u201d). Siamo in una fase molto pericolosa, nella quale la piccola borghesia in via di impoverimento ha revocato il mandato che aveva storicamente conferito alla grande borghesia (a patto che questa ne tutelasse almeno in parte gli interessi) e pensa d\u2019ora in avanti di poter fare in proprio. Ovviamente non ne \u00e8 capace ed \u00e8 per questo che questa zona grigia della societ\u00e0 \u00e8 esposta all\u2019influenza di una lotta senza quartiere che si svolge all\u2019interno delle <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>\u00e9lites<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">, e cio\u00e8 le classi dominanti, le quali si contendono a suon di miliardi il consenso dei ceti medi impauriti (Trump e Le Pen, che pure molti a sinistra hanno cominciato ad ammirare, sono la personificazione di questa deriva che nasce come rivolta contro i Clinton e gli Hollande ma finisce dritta dritta in una guerra tra poveri). N\u00e9 ha senso, come molti pasticcioni a sinistra pretendono, pensare che la confusione che dilaga nei ceti medi possa facilmente portare a un fronte popolare di questi settori con le classi subalterne: chi \u00e8 abituato a fare blocco verso l\u2019alto \u2013 i piccoli evasori si sentono ancora borghesi come i grandi banchieri \u2013 cerca di fuggire dai poveri, dei quali non sopporta la puzza perch\u00e9 teme di diventare come loro.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Per venire per\u00f2 alla domanda, ritengo che la categoria di tradimento vada esclusa sul piano scientifico. Essa viene usata da sempre nella polemica politica e in questo senso \u00e8 probabilmente ineliminabile, per quanto sgradevole, sul piano retorico. Ma sul piano della comprensione effettiva dei processi non serve a nulla, esattamente come la categoria di \u201ccoerenza\u201d o quella di \u201cestremismo\u201d, o come la coppia categoriale \u201cvecchio\/nuovo\u201d, che \u00e8 meramente formalistica. Chi usa questi concetti, nega che la storia si muova. E nega in sostanza anche il conflitto politico-sociale. Nega cio\u00e8 che il conflitto politico-sociale serva a qualcosa, che produca effetti, che sposti le contraddizioni in atto e determini i comportamenti e le forme di coscienza. Nega che esista la lotta tra le classi e dentro le classi. E riduce facilmente la storia a un insieme di complotti che vengono prodotti a ripetizione su un piano meramente soggettivistico.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Invece il conflitto politico-sociale, la lotta di classe, esiste. E condiziona forme di coscienza e comportamenti mentre cambia la realt\u00e0. E poich\u00e9 costituisce il tessuto connettivo e l\u2019energia di movimento della societ\u00e0, questo conflitto si dispiega in ogni ambito e in ogni parte della societ\u00e0 stessa. Quello che viene deplorato come un tradimento, perci\u00f2, non \u00e8 altro per lo pi\u00f9 che la conseguenza di una sconfitta nell\u2019ambito di un conflitto. La sinistra non ha affatto \u201ctradito\u201d il proprio mandato: la sinistra \u00e8 cambiata, certo, perch\u00e9 \u00e8 stata trasformata, come inevitabilmente avviene nella storia. Solo che questa trasformazione, essendo figlia di una sconfitta epocale e del peggioramento dei rapporti di forza, si muove nel senso stesso della tendenza generale dominante. E dunque si muove nel senso di uno slittamento a destra complessivo del quadro sociale e politico. Non \u00e8 la sinistra che va a destra perch\u00e9 ha tradito i poveri: lo fa in quanto ha perso la guerra, ha preso una botta fenomenale ed \u00e8 tutto il contesto che si spinge e ci spinge in quella direzione.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">La lotta di classe va pertanto presa sul serio: non come uno mero slogan declamatorio della domenica ma come il principale strumento di analisi della realt\u00e0 storica e sociale. E anche il suo esito e le sconfitte che possono maturare al suo interno vanno presi sul serio. E\u2019 ovvio che la sconfitta, che pu\u00f2 avvenire per ragioni molto diverse, produce subalternit\u00e0. E reciprocamente produce l\u2019egemonia del campo avverso. La sinistra \u00e8 stata dunque sconfitta e egemonizzata a tal punto da venire mutata in destra, nel volto <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>glamour<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> dirittumanista, acculturato e riflessivo della destra.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Una cosa diversa da quanto ho appena detto, e pi\u00f9 generale, riguarda invece il fatto che da un altro punto di vista si fa spesso passare per \u201ctradimento\u201d ci\u00f2 che \u00e8 semplicemente \u201capprendimento\u201d. E\u2019 chiaro che un movimento istituzionalizzato \u00e8 diverso da uno in fusione. E\u2019 chiaro che una forza politica che prende il potere si comporta diversamente da una forza politica che lotta per ottenerlo. E\u2019 chiaro che la dimensione mitologica e religiosa, il purismo, l\u2019idealismo, l\u2019estremismo che possono essere necessari nella fase di accumulazione delle forze, non possono essere utili per gestire fasi successive, nelle quali prevale il compito della ricostruzione di un ordine. In questo senso, la storia del movimento operaio \u00e8 la storia di continue scomuniche reciproche e di reciproche accuse di tradimento (il cui modello \u00e8 forse l\u2019accusa di Trotzky verso Stalin di aver tradito l\u2019ideale rivoluzionario, come se la politica non fosse una continua catena di \u201ctradimenti\u201d e come se lui fosse pi\u00f9 affidabile\u2026), dietro le quali si nasconde in realt\u00e0 una scarsa attitudine alla comprensione delle dinamiche storiche. Cosa assai grave per chi si richiama a una teoria, il materialismo storico, che proprio questa comprensione dovrebbe facilitare.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" style=\"padding-left: 30px;\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><b>In due libri importanti, Jameson e Harvey descrivono il postmoderno come la filosofia a supporto del capitalismo contemporaneo. A suo giudizio hanno ragione? Qual \u00e8 la sua posizione in generale sul postmoderno?<\/b><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Leggo proprio adesso diversi articoli di eminenti editorialisti italiani che sui principali quotidiani nazionali commentano la scelta degli Oxford Dictionaries di dichiarare \u201cPost-Truth\u201d come parola dell\u2019anno. E che deplorano \u2013 proprio loro, i principali responsabili della manipolazione industriale del consenso \u2013 il postmoderno e il trionfo del motto di Nietzsche secondo cui \u201cnon ci sono fatti ma solo interpretazioni\u201d. E rimango sbalordito dal fatto che tutti sembrano improvvisamente diventati nuovorealisti nel nome della logica aristotelica ma anche del rigore, dell\u2019austerit\u00e0 e delle leggi bronzee dei mercati internazionali, mentre fino a ieri le stesse persone inventavano provette di antrace per invadere l\u2019Iraq o mettevano in prima pagina i cani di Kim Jong Un che si erano mangiati lo zio. Jameson e Harvey hanno invece avuto il merito &#8211; in un\u2019epoca nella quale il postmodernismo impazzava senza opposizioni e la difesa dei fondamenti filosofici della modernit\u00e0 era assimilata a un\u2019ingenua apologia delle Grandi Narrazioni o, scimmiottando Nietzsche, alla mera secolarizzazione di un discorso religioso &#8211; di dire cose eretiche e scandalose, che turbavano l\u2019ideologia dominante. Lo hanno fatto, inoltre, in nome di una teoria politica, il marxismo, che sembrava il primo cadavere provocato dall\u2019avvento del postmodernismo. Lo hanno fatto, infine, in lingua inglese e cio\u00e8 nella lingua dell\u2019Impero, quel soggetto politico e ideologico che pi\u00f9 di ogni altro ha contribuito alla creazione della nuova <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>koin\u00e9<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> postmoderna.