{"id":573,"date":"2010-11-14T22:27:24","date_gmt":"2010-11-14T22:27:24","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=573"},"modified":"2011-01-19T00:22:05","modified_gmt":"2011-01-19T00:22:05","slug":"contro-lapertura-indiscriminata-dei-mercati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=573","title":{"rendered":"Contro l\u2019apertura indiscriminata dei mercati"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2010\/11\/sciop.bmp\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-574\" title=\"sciop\" src=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2010\/11\/sciop.bmp\" alt=\"\" width=\"352\" height=\"239\" \/><\/a>La globalizzazione dei mercati abbatte la forza rivendicativa, politica e sindacale, dei lavoratori. Numerosi studi del Fondo Monetario Internazionale, dell\u2019OCSE, della Commissione Europea, segnalano da tempo l\u2019esistenza di una correlazione statistica tra l\u2019apertura di un paese ai movimenti internazionali di capitali, di merci e in parte anche di persone, e il corrispondente declino degli indici di protezione dei lavoratori, della quota salari sul reddito nazionale e dei livelli di protezione sociale. I dati segnalano che la globalizzazione dei mercati indebolisce i lavoratori in tutte le fasi del ciclo capitalistico, sia nel boom che nella recessione. Tuttavia, quando si attraversa una crisi, la piena apertura dei mercati pu\u00f2 condurre a una vera e propria capitolazione delle rappresentanze del lavoro, e a un conseguente, precipitoso declino\u00a0 delle tutele normative e sindacali e della quota di prodotto sociale destinato ai lavoratori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Queste statistiche non fanno che confermare quel che gi\u00e0 si evince dalla cronaca quotidiana. Consideriamo ad esempio il caso FIAT e le sue ripercussioni su Federmeccanica e sul contratto nazionale. Marchionne rammenta ai media che pu\u00f2 ottenere a Detroit o in Serbia un valore del prodotto per ora di lavoro decisamente maggiore rispetto ai pi\u00f9 modesti rendimenti degli impianti di Pomigliano o di Mirafiori (il differenziale, si badi, \u00e8 reale: esso non dipende dal grado di utilizzo della capacit\u00e0 ma al contrario lo determina). Per questo motivo egli si dichiara pronto a spostare le unit\u00e0 produttive all\u2019estero a meno che in Italia non si affermi un nuovo modello di relazioni industriali, fondato sul recesso dai contratti nazionali, sulla eliminazione delle ultime sacche di resistenza sindacale e sulla conseguente possibilit\u00e0 di imprimere una forte accelerazione al prodotto per unit\u00e0 di lavoro. La FIAT detta in questo modo la linea alla quale il padronato italiano si accoda senza indugio: minacciare continuamente le delocalizzazioni per liquidare gli ultimi scampoli di movimento operaio esistenti nel nostro paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ovviamente la libert\u00e0 di movimento dei capitali non colpisce solo il sindacato italiano. Essa scuote le relazioni industriali in moltissimi paesi, siano essi avanzati o in via di sviluppo. Tale libert\u00e0 oltretutto agisce sia sui salari diretti che sul welfare. Basti pensare agli effetti dell\u2019apertura dei mercati sulla concorrenza fiscale tra paesi, e sulla conseguente crisi di finanziamento dello stato sociale. Questo tipo di concorrenza non viene praticata dai soli paradisi fiscali. Molti paesi ricchi la sostengono apertamente: per evitare\u00a0 le fughe di capitale all\u2019estero si elargiscono sussidi alle imprese e sgravi ai possessori di ingenti ricchezze, e si recupera poi tramite i consueti tagli alla spesa pubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I dati ci dicono insomma che siamo al cospetto di un<em> dumping<\/em> salariale e fiscale senza limiti, che da tempo alimenta una guerra mondiale tra lavoratori e che ha trovato nella crisi uno spaventoso fattore di accelerazione. E\u2019 bene chiarire che si tratta di un <em>dumping<\/em> trasversale, che mette in competizione gli stessi paesi avanzati tra loro e che non pu\u00f2 essere sintetizzato nella sola corsa al ribasso tra lavoratori dei paesi ricchi e lavoratori dei