{"id":154,"date":"2010-10-04T19:59:12","date_gmt":"2010-10-04T19:59:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=154"},"modified":"2016-06-06T13:01:15","modified_gmt":"2016-06-06T13:01:15","slug":"un-istruttivo-viaggio-in-cina-riflessioni-di-un-filosofo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=154","title":{"rendered":"Un istruttivo viaggio in Cina. Riflessioni di un filosofo."},"content":{"rendered":"<p>Dal 3 al 16 luglio ho avuto il privilegio di visitare alcune citt\u00e0 e realt\u00e0 della Cina, nell\u2019ambito di una delegazione invitata dal Partito comunista cinese, della quale facevano parte altres\u00ec esponenti dei partiti comunisti del Portogallo, della Grecia e della Francia e della Linke tedesca; per l\u2019Italia, oltre al sottoscritto, hanno partecipato al viaggio Vladimiro Giacch\u00e9 e Francesco Maringi\u00f2. Il testo che segue non \u00e8 un diario o una cronaca; si tratta di riflessioni stimolate da un\u2019esperienza straordinaria.<\/p>\n<p><strong>1. La prima cosa<\/strong> che colpisce nel corso del colloquio con gli esponenti del Partito comunista cinese e con i dirigenti delle fabbriche, delle scuole e dei quartieri visitati \u00e8 l\u2019accento autocritico, anzi la passione autocritica di cui danno prova i nostri interlocutori. Su questo punto, netta \u00e8 la rottura con la tradizione del socialismo reale. I comunisti cinesi non si stancano di sottolineare che lungo \u00e8 il cammino da percorrere e numerosi e giganteschi sono i problemi da risolvere e le sfide da affrontare, e che comunque il loro paese \u00e8 ancora parte integrante del Terzo Mondo.<\/p>\n<p>Per la verit\u00e0, nel corso del nostro viaggio il Terzo Mondo non l\u2019abbiamo mai incontrato. Non certo a Pechino, che affascina gi\u00e0 con il suo aeroporto modernissimo e luccicante, e tanto meno a Qingdao, dove si sono svolte le regate delle Olimpiadi 2008 e che fa pensare ad una citt\u00e0 occidentale di particolare bellezza ed eleganza e con un elevato tenore di vita. Il Terzo Mondo non l\u2019abbiamo incontrato neppure allontanandoci di 1500 chilometri dalle regioni orientali e costiere, quelle pi\u00f9 sviluppate, e atterrando a Chongqing, l\u2019enorme megalopoli che complessivamente conta 32 milioni di abitanti e che sino a qualche anno fa sembrava inseguire faticosamente il miracolo economico. Non c\u2019\u00e8 dubbio che il Terzo Mondo ancora esiste nell\u2019immenso paese asiatico, ma il mancato incontro con esso \u00e8 il risultato non della volont\u00e0 di nascondere i punti deboli della Cina di oggi, ma del fatto che l\u2019impetuosa crescita economica ormai in corso da oltre tre decenni sta riducendo, assottigliando e spezzettando a ritmo accelerato l\u2019area del sottosviluppo, che sfuma cos\u00ec in una lontananza sempre pi\u00f9 remota.<\/p>\n<p>In Occidente non mancheranno certo coloro che a questo punto storceranno la bocca: sviluppo, crescita, industrializzazione, urbanizzazione, miracolo economico di ampiezza e durata senza precedenti nella storia, che volgarit\u00e0! Questo snobismo da gran signore sembra considerare irrilevante il fatto che centinaia di milioni di persone siano sfuggite ad un destino che le condannava alla denutrizione, alla fame e persino alla morte per inedia. Quanti poi ritengono che lo sviluppo delle forze produttive sia solo una questione di benessere economico e di consumismo farebbero bene a rileggere (o a leggere) le pagine del<em> Manifesto del partito comunista <\/em>che mettono in evidenza l\u2019idiotismo di una vita