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Quando si parla di postmoderno, soprattutto in ambito accademico, i colleghi pi\u00f9 interni al discorso dominante cercano subito di intimidirti chiedendoti di tirare fuori i nomi. E poi cercano di inchiodarti facendo ricorso alla frantumazione specialistica del campo filosofico, dicendo cio\u00e8 che la realt\u00e0 \u201c\u00e8 pi\u00f9 complessa\u201d, che molto diverse sono poi le proposte di Foucault o Deleuze o Vattimo o Derrida o questo o quello, e che confondere queste cose non \u00e8 rigoroso, non \u00e8 scientifico, non \u00e8 serio, \u00e8 propaganda politica, e via dicendo. Si tratta di strategie retoriche difensive che sono in auge dai tempi della sofistica antica. In realt\u00e0, queste differenze, che pure sono presenti, non confutano proprio niente rispetto alla critica del postmodernismo. Si possono avere anche le posizioni pi\u00f9 diverse e contrapposte, infatti, ma condividere il terreno di alcuni fondamenti filosofici essenziali. Quando un complesso egemonico agisce in maniera incontrastata dopo una vittoria di sistema, occupa tutto lo spettro del campo ideologico e pu\u00f2 persino mettere in scena feroci contrapposizioni dentro il nulla. Ed \u00e8 esattamente quello che succede da decenni con il postmodernismo. Il postmoderno \u00e8 in sostanza l\u2019aspetto culturale della svolta neoliberale, come il revisionismo ne \u00e8 l\u2019aspetto storiografico. Dalla met\u00e0 degli anni Settanta, come sappiamo, la fase si \u00e8 invertita perch\u00e9 nel conflitto politico-sociale a un lungo ciclo di ascesa delle classi subalterne \u00e8 seguita una controffensiva delle classi dominanti. Questa transizione si \u00e8 svolta certamente su pi\u00f9 piani e ha avuto una molteplicit\u00e0 di aspetti, dalla produzione alla sfera istituzionale. Ma sarebbe stata impossibile senza una parallela transizione culturale.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Quest\u2019ultima transizione \u00e8 consistita prevalentemente nella critica e nello smantellamento dei fondamenti filosofici della modernit\u00e0. Ovvero di quelle condizioni culturali che hanno creato il contesto per un progetto di emancipazione consapevole, collettivo e organizzato, e che gi\u00e0 Nietzsche si era proposto programmaticamente di annientare, seguito in ci\u00f2 da Heidegger. Non posso fare qui un discorso sistematico. Ma posso accennare al fatto che si trattava di mettere in discussione la concezione del tempo, a partire dall\u2019idea di progresso (considerata oggi un cane morto di cui vergognarsi anzitutto dalla sinistra). Si trattava poi della concezione dell\u2019uomo, di cui viene negato il concetto universale (e ancora una volta \u00e8 la sinistra, soprattutto quella femminista, ad aver rivalutato il differenzialismo e il nominalismo tipici delle destre). E della contestazione della progettualit\u00e0 universale in quanto tale. Si trattava infine del ruolo della ragione e della sua potenza conoscitiva e connettiva. Sono tutte cose che hanno parecchio a che fare con la costruzione del movimento socialista e senza le quali il processo di unificazione che ha conferito ai subalterni la forza politica di configgere dal basso contro le classi dominanti non sarebbe stato minimamente pensabile (voglio vedere qualcuno disposto a farsi sparare o mettere in galera per ragioni politiche se non crede nel Sol dell\u2019Avvenire o in qualcosa di simile). E sono cose che, non a caso, sono state contestate in corso d\u2019opera sia dal pensiero conservatore che da quello liberale, prima di essere rivalutate dopo la Seconda guerra mondiale anche in altri ambiti politici.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">In questo passaggio la sinistra ha avuto un ruolo passivo ma centrale. Sono stati proprio gli intellettuali di sinistra a elaborare infatti le posizioni postmoderne, immaginandole come una risposta alla crisi contemporanea della libert\u00e0. Lo hanno fatto per via dei cambiamenti della societ\u00e0 che abbiamo gi\u00e0 visto: una societ\u00e0 affluente \u00e8 pi\u00f9 attenta all\u2019individuo di una in via di sviluppo ed \u00e8 giusto che sia cosi. Lo hanno fatto per\u00f2 anche a partire da una riflessione sul Novecento e sui fallimenti delle promesse della modernit\u00e0. In questo senso il discorso postmoderno non va per nulla ridicolizzato, come spesso avviene per reazione nella sinistra estrema di classe. Esso nasce da un\u2019esigenza reale e incontestabile: il riconoscimento del ruolo dell\u2019individuo dopo una lunghissima epoca nella quale esso era stato inevitabilmente sacrificato al primato del genere o dei grandi collettivi.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Chi ridicolizza questa esigenza in nome di un pensiero virile che parla come mangia non solo non capisce nulla di quanto \u00e8 successo, ma al mito libertario dell\u2019autonomia assoluta finisce spesso per contrapporre l\u2019incubo di un controllo autoritario della societ\u00e0 e di una sottomissione dell\u2019individuo che \u00e8 in contraddizione con tutta la storia della sinistra e che si colloca perci\u00f2 a destra. Non \u00e8 questo ci\u00f2 che ci deve interessare, anche se \u00e8 vero che il postmodernismo teorico \u00e8 insopportabile nella sua puzza sotto il naso. Ed \u00e8 anche vero che in nome di un malinteso \u201cindividuo\u201d c\u2019\u00e8 stata in passato un\u2019offensiva politica che ha scatenato una vera e propria Guerra Fredda culturale, facendo leva esplicitamente sulle pulsioni idealistiche e puristiche della sinistra non comunista e di quella \u201ctrotzkista\u201d in senso lato.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Lasciamo da parte questi casi, per\u00f2. In generale, va detto che le pur ottime intenzioni dell\u2019intellettualit\u00e0 della sinistra radicale sessantottina e post-sessantottina, l\u2019intenzione di valorizzare la libert\u00e0 individuale e il punto di vista particolare contro un\u2019universalit\u00e0 che spesso \u00e8 stata sinonimo di terrore e imperialismo, \u00e8 venuta a cadere nel pieno di un conflitto, anzi di una vera controffensiva dall\u2019alto. Le idee postmoderne, cio\u00e8, sono state sfortunatissime &#8211; ahiloro e ahinoi &#8211; e si sono affermate proprio nel momento pi\u00f9 sbagliato possibile. Quando era in corso una rivincita delle classi dominanti, le quali miravano gi\u00e0 in maniera esplicita a recuperare il terreno perduto in oltre un secolo di redistribuzione democratico-moderna della ricchezza materiale e immateriale e del potere. E le quali sono facilmente riuscite a riassorbire il discorso postmoderno nell\u2019ambito di una rivoluzione passiva di enorme portata che \u00e8 ancora in corso.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Non ha senso, perci\u00f2, rivolgere insulti compensativi al postmodernismo e alla sinistra postmoderna senza capire cosa avesse motivato queste posizioni. Si tratta invece di spiegare a coloro che hanno a cuore l\u2019individuo, e che non sopportano le rigide categorizzazioni di classe, che le pur legittime istanze del postmodernismo &#8211; se non vogliono essere un cavallo di troia della destra come sono state sinora &#8211; devono essere ricondotte esse stesse al progetto moderno di emancipazione come progetto consapevole, collettivo e organizzato. E devono contribuire al suo compimento laicizzando gli elementi di religiosit\u00e0 presenti nel mito rivoluzionario ma senza rinunciare alla tensione universalistica che lo innerva. La modernit\u00e0 \u00e8 infatti incompiuta, come ha spiegato da molto tempo persino una figura assai moderata e noiosa come Habermas. E finch\u00e9 non riprender\u00e0 il processo della sua costruzione, la stessa libert\u00e0 individuale inevitabilmente soffrir\u00e0, perch\u00e9 alla lunga non esiste libert\u00e0 individuale senza libert\u00e0 collettiva, non esiste libert\u00e0 negativa senza quella positiva. Anche l\u2019apparente assolutezza della libert\u00e0 individuale oggi \u00e8 assai effimera: da un lato essa \u00e8 rovesciata nell\u2019indifferenza dell\u2019intercambiabilit\u00e0 che toglie responsabilit\u00e0 all\u2019individuo ma sottrae anche senso. Dall\u2019altro \u00e8 rovesciata nella legge della giungla, nella quale alla libert\u00e0 apparente di tutti, che per lo pi\u00f9 inizia e finisce nel consumo di merci o di presunte esperienze di distinzione, si contrappone la libert\u00e0 reale di uno solo.