paesi poveri. Il caso tedesco \u00e8 in questo senso emblematico. La minaccia di trasferire interi spezzoni di produzione all\u2019estero ha contribuito a rendere la Germania un motore del <em>dumping <\/em>salariale europeo, con un divario tra produttivit\u00e0 del lavoro e retribuzioni tra i pi\u00f9 alti del mondo. Inoltre va ricordato che i sussidi del governo federale americano e l\u2019abbattimento del costo del lavoro in Chrysler hanno fortemente contribuito allo spostamento dell\u2019asse strategico di FIAT verso gli Stati Uniti. Ci\u00f2 indica che il<em> dumping<\/em> salariale e fiscale pu\u00f2 partire anche dal paese pi\u00f9 ricco del mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di fronte a tali evidenze \u00e8 curioso che soltanto il movimento di Seattle, pur tra mille contraddizioni e ingenuit\u00e0, si sia posto in questi anni il problema di trarre un abbozzo di critica della globalizzazione. Al contrario tra gli eredi della tradizione del movimento operaio sembra prevalere da tempo una sorta di liberoscambismo acritico, talvolta addirittura apologetico. Dopo il crollo dell\u2019URSS questa posizione ha caratterizzato in Europa soprattutto i socialisti, ma ha pure interessato frange della sinistra alternativa, delle aree di movimento e degli stessi partiti comunisti. Questa palese sudditanza verso l\u2019apertura globale dei mercati genera un ritardo a sinistra che si rischia oggi di pagar caro. La crisi economica mondiale ha infatti scatenato un conflitto intercapitalistico tra liberoscambisti e protezionisti che durer\u00e0 a lungo e che \u00e8 destinato a mutare profondamente il corso degli eventi. Di questo scontro si sono accorti un po\u2019 tutti: i movimenti neo-nazionalisti, cos\u00ec come le leghe. Al contrario i socialisti e i comunisti, e pi\u00f9 in generale gli eredi delle tradizionali rappresentanze politiche e sindacali del lavoro, appaiono su questo tema silenti, estraniati dal dibattito. Ancora una volta la vicenda FIAT appare sintomatica. Alcuni intellettuali e politici hanno etichettato Marchionne come \u201ccattivo manager\u201d, che investe poco e punta solo ad abbattere il costo del lavoro. C\u2019\u00e8 del vero in queste accuse, ma bisogna rendersi conto che esse sono superficiali. In un certo senso potremmo considerarle simmetriche all\u2019affrettato elogio del \u201ccapitalista buono\u201d che gli veniva rivolto non moltissimo tempo fa. La verit\u00e0 \u00e8 che Marchionne non \u00e8 n\u00e9 buono n\u00e9 cattivo: egli \u00e8 solo una equazione, \u00e8 una mera funzione del meccanismo di riproduzione del capitale. Finch\u00e9 gli sar\u00e0 concesso, egli minaccer\u00e0 sempre di effettuare investimenti l\u00ec dove i profitti sono maggiori. Considerato che Berlusconi dichiara che \u00abin una libera economia e in un libero Stato, un gruppo industriale \u00e8 libero di collocare dove \u00e8 pi\u00f9 conveniente la propria produzione\u00bb e che nessuna forza politica ha finora provato a ribattere su questo punto decisivo, \u00e8 lecito prevedere che Marchionne e il padronato avranno gioco facile a qualsiasi tavolo delle trattative.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Esiste un modo per colmare il ritardo delle sinistre? \u00c8 possibile individuare una proposta che consenta di elaborare un autonomo punto di vista del lavoro sullo scontro in atto tra liberoscambisti e protezionisti? L\u2019idea di condizionare i movimenti internazionali di capitali e di merci al fatto che i vari paesi rispettino un comune \u201cstandard del lavoro\u201d \u00e8 una delle opzioni possibili. Ma prima di approfondire le questioni tecniche, occorre che maturi una consapevolezza politica: se non si mette in discussione l\u2019indiscriminata apertura globale dei mercati, difficilmente si verranno a creare le condizioni per un effettivo rilancio del movimento dei lavoratori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Emiliano Brancaccio,\u00a0economista<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La globalizzazione dei mercati abbatte la forza rivendicativa, politica e sindacale, dei lavoratori. 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