rurale circoscritta nella miseria anche culturale di confini ristretti e invalicabili. Visitando oggi le meraviglie della Citt\u00e0 imperiale a Pechino e, a pochi chilometri di distanza, la Grande muraglia, ci si imbatte in un fenomeno assente non solo nel lontano 1973 ma anche nel 2000, negli anni cio\u00e8 dei due miei precedenti viaggi in Cina. Ai giorni nostri balza subito agli occhi la presenza massiccia di visitatori cinesi: sono turisti dalle caratteristiche particolari; spesso vengono da un angolo remoto dell\u2019immenso paese; forse \u00e8 la prima volta che ne visitano la capitale; sul piano culturale cominciano ad appropriarsi in qualche modo della nazione di antichissima civilt\u00e0 di cui fanno parte; cessano di essere dei semplici contadini legati alla zolla da essi coltivata come ad una prigione e diventano realmente cittadini di un paese sempre pi\u00f9 aperto al mondo.<\/p>\n<p>Ancora oltre l\u2019orario previsto per la visita ai monumenti e ai musei, piazza Tienanmen continua a brulicare di gente: sono in molti ad attendere e ad osservare con orgoglio l\u2019alzabandiera della Repubblica popolare cinese. No, non si tratta di sciovinismo: i cinesi amano farsi fotografare assieme ai visitatori occidentali (anche chi scrive ha ricevuto e accolto con piacere richieste del genere); \u00e8 come se essi invitassero il resto del mondo a festeggiare il ritorno di un\u2019antichissima civilt\u00e0 a lungo oppressa e umiliata dall\u2019imperialismo. Non c\u2019\u00e8 dubbio: il prodigioso sviluppo delle forze produttive non si \u00e8 limitato a strappare dalla miseria e dagli stenti centinaia di milioni di uomini, ha assicurato loro dignit\u00e0 individuale e nazionale, ha consentito loro di allargare enormemente il proprio orizzonte guardando al grande paese di cui fanno parte e, al di l\u00e0 di esso, al mondo intero.<\/p>\n<p><strong>2. Ma lo sviluppo <\/strong>delle forze produttive non \u00e8 sinonimo di degradazione e distruzione della natura? Siamo in presenza di una preoccupazione, anzi di una certezza spesso strombazzata in modo particolarmente stridente dalla sinistra occidentale. Affiora qui una strana visione della natura, che risulta malata se le piante intristiscono e rinseccano ma che, a quanto pare, \u00e8 da considerare perfettamente sana, se a deperire e a morire in massa sono le donne e gli uomini. Un certo ecologismo finisce con lo scavare ancora di pi\u00f9 il solco tra mondo umano e mondo naturale che pure dice di voler criticare. Ma concentriamoci pure sulla natura intesa in senso stretto. Qualche tempo fa uno storico assai famoso (Niall Ferguson) ha scritto un articolo, pubblicato anche sul \u00abCorriere della Sera\u00bb, che a partire dal titolo denunciava \u00abla guerra della Cina alla natura\u00bb. In realt\u00e0, gi\u00e0 nel lungo tratto che dall\u2019aeroporto di Pechino ci conduce alla Grande muraglia e nel lungo tratto che, seguendo un percorso diverso, dal centro della citt\u00e0 ci riconduce all\u2019aeroporto, notiamo una quantit\u00e0 impressionante di alberi chiaramente piantati di recente, nell\u2019ambito di un progetto assai ambizioso di rimboschimento e di estensione della superficie forestale che investe l\u2019intero paese. Qualche giorno prima della conclusione del nostro viaggio abbiamo la possibilit\u00e0 di visitare un\u2019area ecologica di 10 chilometri quadrati collocata nelle vicinanze di Weifang, una citt\u00e0 del Nord-Est in rapida espansione, impegnata nello sviluppo dell\u2019alta tecnologia ma che al tempo stesso