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Si tratta di questioni che rimangono all\u2019ordine del giorno anche se \u00e8 sempre pi\u00f9 viva oggi la tendenza a dichiarare l\u2019esaurimento del postmodernismo. In realt\u00e0, per come vedo io le cose, il postmodernismo \u00e8 finito e delegittimato se facciamo riferimento alle proposte programmatiche postmoderne di cui erano ricolmi gli anni Ottanta e Novanta e alle quali nessuno oggi pu\u00f2 seriamente credere pena il ridicolo. Ma questa fine coincide con una disseminazione e fa seguito al consolidamento di un senso comune rassegnato, tale per cui i presupposti del postmodernismo sono pi\u00f9 vivi e attivi che mai proprio quando in apparenza tutti si vergognano a dichiararsi postmoderni. Che cos\u2019\u00e8 in realt\u00e0 la presunta opposizione \u201cidentitaria\u201d al postmodernismo, quella ad esempio che viene da destra e che vorrebbe ripristinare il primato improbabile dei valori tradizionali nel 2016 creando un vasto fronte trasversale alla destra e alla sinistra, se non un <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>detournement<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> tutto postmoderno e pasticciato di ci\u00f2 che rimane delle identit\u00e0 politiche del Novecento?<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" style=\"padding-left: 30px;\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><b>La cosiddetta &#8220;marea rosa&#8221; latinoamericana (ovvero, l&#8217;ondata di governi di sinistra cominciata a fine novecento con la salita al potere in Venezuela di Hugo Chavez) sembra volgere al termine. A suo giudizio, perch\u00e8 sta avvenendo questo? Quali sono stati i limiti di queste esperienze?<\/b><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Intanto va chiarito un aspetto. In continuit\u00e0 con il terzomondismo di un tempo, che si contrapponeva al mito dell\u2019Urss, l\u2019attenzione verso l\u2019America Latina ha spesso a che fare con l\u2019esotismo e il populismo tipici della sinistra etnocentrica europea. Un esotismo che a sua volta \u00e8 legato anche a una concezione postmoderna della storia e delle soggettivit\u00e0. Di contro alla sinistra ancora classista, universalista, triste, monistica, economicista, gerarchizzata, tipica del panorama socialista europeo, viene raccontata la finzione di una sinistra tropicale variopinta e ballerina, pluralista, allegra, comunitaria. Non \u00e8 solo una questione di tipologia dei gruppi. E\u2019 anche un\u2019idea di sviluppo storico: l\u2019idea cio\u00e8 che si possa arrivare al socialismo senza lavorare, saltando lo sforzo della modernit\u00e0, semplicemente con un revival delle comunit\u00e0 originarie e in questo caso di quelle indigene, nonostante la loro arretratezza produttiva fosse necessariamente anche ristrettezza di orizzonti culturali. E\u2019 un socialismo ideale, antieconomicistico, umanistico, populista, anarchicheggiante, questo che sogna di comuni agricole e Vere Zasulic. Ed \u00e8 ontologicamente in imbarazzo con il potere, tanto che sta con i deboli e i poveri a patto che costoro non osino tentare di diventare pi\u00f9 forti e ricchi attraverso la conquista delle leve politiche (come \u00e8 avvenuto nei confronti dei comunisti cinesi).<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Ebbene, questa visione &#8211; che nasconde in realt\u00e0 un senso di superiorit\u00e0 degli occidentali cos\u00ec forte da sovrapporre un desiderio alla realt\u00e0 &#8211; \u00e8 sbagliata. Il ciclo progressista in America Latina nasce certamente dalla questione sociale e da un lavoro decennale dei movimenti politici e sociali di quei paesi. Ma nasce anzitutto da secoli di dominazione imperialistica <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>yankees<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> nel cortile di casa, prima e dopo la Dottrina Monroe. E nasce perci\u00f2 dalla legittima, identitaria, nazionalistica e tradizionalissima reazione al dominio altrui nel momento in cui la politica americana ha una crisi di <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>overstretching<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> e non riesce a controllare tutto il vasto campo dell\u2019Impero. Questo ciclo \u00e8 dunque il figlio non della nuova politica postmoderna dei movimenti in stile Laclau, che poi \u00e8 la solita New Left che conosciamo da una vita, ma della vecchissima questione nazionale e coloniale. Una questione i cui termini sono assai chiari ai latinoamericani ma molto meno agli europei, i quali pure pretendono di farsi campioni dell\u2019America Latina e di fare anche la lezione ai suoi soggetti politici.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Detto questo, con buona pace di qualche buontempone che ha immaginato di identificare nei BRICS l\u2019imminente costruzione di un nuovo Campo Socialista delle Nostalgie, anche in America Latina il ciclo progressista pare essere alle corde. L\u2019Argentina. Il Brasile. Il Venezuela. I problemi in Bolivia. La sfida pi\u00f9 ardua per Cuba. La ragione principale di questa crisi \u00e8 la riscossa dell\u2019imperialismo statunitense: su questo non c\u2019\u00e8 dubbio e bisogna essere sempre rigorosamente dalla parte di quei governi che a questa offensiva cercano di resistere. E per\u00f2, visto che gli Stati Uniti fanno alla fine il loro mestiere e che questo si sapeva sin dall\u2019inizio, credo che siano pi\u00f9 interessanti e istruttive, per chi voglia imparare, altre due ragioni alla base di questa crisi.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">La prima riguarda un aspetto gi\u00e0 visto: di fronte all\u2019esperienza del governo, i movimenti politici devono crescere, devono saper apprendere. Lo scontro tra la teoria e la prassi politica non \u00e8 mai indolore. Il corso del mondo non \u00e8 mai l\u2019ambiente pi\u00f9 confortevole per la legge del cuore. Chi pensa che politica sia la miracolosa realizzazione di ideali purissimi, non agir\u00e0 mai politicamente. Perch\u00e9 la politica deve sempre tener conto dei rapporti di forza e della realt\u00e0 data, della natura oggettiva delle contraddizioni. Questo atteggiamento idealistico non \u00e8 presente per\u00f2 soltanto in Europa. Anche in America Latina \u00e8 assai diffuso. Conosco la realt\u00e0 brasiliana meno peggio di altre e ho sentito spesso il racconto di cose che non pensavo possibili in realt\u00e0 che consideravo pi\u00f9 sane. Basti del resto ricordare un dato di fatto: alle ultime elezioni, contro Dilma si \u00e8 candidata una esponente dell\u2019inutile partito dei Verdi, che in precedenza aveva fatto parte della coalizione di Lula ma che in nome della \u201cvera sinistra\u201d aveva criticato le debolezze sociali del governo del PT. E che faceva finta di non accorgersi nemmeno di favorire con la sua candidatura le destre neoliberali (si badi bene: questo argomento dell\u2019apprendimento ha natura dialettica e va perci\u00f2 sempre commisurato alla situazione concreta e cio\u00e8 all\u2019andamento del conflitto e al diagramma dei rapporti di forza; in Italia viene infatti spesso usato da chi pensa di trovare spazi pi\u00f9 ampi attraverso una politica di alleanze o di entrismo: la differenza sta per\u00f2 nel fatto \u2013 decisivo &#8211; che in Italia c\u2019\u00e8 un processo dominante regressivo che va a destra e smantella <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Welfare<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">, mentre in Brasile c\u2019era un processo progressivo che, pur tra mille contraddizioni, andava a sinistra e il <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Welfare<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> lo costruiva).<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Ma \u00e8 solo nella societ\u00e0 civile o tra i militanti e simpatizzanti che c\u2019\u00e8 stato questo deficit politico? No, anche nei quadri dirigenti politici. Anche loro sono stati restii all\u2019apprendimento. Non penso al Brasile, in questo caso, che \u00e8 stato investito da un\u2019offensiva esplicita che ha fatto ricorso a mezzi illegali. Penso piuttosto al Venezuela, che per quanto ne so ha perso una grande occasione. Invece di apprendere dal passato, dalla storia del campo socialista, e capire che obiettivo fondamentale in questa fase per un paese subalterno \u00e8 lo sviluppo delle forze produttive, il conseguimento di quell\u2019indipendenza economica che pu\u00f2 garantire quella politica, per quello che io posso capire il Venezuela ha sviluppato politiche assistenziali assai generose ma rese possibili unicamente dalla presenza del petrolio. E\u2019 chiaro che la manipolazione dei prezzi guidata dagli Usa ha a un certo punto messo in ginocchio la politica venezuelana. Che senza il carisma di Chavez si \u00e8 andata logorando ed \u00e8 oggi alle soglie di una guerra civile per via delle pulsioni golpiste delle destre filo-americane.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Per quello che posso capire, la fine del ciclo progressista in America Latina sconta dunque i problemi generali della sinistra, che sono problemi di portata mondiale.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" style=\"padding-left: 30px;\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><b>Il giudizio sull\u2019Unione europea per i comunisti (e per la sinistra) riflette la contraddizione (apparente) tra internazionalismo e via nazionale al socialismo. Abbiamo due blocchi: da una parte c&#8217;\u00e8 l&#8217;idea di una lotta a livello europeo per imporre politiche economiche alternative mentre dall&#8217;altra parte c&#8217;\u00e8 chi si schiera per una rottura anche unilaterale. Come va interpretato l&#8217;internazionalismo di Marx? E quale giudizio va dato sull&#8217;Unione europea?<\/b><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">E\u2019 una questione assai complessa, dai molti risvolti dialettici, che poco si presta \u2013 come invece di fatto accade &#8211; alle semplificazioni e alle tifoserie di chi pur avendo un nobile lignaggio si \u00e8 ridotto ormai all\u2019impotenza. Sintetizzando si pu\u00f2 per\u00f2 dire che bisogna essere rigorosamente <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>inter-nazionalisti<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">. E cio\u00e8 che bisogna tener ferma la centralit\u00e0 della questione nazionale in questa fase politica, senza per\u00f2 mai contrapporla all\u2019esigenza di una costante apertura universalistica delle identit\u00e0 storicamente determinate e alla spinta oggettiva all\u2019autoriconoscimento del genere umano e alla costruzione delle istituzioni che sono adeguate a questa essenza generica.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Il punto da cui partire \u00e8 a mio avviso questo: esiste una tendenza secolare all\u2019aggregazione di grandi spazi geopolitici che \u00e8 connessa alla fine del feudalesimo e all\u2019affermazione del modo di produzione capitalistico, con la conseguente dilatazione degli scambi, e che riguarda in primo luogo proprio la piattaforma europea. Questa tendenza si \u00e8 affermata molto presto nel corso dell\u2019et\u00e0 moderna, quando ancora la costruzione degli Stati nazionali non era compiuta, come non era compiuta nemmeno la costruzione delle forme politiche rappresentative. Eppure gi\u00e0 con Napoleone, quando non esisteva ancora la grande fabbrica e le comunicazioni via telegrafo erano appena iniziate, era chiaro il tentativo di aggregare la piattaforma continentale. Un tentativo che gi\u00e0 allora le potenze marittime, e cio\u00e8 in questo caso l\u2019Inghilterra, avevano contrastato; e che \u00e8 fallito perch\u00e9 a tentare l\u2019avventura era stata una potenza \u201claterale\u201d come la Francia. Gi\u00e0 agli inizi dell\u2019Ottocento, insomma, la Grande politica aveva una dimensione sovranazionale e continentale, perch\u00e9 gi\u00e0 l\u2019avvio della modernit\u00e0, innescando una moltiplicazione delle reti di traffico e di comunicazione, aveva provocato un drastico allargamento degli orizzonti del genere umano e della sua attivit\u00e0 produttiva.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Per chi deplora lo sviluppo delle forze produttive in una prospettiva populistica e pauperista, o dal punto di vista di una introvabile \u201ctradizione\u201d, tutto questo \u00e8 qualcosa di mostruoso. A mio avviso, invece, si tratta di un pezzo di quella straordinaria rivoluzione che costituisce la modernit\u00e0. Lo sviluppo produttivo, che accorcia le distanze e mette i popoli in contatto favorendo la circolazione del pensiero, \u00e8 anche uno sviluppo intellettuale e \u201cspirituale\u201d. Sotto questo aspetto bisogna essere rigorosamente modernisti come erano Marx e Engels nel <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Manifesto<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> ma anche Lenin nel richiedere l\u2019elettrificazione del territorio sovietico: autarchia, radicamento, chiusura, paura nei confronti dell\u2019ignoto sono sinonimo di arretratezza culturale e antropologica, di ottusit\u00e0, di provincialismo, di scarsit\u00e0 di bisogni e dunque anche di talenti. Il progetto moderno di emancipazione contiene in s\u00e9, in questo senso, il progetto dell\u2019unit\u00e0 del genere sancita nel concetto stesso di uomo. La costruzione del genere umano coincide, perci\u00f2, con la costruzione di uno spazio unitario che tende a dilatarsi fino al perimetro del mondo stesso. Non bisogna avere paura di questo processo, perch\u00e9 altrimenti di nostalgia in nostalgia staremmo ancora a rimuginare su quanto fossero belli i tempi degli Assiri e dei Babilonesi, dei Greci e dei Romani (c\u2019\u00e8 chi lo fa), mentre il dinamismo accompagna <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>homo sapiens<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> sin dalla sua comparsa sulla terra.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Questo significa che i processi di superamento degli Stati nazionali e di convergenza sovranazionale vanno sempre salutati positivamente? Non \u00e8 cos\u00ec e quanto ho detto sinora non \u00e8 sufficiente, perch\u00e9 una volta esposti i principi generali bisogna sempre vedere a che punto siamo nella storia e cio\u00e8 nella situazione concreta. Mentre questo retroterra di filosofia della storia, che pure \u00e8 corretto e che io stesso condivido, induce molto spesso molti gli intellettuali di sinistra ad accontentarsi dei principi generali e a sospettare di ci\u00f2 che sembra contraddirli. Come appunto lo Stato nazionale, il quale viene assimilato <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>tout court<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> al nazionalismo. Il quale \u2013 nella dimenticanza del contesto storico reale \u2013 viene a sua volta identificato <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>tout court<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> con la politica di potenza e l\u2019egemonismo. Le cose per\u00f2 non stanno per nulla cos\u00ec. La natura progressiva della mondializzazione alla quale alludevo prima non deve fare dimenticare il semplicissimo fatto che essa ancora <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>non c\u2019\u00e8<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">, ovvero non \u00e8 compiuta. E che sebbene quello scenario sia affascinante, la legittima ricerca dell\u2019universalit\u00e0, se non vuole metter capo a una forma astratta, deve sempre fare i conti con la mediazione. E dunque, nel caso che ci riguarda, con il fatto che non \u00e8 ancora affatto tramontata l\u2019epoca degli Stati nazionali, i quali sono invece tuttora vivi e sono coinvolti in una rete di rapporti di forza i cui sviluppi non sono indifferenti rispetto agli esiti di quella stessa mondializzazione che ci \u00e8 tanto cara. Per amore del futuro, si rischia altrimenti di sacrificare il presente e di prendere posizioni sbagliate. Nelle quali l\u2019universalismo si rovescia nel suo contrario e lo stesso futuro viene compromesso perch\u00e9 viene ipotecato a monte da interessi di parte.