vuole distinguersi per la sua vivibilit\u00e0. L\u2019area ecologica, il cui accesso \u00e8 libero e gratuito per tutti e che pu\u00f2 essere visitata solo a piedi o facendo ricorso a un minuscolo pulmino aperto e a trazione elettrica, \u00e8 stata ricavata recuperando un territorio sino a qualche tempo fa fortemente degradato e che ora invece risplende nella sua incantevole bellezza e serenit\u00e0. Lo sviluppo industriale e economico non \u00e8 in contraddizione con la tutela dell\u2019ambiente. Certo, l\u2019equilibrio tra queste due esigenze risulta particolarmente difficile in un paese come la Cina, che deve nutrire un quinto della popolazione mondiale pur avendo a disposizione solo un settimo della superficie coltivabile: in questo quadro vanno collocati gli errori commessi e i danni gravi inferti all\u2019ambiente negli anni in cui la priorit\u00e0 assoluta era costituita da un decollo economico chiamato a porre fine il pi\u00f9 rapidamente possibile alla denutrizione e alla miseria di massa. Ma questa fase \u00e8 per fortuna superata: ora \u00e8 possibile promuovere un ecologismo che, assieme alla vita e alla salute delle piante e dei fiori, sappia garantire la vita e la salute delle donne e degli uomini.<\/p>\n<p><strong>3. Ho gi\u00e0 detto della passione <\/strong>autocritica che sembra caratterizzare i comunisti cinesi. Sono a essi a insistere sull\u2019intollerabilit\u00e0 in particolare del crescente divario tra citt\u00e0 e campagna, tra zone costiere da un lato e il centro e l\u2019Ovest del paese dall\u2019altro. Tali fenomeni non sono la dimostrazione della deriva capitalistica della Cina? E\u2019 una tesi che \u00e8 largamente diffusa nella sinistra occidentale e che sembra trovare un\u2019eco in alcuni membri della nostra delegazione multipartitica. Nel dibattito franco e vivace che si sviluppa intervengo con una puntualizzazione per cos\u00ec dire \u00abfilosofica\u00bb. E\u2019 possibile procedere a due confronti tra loro assai diversi. Possiamo paragonare il \u00absocialismo di mercato\u00bb con il socialismo da noi auspicato, con il socialismo in qualche modo maturo, e quindi mettere in evidenza i limiti, le contraddizioni, le disarmonie, le diseguaglianze che caratterizzano il primo: sono gli stessi comunisti cinesi a insistere sul fatto che il paese da loro da loro diretto \u00e8 soltanto nello \u00abstadio primario del socialismo\u00bb, uno stadio destinato a durare sino alla met\u00e0 di questo secolo, a conferma della lunghezza e complessit\u00e0 del processo di transizione chiamato a sfociare nell\u2019edificazione di una nuova societ\u00e0. Ma non per questo \u00e8 lecito confondere il \u00absocialismo di mercato\u00bb con il capitalismo. A illustrazione della radicale differenza che sussiste tra i due possiamo far ricorso a una metafora. In Cina siamo in presenza di due treni che si allontanano dalla stazione chiamata \u00abSottosviluppo\u00bb per avanzare in direzione della stazione chiamata \u00abSviluppo\u00bb. S\u00ec, uno dei due treni \u00e8 superveloce, l\u2019altro \u00e8 di velocit\u00e0 pi\u00f9 ridotta: per questo la distanza tra i due aumenta progressivamente, ma non bisogna dimenticare che entrambi avanzano verso il medesimo traguardo e occorre altres\u00ec tener presente che non mancano certo gli sforzi per accrescere la velocit\u00e0 del treno relativamente meno veloce e che comunque, in seguito al processo di urbanizzazione, i passeggeri del treno superveloce diventano sempre pi\u00f9 numerosi. Nell\u2019ambito del capitalismo, invece, i due treni in questione marciano in direzione contrapposta. L\u2019ultima crisi ha messo sotto gli occhi di tutti un processo in atto da alcuni decenni: l\u2019immiserimento delle masse popolari e lo smantellamento dello Stato sociale vanno di pari passo con la concentrazione della ricchezza sociale nelle mani di una ristretta oligarchia parassitaria.