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Il concetto di nazione, va allora detto, \u00e8 progressivo e di sinistra e si afferma con la Rivoluzione francese in coincidenza con il superamento dell\u2019<\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Ancien R\u00e9gime<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> e della concezione conservatrice e patrimoniale dello Stato. Ancora alla fine del XVIII e nel corso del XIX secolo il concetto di nazione e il nazionalismo, ad esempio in Herder, nel primo Fichte e in numerosi altri autori da loro in avanti, hanno a che fare con la questione dell\u2019autodeterminazione dei popoli, della democrazia internazionale, della costruzione del concetto universale di uomo e via dicendo. E\u2019 solo con l\u2019epoca degli imperialismi che il nazionalismo diventa aggressivo e la sua dialettica si inverte. Ma come ha notato Hannah Arendt, l\u2019imperialismo \u2013 quello nazista e quello fascista, ad esempio &#8211; rappresenta esattamente la confutazione della categoria di nazione e non ha niente a che fare con il nazionalismo, che \u00e8 un fenomeno progressivo.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Se nel movimento socialista delle origini \u00e8 ancora presente un afflato cosmopolitico che \u00e8 retaggio dell\u2019influenza borghese e eredit\u00e0 dell\u2019astrattezza illuministica della Rivoluzione francese e del napoleonismo, quando questo movimento assume un orientamento marxista ogni ingenuit\u00e0 viene in tal senso superata. Sappiamo quanto Marx e Engels fossero attenti alla questione nazionale, che rientra in pieno nell\u2019ambito della lotta di classe (la Polonia, l\u2019Irlanda\u2026). Sappiamo che anche Gramsci e Lenin avevano ben chiara questa funzione della questione nazionale. E\u2019 per questo che io, come dicevo prima, preferisco parlare di <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>inter-nazionalismo<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> piuttosto che di internazionalismo <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>tout court<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">. Del resto, \u00e8 lo Stato nazionale e solo esso la cornice storica della democrazia moderna. Ed \u00e8 sempre lo Stato nazionale ad aver rappresentato il contesto nel quale le classi subalterne hanno ottenuto il massimo delle loro conquiste. Non parliamo poi del nesso che sussiste tra statualit\u00e0 e diritti dell\u2019uomo (diversi dai \u201cdiritti umani\u201d di cui si parla oggi). Un nesso che diventa chiarissimo al rovescio oggi, quando alle masse di rifugiati privi di Stato viene negato anche ogni riconoscimento (ricordiamo, nuovamente, Hannah Arendt e quanto diceva a proposito della condizione di apolide subito dopo la Seconda guerra mondiale).<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Ora, per tornare ai problemi di oggi, \u00e8 evidente che anche il processo di costruzione del genere, quel riconoscimento della comune umanit\u00e0 che \u00e8 il cuore del progetto moderno e che possiamo chiamare \u201cmondializzazione\u201d, non \u00e8 mai stato privo di contraddizioni e ha coinciso per gran parte della storia occidentale con il colonialismo, il quale se ne \u00e8 fatto portatore per eterogenesi dei fini. Tuttavia, questa mondializzazione del genere, persino con le sue contraddizioni, va distinta nettamente e in via di principio da quanto sta accadendo sotto i nostri occhi. E cio\u00e8 da un progetto solo in apparenza simile che chiamiamo \u201cglobalizzazione\u201d e che consiste invece nel deviare la costruzione del genere nel senso dello specifico progetto dell\u2019imperialismo e dell\u2019\u201dinternazionalismo\u201d statunitense. Il quale gi\u00e0 dalla fine della Seconda guerra mondiale ha costruito un\u2019area di libero scambio in funzione geopolitica prima ancora che geoeconomica, con l\u2019obiettivo di isolare la Russia sovietica e il campo socialista. La globalizzazione di cui tutti parliamo dagli anni Novanta in poi non \u00e8 perci\u00f2 la mondializzazione, la costruzione del genere, ma \u00e8 la sua negazione determinata, \u00e8 l\u2019immagine del mondo che esce dalla vittoria del progetto egemonico statunitense. Tanto che da quel momento \u201cinternazionalismo\u201d diventa una parola edulcorata che copre le aspirazioni imperialistiche degli USA e dell\u2019Occidente (in posizione subordinata). Di questa globalizzazione particolaristica fa parte anche il processo di unificazione europea nelle modalit\u00e0 specifiche che esso ha assunto nel secondo dopoguerra e cio\u00e8 in una fase storica in cui, dopo la sconfitta della reazione nazifascista, le nazioni europee sono divenute di fatto semicolonie statunitensi.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Alla negazione determinata non si contrappone per\u00f2 una negazione assoluta ma un\u2019altra negazione determinata. La contingenza fenomenologica imperialistica del processo comporta l\u2019insignificanza del processo di mondializzazione stesso? Non \u00e8 cos\u00ec. Si tratta perci\u00f2 di distinguere con chiarezza la tendenza di lunga durata, che \u00e8 progressiva e coincide con la costruzione del genere, dalle sue modalit\u00e0 contingenti che sono legate ai rapporti di forza vigenti. La mondializzazione e umanizzazione come processi sono infatti dei campi di forze che possono essere deformati secondo progetti politici ben precisi e ben precise gerarchie. Ed \u00e8 chiaro, sotto questo aspetto, che l\u2019architettura di Maastricht \u00e8 stata sin dall\u2019inizio orientata in senso politico e sociale, cos\u00ec che essa va di per s\u00e9 intesa come un grandioso progetto di ri-sottomissione del lavoro e di abbassamento del suo costo. Un progetto che cade al termine di una fase assai ampia di lotta di classe e che viene elaborato al fine di consentire alla piattaforma continentale, aggregata in posizione subalterna, di svolgere un ruolo complementare nelle gerarchie internazionali di divisione del lavoro di marca statunitense. Inoltre, nel processo di convergenza europea gli Stati nazionali, come ho detto prima, non svaniscono affatto: semplicemente alcuni Stati nazionali e uno in particolare costruiscono un ambiente ideale per egemonizzare gli altri e occupare una posizione privilegiata nella catena imperialistica.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">In una prospettiva dialettica, si tratta perci\u00f2 di respingere questo progetto politico e di riproporre con forza la questione nazionale. Ma si tratta di farlo per le ragioni giuste, e cio\u00e8 in nome della democrazia moderna e non in nome di forme politiche autoritarie o post-democratiche. Si tratta cio\u00e8 di riaffermare la centralit\u00e0 dello Stato-nazione nel suo nesso con la questione della democrazia tra le classi e tra i popoli e con la questione sociale. E si tratta al tempo stesso di farlo senza contrapporre la questione nazionale cos\u00ec intesa al progetto di mondializzazione e costruzione del genere, come invece avviene per lo pi\u00f9 da parte degli avversari del processo di unificazione europea (tra i quali c\u2019\u00e8 chiarissima un\u2019egemonia di destra sociale che si coagula principalmente sul terreno del contrasto alle migrazioni).<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Conosciamo tutti le conseguenze devastanti sul piano sociale del processo di convergenza monetaria e conosciamo anche quante illusioni, alla fine della Guerra Fredda, sono state spacciate da una classe dirigente orientata prevalentemente a sinistra. Va tenuto conto, inoltre, che l\u2019offensiva dall\u2019alto contro le classi subalterne, quell\u2019offensiva che \u00e8 passata per la devoluzione dei poteri nazionali al fine di aggirare i vincoli redistributivi (in termini di ricchezza e di potere) della democrazia moderna e le garanzie che questa forma politica assicurava fasce sociali pi\u00f9 deboli, si \u00e8 accompagnata a un altro fenomeno. Si \u00e8 accompagnata cio\u00e8 a una grande rivoluzione che ha investito i paesi un tempo colonizzati dall\u2019Occidente, i quali hanno fatto il loro ingresso nella modernit\u00e0 e si sono sviluppati a ritmi vertiginosi, sfruttando legittimamente il vantaggio competitivo che l\u2019apertura delle frontiere commerciali dava loro in forza del basso costo del lavoro.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Si tratta di una rivoluzione di enorme portata e dal carattere decisamente progressivo, a meno che non vogliamo rimpiangere i tempi del colonialismo come sempre pi\u00f9 persone in effetti fanno. E\u2019 chiaro per\u00f2 che questa concomitanza ha ristretto ancora di pi\u00f9 la quota di ricchezza alla quale l\u2019Europa pu\u00f2 aspirare e ha di conseguenza inasprito ulteriormente in questo continente la lotta di classe dei ricchi contro i poveri. I quali hanno finito per pagare il declino relativo dell\u2019Occidente nei riguardi del resto del mondo. Da qui la concentrazione della ricchezza verso l\u2019alto e il crescente impauperimento verso il basso, aggravato dalla concomitanza della terza ondata di deportazione capitalistica della forza-lavoro e da una conseguente guerra interna alle stesse classi subalterne. Da qui, inoltre, la rottura dell\u2019alleanza tra la piccola borghesia e la parte dominante e \u201cilluminata\u201d della grande borghesia, con l\u2019emergere di pulsioni protezionistiche che possono essere facilmente cavalcate mediante il mito dell\u2019invasione e della sostituzione kalergiana dei popoli bianchi da parte dei \u201cnegri\u201d e dei \u201cbeduini\u201d. Pulsioni che convergono alla fine in una critica della politica (la Casta), la quale nasconde in realt\u00e0 una critica della democrazia moderna e del ruolo redistributivo dello Stato. Questa critica ha travolto al contempo i partiti politici moderni, che erano gi\u00e0 messi assai male per conto loro, e ha consentito l\u2019esplosione delle tendenze cosiddette \u201cpopuliste\u201d, con le quali la piccola borghesia, nell\u2019illusione di fare da s\u00e9, va alla ricerca di un capo carismatico e di un facile capro espiatorio che renda ragione della nostra sfortuna e infelicit\u00e0.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">La perdita di ricchezza da parte dell\u2019Europa in forza dell\u2019ascesa del mondo ex coloniale deve spingerci a dichiarare guerra a quei paesi in nome della questione sociale, come volevano i social-imperialisti della prima parte del Novecento? I conflitti nei segmenti inferiori del mercato del lavoro devono indurci a sparare sui barconi dei migranti? Al contrario di coloro che respingono il processo di mondializzazione proprio in quanto questo \u00e8 sinonimo di costruzione del genere e di eguaglianza, e che propugnano il ritorno dello Stato nazionale solo in virt\u00f9 di un\u2019idea autarchica e conservatrice dei rapporti internazionali, per una sinistra autonoma le cose sono molto difficili perch\u00e9 si tratta perci\u00f2 di ragionare dialetticamente in una situazione complicata e di esercitare l\u2019arte delle distinzioni. E dunque, si tratta di riconoscere la natura progressiva della mondializzazione ma al tempo stesso di mostrare come oggi essa non sia affatto all\u2019ordine del giorno. Perch\u00e9 le modalit\u00e0 peculiari dell\u2019internazionalismo odierno, ovvero della globalizzazione imperialistica statunitense, assieme a quelle che hanno condotto alla convergenza europea, lungi dal costruire un ambiente politico democratico che conduce al superamento delle discriminazioni e delle esclusioni, si presentano semmai come l\u2019ambiente di una nuova forma di egemonismo continentale e di una nuova forma di colonialismo planetario di fronte al quale le democrazie moderne nella forma degli Stati nazionali hanno il diritto e persino il dovere di difendersi.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Come si vede, il problema \u00e8 assai arduo da maneggiare. I rischi di un approccio semplicistico sono qui assai gravi per la sinistra, perch\u00e9 possono portarla ad avvitarsi in una spirale di regressione culturale. Faccio un esempio. Certamente la moneta unica \u00e8 una parte di questo problema e l\u2019Euro ha avuto una funzione di compressione dei salari e controllo sociale. Ma prima della moneta unica era forse in vigore il socialismo? Si andava forse verso un miglioramento dei rapporti di forza politici e sociali o gi\u00e0 all\u2019epoca si andava verso un peggioramento? Il feticismo dell\u2019Euro e l\u2019atteggiamento che individua in esso tutti i mali mi sembrano le due facce della stessa subalternit\u00e0. Non c\u2019\u00e8 il rischio, in tal modo, di assecondare pericolose bizzarrie legate al sovranismo monetarista, lungo un percorso infido nel quale persino le fantasie idiote sul signoraggio trovano ascolto?<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Ci troviamo in realt\u00e0 di fronte a un vero e proprio vicolo cieco, rappresentativo dei problemi pi\u00f9 generali della sinistra. E\u2019 chiaro che il fronte degli euro-entusiasti \u00e8 oggi un fronte egemonizzato a destra in chiave tecnocratica. Nonostante la fenomenologia politica veda le sinistre ufficiali alla sua testa, le politiche europee sono in realt\u00e0 di estrema destra e anzitutto quella sinistra che gestisce il potere costituisce da tempo l\u2019estrema destra, sul piano sociale. Ma non si pensi di poterne uscire facilmente o che basti agitare la bandiera della rottura dell\u2019Unione per accumulare consenso, perch\u00e9 anche il fronte degli euroscettici \u00e8 egemonizzato dalla destra, sebbene si tratti di una destra diversa da quella ben educata delle banche e delle assicurazioni. E sarebbe la destra a capitalizzare la fuoriuscita, cos\u00ec come \u00e8 un\u2019altra destra ad approfittare della situazione vigente. La nostra <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>impassse<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> \u00e8 tale, perci\u00f2, che restando all\u2019interno dei meccanismi dell\u2019Euro andiamo a destra, ma uscendone andiamo ancora e sempre a destra. In un caso e nell\u2019altro, infatti, i rapporti di forza economici e sociali non cambiano con la semplice decisione di rimanere o di uscire. E non c\u2019\u00e8 nessun automatismo in ragione del quale una scelta o l\u2019altra possa determinare di per s\u00e9 uno scenario pi\u00f9 favorevole per l\u2019aggregazione di un soggetto antagonista.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">E\u2019 chiaro, allora: da un lato l\u2019unificazione europea risponde in astratto a una tendenza generale che \u00e8 progressiva ma rispetto alla quale il capitale si \u00e8 attrezzato assai bene, mentre il mondo del lavoro no. Il capitale si \u00e8 dotato da tempo di un coordinamento internazionale, pur nelle sue inevitabili e strutturali divisioni. Il mondo del lavoro non \u00e8 invece in grado di condurre una battaglia sovranazionale e gli rimane solo il lato della competizione tra segmenti della forza-lavoro (una competizione che in determinate condizioni, come sappiamo, rischia di assumere l\u2019aspetto di una guerra razziale). Dall\u2019altro lato, il superamento degli Stati nazionali \u00e8 avvenuto non come un movimento di <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Aufhebung<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> ma nella forma di un vero e proprio scardinamento, come un momento di lotta di classe nazionale e sovranazionale ad un tempo, il cui obiettivo \u00e8 consistito esattamente nel proposito di ri-sottomettere il lavoro che si era emancipato troppo. Lo Stato nazionale andava assolutamente abbattuto nelle sue prerogative, perch\u00e9 sino a questo momento proprio lo Stato nazionale ha costituito il luogo politico della democrazia moderna. Il luogo, cio\u00e8, in cui il fronte del lavoro ha raggiunto il massimo di accumulazione di forze sinora conseguita fino a diventare persino un pezzo dello Stato. La nostra situazione odierna, perci\u00f2, non \u00e8 assimilabile in nessun modo a quella della nascita degli Stati nazionali in Italia e Germania alla fine del XIX secolo, quando l\u2019unificazione, come notava Gramsci, spazzava via residui feudali e creava una situazione di per s\u00e9 pi\u00f9 avanzata sul piano dei rapporti di forza. In questo caso, molto pi\u00f9 confuso, l\u2019unificazione \u00e8 invece un arretramento netto nei rapporti di forza, non un avanzamento. E\u2019 una distorsione nell\u2019ambito di un processo di mondializzazione che \u00e8 stato deformato nel senso della globalizzazione neoliberale.