<\/p>\n<p><strong>4. E, tuttavia, tra i comunist<\/strong>i cinesi cresce l\u2019insofferenza per il divario tra zone costiere e aree centro-occidentali, tra citt\u00e0 e campagna e nell\u2019ambito stesso della citt\u00e0. E\u2019 un atteggiamento recepito con sorpresa e con compiacimento dall\u2019intera delegazione dell\u2019Europa occidentale. Questa insofferenza si avverte in modo acuto a Chongqing, la metropoli collocata a 1500 chilometri di distanza dalla costa. La parola d\u2019ordine <em>(Go West!<\/em>), che chiama a estendere al centro e all\u2019Ovest dell\u2019immenso paese il prodigioso sviluppo dell\u2019Est, \u00e8 stato lanciata gi\u00e0 dieci anni fa. I primi risultati si vedono: ad esempio, il Tibet e la Mongolia interiore vantano negli ultimi anni un tasso di sviluppo superiore alla media nazionale. Non \u00e8 il caso del Xinjiang dove nel 2009 (l\u2019anno della crisi), rispetto a una media nazionale dell\u20198, 7%, il Pil \u00e8 cresciuto \u00absolo\u00bb dell\u20198, 1%. E proprio sul Xinjiang si \u00e8 rovesciata nelle settimane e nei mesi scorsi una nuova ondata di finanziamenti e di incentivi. Ma ora, al di l\u00e0 delle regioni abitate da minoranze nazionali, alle quali il governo centrale riserva ovviamente un\u2019attenzione particolare, si tratta di imprimere a livello generale un\u2019accelerazione decisiva e un significato nuovo e pi\u00f9 radicale alla politica del Go West!<\/p>\n<p>Divenuta una municipalit\u00e0 autonoma alle dirette dipendenze del governo centrale (in questa situazione si trovano anche Pechino, Shanghai e Tianjin) e potendo cos\u00ec usufruire di incentivi e sostegni di ogni genere, Chongqing aspira a divenire la nuova Shanghai, aspira cio\u00e8 non solo a superare l\u2019arretratezza ma a raggiungere il livello della Cina pi\u00f9 avanzata e a costituire un punto di riferimento anche sul piano mondiale. La megalopoli collocata all\u2019interno del grande paese asiatico si rivela ai nostri occhi come un enorme cantiere: fervono i lavori per il potenziamento delle infrastrutture, per la costruzione di fabbriche, di uffici, di civili abitazioni; balzano agli occhi le file di alberi piantati di recente e gelosamente custoditi, le siepi verdi che fiancheggiano e talvolta dividono anche strade e autostrade. S\u00ec, perch\u00e9 al di l\u00e0 del miracolo economico Chongqing insegue un obiettivo ancora pi\u00f9 ambizioso: intende proporsi all\u2019intera nazione come \u00abnuovo modello\u00bb di sviluppo, regolando meglio e in modo pi\u00f9 \u00abarmonico\u00bb i rapporti all\u2019interno della citt\u00e0, tra citt\u00e0 e campagna e tra uomo e natura. In quella che dovrebbe divenire la nuova Shanghai, costante \u00e8 il riferimento a Mao Zedong, e non si tratta solo del doveroso omaggio al grande protagonista della lotta di liberazione nazionale del popolo cinese, al padre della patria che non a caso campeggia in piazza Tienanmen cos\u00ec come nelle banconote; si tratta di prendere sul serio il rinvio al \u00abpensiero di Mao Zedong\u00bb, sancito nello Statuto del Partito comunista cinese. A Chongqing si ha la netta impressione che siano gi\u00e0 iniziati il dibattito e, presumibilmente, la lotta politica in preparazione del Congresso previsto tra due anni.