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Come si vede, ripeto ancora una volta, la situazione \u00e8 tutt\u2019altro che semplice. Per chi voglia riproporre la centralit\u00e0 della questione nazionale a partire dalla denuncia della divisione imperialistica del lavoro internazionale, non \u00e8 sufficiente agitare lo slogan dell\u2019uscita dall\u2019Euro. Prima di Maastricht, i rapporti di forza si erano gi\u00e0 invertiti nell\u2019ambito della democrazia nazionale e oggi rimarrebbero assai sfavorevoli in un caso o nell\u2019altro. A ci\u00f2 si aggiunge il fatto che la sinistra \u00e8 assolutamente impotente: non siamo certamente noi a guidare i processi o a influenzarli, e a poter godere di un esito o dell\u2019altro, ma sono altre forze ben pi\u00f9 potenti. Per cui, alla fine, fermo restando che bisogna riportare la questione nazionale al centro del dibattito, questo obiettivo non si esaurisce nel dire se sia meglio stare dentro o andare fuori, bens\u00ec consiste nel fare quelle cose che in un caso come nell\u2019altro andrebbero comunque fatte e che invece mancano del tutto perch\u00e9 la sinistra non sembra pi\u00f9 capace di farle. E cio\u00e8 lavorare sul terreno politico, sindacale, culturale, per modificare questi rapporti di forza, sulla base di un progetto nazionale-popolare di lunga durata che sia alternativo a quello delle destre tecnocratiche al potere ma anche a quello, regressivo, delle destre \u201cpopuliste\u201d.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Se si comprende la necessit\u00e0 di svolgere questo lavoro, prendere posizione sull\u2019Euro e sulla UE (che comunque sono due cose diverse) diventa molto pi\u00f9 facile. Un arresto del processo di unificazione monetaria e finanziaria a fronte del suo squilibrio strutturale, infatti, significherebbe un arresto delle dinamiche di aggregazione continentale, che sono molto profonde? Assolutamente no. Molte volte in passato processi simili si sono avviati e interrotti per poi riprendere in forme nuove proprio perch\u00e9 la tendenza di fondo era assai solida. E nemmeno la rottura della architettura finanziaria e monetaria della UE sarebbe sotto questo aspetto una tragedia. Se invece la fuoriuscita dai vincoli di Maastricht non fosse possibile, quel lavoro sarebbe comunque essenziale per sopravvivere in un contesto assolutamente ostile come quello che ci attende nei prossimi anni.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Purtroppo, nella nostra impotenza finiamo per rinunciare all\u2019analisi e per fare semplicemente il tifo per una o l\u2019altra delle soluzioni, rimuovendo il fatto che in entrambi i casi stiamo solo parteggiando per questa o quella frazione delle classi dominanti, che sono le vere protagoniste della contesa. Anche l\u2019idea di un fronte comune con i ceti medi mi sembra in questo momento del tutto illusorio, mancando identit\u00e0 e soggettivit\u00e0 definite in un campo come nell\u2019altro.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" style=\"padding-left: 30px;\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><b>Liberalismo filosofico e liberismo economico. Parliamo di pratiche e idee del tutto indipendenti oppure siamo in presenza di concetti interdipendenti?<\/b><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Mi sembra scontato che tra questi due fenomeni ci sia un rapporto di interdipendenza. Su un terreno storico \u00e8 possibile ricostruire i nessi che nel corso del XIX secolo e soprattutto nella sua seconda met\u00e0, nell\u2019ambito delle divisioni e dei conflitti interni al movimento intellettuale e politico liberale \u2013 in sintonia con grandi trasformazioni nella struttura dei traffici commerciali internazionali e nelle gerarchie interne alle classi dominanti europee \u2013, hanno segnato l\u2019avvento della teoria del libero scambio. Sappiamo anche che lo stesso Marx ad un certo punto e in un contesto storicamente determinato &#8211; ma anche a partire da una precisa concezione dello sviluppo storico e delle relazioni sociali che oggi non dovremmo dimenticare &#8211; ha preso posizione a favore del libero scambio, in quanto sinonimo di modernizzazione dei rapporti capitalistici e dunque di un pi\u00f9 fluido funzionamento della lotta di classe rispetto alle pastoie ancora semifeudali del protezionismo. E\u2019 una lezione alla quale non possiamo non fare riferimento, nel momento in cui la Cina socialista \u00e8 impegnata a far riconoscere la propria natura di economia di mercato e a difendere il libero scambio dalle minacce protezioniste di chi vorrebbe scatenare una guerra commerciale. Semmai, proprio questo \u00e8 il problema oggi: quanto nel cosiddetto liberismo o neoliberismo contemporaneo ha effettivamente a che fare con il libero scambio e in che misura esso non costituisce invece uno scambio strutturalmente iniquo e tutt\u2019altro che libero, a partire dalla articolazione imperialistica della divisione del lavoro e delle gerarchie commerciali internazionali?<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Tornando per\u00f2 alla domanda, visto che questo discorso ci porterebbe lontani, a questo proposito io faccio mia l\u2019idea di Benedetto Croce, opposta come \u00e8 noto a quella di Luigi Einaudi, secondo cui il liberalismo non \u00e8 semplicemente il lato filosofico di una teoria economica ma qualcosa di pi\u00f9. Esso non rimane soltanto il punto di vista culturale particolare di classi determinate ma \u00e8 una visione del mondo e dell\u2019individuo che a certe condizioni pu\u00f2 andare ben al di l\u00e0 del liberismo o della configurazione che la concreta politica liberale assume in fasi determinate. In questo senso il liberalismo come atteggiamento filosofico pu\u00f2 coniugarsi anche con politiche di orientamento diverso. E di volta in volta ha utilizzato politiche economiche liberiste oppure protezioniste, secondo gli interessi del momento.<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">E per\u00f2 qui finisce il sentiero lungo il quale \u00e8 possibile a mio avviso seguire Croce, il quale faceva ovviamente una apologia del suo liberalismo ideale, ovvero del liberalismo inteso come filosofia. Croce dimenticava, per\u00f2, o non voleva vedere, che se dal piano ideale scendiamo su quello dei concreti rapporti storici e politici, il suo liberalismo come religione della libert\u00e0 universale \u00e8 del tutto introvabile. Il liberalismo infatti \u00e8 un atteggiamento culturale che \u00e8 nato su basi di classe (i liberi, i ben nati o i ben riusciti, distinti da coloro che sono servi o che devono sporcarsi le mani per vivere). Ed \u00e8 anche un atteggiamento che deve essere universalizzato a forza, perch\u00e9 il punto di vista liberale \u00e8 stato sin dall\u2019inizio gravato da clausole d\u2019esclusione che non potevano essere superate per evoluzione interna e spontanea di questa filosofia. Parlo dell\u2019esclusione dalla comune umanit\u00e0, e dunque dallo spazio sacro della libert\u00e0, di coloro che per vivere sono costretti ad esercitare il lavoro manuale, e che perci\u00f2 finiscono per abbrutirsi e divenire simili alle bestie o agli strumenti di lavoro. Oppure dell\u2019esclusione dei sottouomini delle colonie, la cui natura \u00e8 predisposta alla schiavit\u00f9 e non pu\u00f2 essere certo messa sullo stesso piano di quella dei bianchi. E\u2019 un caso che una grande rivoluzione come quella americana non si ponga il problema della abolizione della schiavit\u00f9 se non dopo un secolo mentre questo problema \u00e8 ben presente sin dall\u2019inizio nella Rivoluzione francese?