<\/p>\n<p>A questo punto, occorre subito sgomberare il campo da un possibile equivoco: non \u00e8 in discussione la politica di riforma e di apertura sancita oltre trent\u2019anni fa dalla Terza sessione plenaria dell\u2019XI Comitato centrale (18-22 dicembre 1978): nello Statuto del Pcc \u00e8 sancito anche il rinvio alla \u00abteoria di Deng Xiaoping\u00bb e all\u2019\u00abimportante idea delle tre rappresentanze\u00bb, anche se la categoria di \u00abpensiero\u00bb vuole avere una rilevanza strategica maggiore della categoria di \u00abteoria\u00bb (che fa riferimento a una congiuntura e sia pure a una congiuntura di lungo periodo) e della categoria di \u00abidea\u00bb (la quale ultima, per \u00abimportante\u00bb che sia, sta a designare un contributo su un aspetto determinato). Soprattutto, nessuno vuole ritornare alla situazione in cui in Cina c\u2019era pi\u00f9 \u00abeguaglianza\u00bb solo nel senso che i due treni della metafora da me pi\u00f9 volte utilizzata erano entrambi fermi alla stazione \u00abSottosviluppo\u00bb o da essa si allontanavano con lentezza. No, ormai si pu\u00f2 considerare definitivamente acquisita la consapevolezza per cui il socialismo non \u00e8 la distribuzione eguale della miseria. Tanto pi\u00f9 che tale \u00abeguaglianza\u00bb \u00e8 del tutto illusoria e anzi pu\u00f2 rovesciarsi nel suo contrario. Allorch\u00e9 la miseria raggiunge un certo livello, essa pu\u00f2 comportare il pericolo della morte per inedia. In tal caso, il pezzo di pane che garantisce ai pi\u00f9 fortunati la sopravvivenza, per modesto e ridotto che esso sia, sancisce pur sempre una diseguaglianza assoluta, la diseguaglianza assoluta che sussiste tra la vita e la morte. E\u2019 quello che, prima dell\u2019introduzione della politica di riforma e di apertura, si \u00e8 verificato negli anni pi\u00f9 tragici della Repubblica Popolare Cinese, in conseguenza sia del retaggio catastrofico consegnato dal saccheggio e dall\u2019oppressione imperialista, sia dell\u2019impietoso embargo imposto dall\u2019Occidente, sia dei gravi errori commessi dalla nuova dirigenza politica. Resta ferma dunque la centralit\u00e0 del compito dello sviluppo delle forze produttive, ma tale centralit\u00e0 pu\u00f2 essere interpretata in modo sensibilmente diverso\u2026<\/p>\n<p><strong>5. A dirigere Chongqing<\/strong> \u00e8 stato chiamato Bo Xilai, gi\u00e0 brillante ministro del commercio estero. E\u2019 una circostanza che ci consente di riflettere sul processo di formazione del gruppo dirigente in Cina. Un esponente del governo centrale, che nello svolgimento del suo compito, si \u00e8 distinto e ha acquisito prestigio anche sul piano internazionale, \u00e8 inviato in provincia per affrontare un compito di diversa natura e di proporzioni gigantesche. Colpendo in modo capillare e radicale la corruzione, e proponendo nella teoria e nella pratica reale di governo un \u00abnuovo modello\u00bb, impegnato a bruciare le tappe nella liquidazione delle diseguaglianze divenute intollerabili e nella realizzazione della \u00absociet\u00e0 armoniosa\u00bb, Bo Xilai ha suscitato un dibattito nazionale: \u00e8 facile prevedere la sua presenza in posizione eminente nel gruppo dirigente che scaturir\u00e0 dal XVIII Congresso del Pcc, anche se sarebbe un errore dare per scontato il risultato del dibattito (e della lotta politica) in corso. E cos\u00ec: a conclusione di un periodo di incertezze, conflitti e lacerazioni, alla prima generazione di