<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Certo, pur con tutte queste limitazioni che ne fanno a lungo l\u2019ideologia dell\u2019uomo maschio bianco e proprietario, sono presenti nel liberalismo due aspetti essenziali, che fanno di questa visione del mondo un progresso netto rispetto a quanto c\u2019era prima: l\u2019umanismo, che affida all\u2019uomo e al suo operare il compito di costruire il processo storico; e il riconoscimento dell\u2019individuo nel suo primato rispetto a vincoli comunitari tradizionali e naturalistici. E per\u00f2, solo il confronto-scontro con la tradizione radicale e quella socialista ha costretto il liberalismo a riconoscere come individuo non solo il lord inglese o il borghese occidentale ma l\u2019uomo in quanto tale. Solo la pressione del radicalismo nato dalla Rivoluzione francese e poi del socialismo e del comunismo novecentesco ha portato al matrimonio tra liberalismo e democrazia. I quali non coincidono affatto, come vorrebbe invece la vulgata ancora oggi dominante (solo la presenza concomitante di una alternativa di sistema ha consentito, assieme al culmine di un ciclo di lotte di classe durato 100 anni, l\u2019affermazione della democrazia moderna e del <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Welfare State<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> in Occidente). E i quali hanno del resto maturato un rapido divorzio, nel momento in cui ogni alternativa di sistema \u00e8 stata sconfitta e il liberalismo ha potuto permettersi di riassumere le pose proto-liberali che i nuovi e feroci rapporti di forza tra forti e deboli gli hanno consigliato, sia sul terreno economico (ripristino di forme postmoderne di servit\u00f9 della gleba e di dipendenza personale) sia su quello politico (bonapartismo postmoderno).<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Solo se teniamo conto di queste precisazioni possiamo perci\u00f2 accettare l\u2019idea che liberalismo sia stato a lungo sinonimo di modernit\u00e0. E se guardiamo le cose in questa prospettiva, il compito del materialismo storico e del socialismo \u00e8 stato ed \u00e8 ancora non quello di sovvertire la modernit\u00e0 in una indefinita palingenesi che faccia <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>tabula rasa<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> di ogni eredit\u00e0 del passato ma di compierla, inverandone i punti pi\u00f9 alti e, appunto, universalizzandola. Nell\u2019epoca del declino proto-liberale del liberalismo democratico, il nostro \u00e8 dunque per tanti aspetti il compito paradossale di salvare e portare a compimento il programma liberale, che nella sua massima estensione coincide con il programma minimo comunista (Gramsci), anche al di l\u00e0 della consapevolezza, della volont\u00e0 e degli interessi dei liberali stessi.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">Ha pienamente ragione sotto questo aspetto il Mito Transpolitico, ovvero la destra postmoderna, la quale denuncia \u2013 come faceva la Rivoluzione Conservatrice in Germania con autori come Moeller e anche Heidegger \u2013 la continuit\u00e0 metafisica tra marxismo e liberalismo. Questa contiguit\u00e0 non risiede per\u00f2 nella condivisione del progetto dell\u2019<\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>homo oeconomicus<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">, come viene detto, e cio\u00e8 nel fantomatico primato dell\u2019economia sulla politica come su ogni altro aspetto dell\u2019umanit\u00e0. La continuit\u00e0 o contiguit\u00e0 vanno intese, invece, nel senso assai pi\u00f9 nobile dell\u2019appartenenza di entrambe queste tendenze al comune terreno della modernit\u00e0, della laicit\u00e0 e della libert\u00e0 individuale coniugata con quella collettiva. Ogni pulsione autoritaria che voglia risottomettere <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>a priori<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> l\u2019individuo al gruppo o alla comunit\u00e0 \u00e8 invece una mancata soluzione di ci\u00f2 che non viene considerato un problema. E va respinta in nome del concetto universale di uomo inteso marxianamente come libera individualit\u00e0 integrale, che \u00e8 tale soltanto nel libero e democratico sviluppo delle relazioni sociali.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<hr \/>\n<p class=\"western\" align=\"justify\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><b>(1) Stefano Azzar\u00e0<\/b><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"> \u00e8 ricercatore di storia della filosofia presso l&#8217;universit\u00e0 di Urbino. Stefano G. Azzar\u00e0 (Messina, 26 dicembre 1970) si \u00e8 laureato in Filosofia presso l\u2019Universit\u00e0 di Messina nel 1992 con una tesi dal titolo <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Pensare nel mondo. Hannah Arendt interprete di Kant<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">. Nel 1993 ha vinto una borsa di studio della Fondazione \u201cBonino-Pulejo\u201d di Messina, per una ricerca sulla filosofia italiana contemporanea e sulla crisi del pensiero dialettico in Italia. La ricerca\u00a0 \u00e8 stata svolta presso l\u2019Universit\u00e0 La Sapienza di Roma sotto la guida del prof. Giuseppe Bedeschi. Nel 1996 ha ottenuto il titolo di Dottore di Ricerca in Filosofia presso l\u2019Universit\u00e0 di Urbino, con una tesi su <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\"><i>Martin Heidegger. La questione della tecnica tra Rivoluzione Conservatrice e fine della politica<\/i><\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">. Nel 1998 ha conseguito una borsa di studio biennale di post-dottorato presso l\u2019Universit\u00e0 di Urbino. Nel 2000 ha ottenuto un Assegno di ricerca annuale presso l\u2019Universit\u00e0 di Urbino. Dal 2000 \u00e8 segretario della Presidenza della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx f\u00fcr dialektisches Denken. Dal 2001 \u00e8 ricercatore di Storia della Filosofia presso la Facolt\u00e0 di Scienze della Formazione dell\u2019Universit\u00e0 di Urbino. Dal marzo 2005 al settembre 2009 \u00e8 stato rappresentante dei ricercatori nel Cda dell\u2019Universit\u00e0 di Urbino. Dal 2008 fa parte del comitato di redazione della rivista \u201cMarxismo Oggi\u201d. Dal 2012 collabora con la Slovenian Research Agency con funzioni di peer reviewer. Dal 2014 \u00e8 abilitato per la Seconda fascia nel raggruppamento di Storia della filosofia e di Filosofia politica. Dal 2014 \u00e8 referente del Corso di studio in Scienze dell\u2019educazione presso l\u2019Universit\u00e0 di Urbino. Dal 2016 \u00e8 direttore scientifico della rivista \u201cMaterialismo Storico\u201d, della quale cura anche il blog <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000080;\"><span lang=\"zxx\"><u><a href=\"http:\/\/www.materialismostorico.it\/\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">www.materialismostorico.it<\/span><\/span><\/a><\/u><\/span><\/span><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Times New Roman,serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">. Ha scritto numerose monografie e saggi pubblicati su riviste italiane e straniere, reperibili su Iris. Ha partecipato a numerosi convegni nazionali e internazionali, curandone a volte anche l\u2019organizzazione.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sinistra.ch propone un&#8217;intervista a Stefano Azzar\u00e0 (1) realizzata da Aldo Scorrano, Fabio Di Lenola e Christian Dalenz per conto del Centro Studi Economici per il Pieno Impiego (vedi sito). Lei ha affermato che \u00abla storia della democrazia \u00e8 la storia della capacit\u00e0 delle classi subalterne di fare conflitto, di lottare, di riequilibrare i rapporti di forza presenti nella societ\u00e0\u00bb. Queste classi lo avrebbero fatto unendosi tra loro sulla base di idee, di interessi comuni e di piattaforme politiche avanzate. Questa unione oggi manca ed \u00e8 ci\u00f2 che si dovrebbe ricreare, soprattutto nel mondo del lavoro. 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