rivoluzionari con al centro Mao Zedong ha fatto seguito la seconda generazione di rivoluzionari con al centro Deng Xiaoping. Hanno fatto poi seguito la terza e la quarta generazione di rivoluzionari con al centro rispettivamente Jiang Zemin e Hu Jintao. Dal prossimo Congresso del Partito scaturir\u00e0 la quinta generazione di rivoluzionari. E\u2019 un\u2019impostazione data a suo tempo da Deng Xiaoping, che ha confermato cos\u00ec la sua lungimiranza e la sua lucidit\u00e0 nella costruzione del Partito e dello Stato: superati sono la personalizzazione del potere e il culto della personalit\u00e0; si \u00e8 posto fine all\u2019occupazione vita natural durante delle cariche politiche; si \u00e8 affermato un processo di formazione e selezione dei gruppi dirigenti che ha dato sinora ottimi risultati.<\/p>\n<p><strong>6. Ma sino a che punto<\/strong> si pu\u00f2 considerare socialista il \u00absocialismo di mercato\u00bb teorizzato e praticato dal Partito comunista cinese? Nella variegata delegazione che arriva dall\u2019Occidente non mancano i dubbi, le perplessit\u00e0, le critiche aperte. Si sviluppa un dibattito aperto e vivace, ancora una volta incoraggiato dai nostri interlocutori e ospiti. Non c\u2019\u00e8 dubbio che, con l\u2019affermarsi della politica di riforma e di apertura, si \u00e8 ristretta l\u2019area dell\u2019economia statale e si \u00e8 allargata l\u2019area dell\u2019economia privata: siamo in presenza di un processo di restaurazione del capitalismo? I comunisti cinesi fanno notare che resta fermo il ruolo centrale e dirigente dello Stato (e del Partito comunista): \u00e8 cos\u00ec?<\/p>\n<p>Il panorama economico e sociale della Cina di oggi \u00e8 caratterizzato dalla compresenza delle pi\u00f9 diverse forme di propriet\u00e0: propriet\u00e0 statale; propriet\u00e0 pubblica (in questo caso il proprietario \u00e8 costituto non dallo Stato centrale bens\u00ec, ad esempio, da una municipalit\u00e0); societ\u00e0 per azioni nell\u2019ambito delle quali la propriet\u00e0 statale o la propriet\u00e0 pubblica detiene la maggioranza assoluta, ovvero la maggioranza relativa o una quota significativa del pacchetto azionario; propriet\u00e0 cooperativa; propriet\u00e0 privata. In tali condizioni, risulta ben difficile calcolare con precisione la percentuale dell\u2019economia statale e pubblica. Di ritorno a casa, trovo un numero particolarmente interessante dell\u2019\u00abInternational Herald Tribune\u00bb: vi leggo un calcolo effettuato da un professore della prestigiosa universit\u00e0 di Yale, per l\u2019esattezza da Chen Zhiwu (dunque un americano di origine cinese, in condizioni forse privilegiate per orientarsi nella lettura dell\u2019economia del grande paese asiatico), in base al quale \u00ablo Stato controlla tre quarti della ricchezza della Cina\u00bb (7 luglio 2010, p. 18). A ci\u00f2 bisogna aggiungere un dato generalmente trascurato: in Cina la propriet\u00e0 del suolo \u00e8 interamente nelle mani dello Stato; della terra da essi coltivata i contadini detengono l\u2019usufrutto, che possono anche vendere, ma non la propriet\u00e0. Per quanto riguarda l\u2019industria, altri calcoli attribuiscono un peso pi\u00f9 ridotto allo Stato. In ogni caso, chi pensasse ad un processo graduale e irreversibile di ritiro dello Stato dall\u2019economia sarebbe del tutto fuori strada. Su \u00abNewsweek\u00bb del 12 luglio un articolo di Isaac Stone Fish richiama l\u2019attenzione sulle \u00abimprese di propriet\u00e0 statale che dominano in modo crescente l\u2019economia cinese\u00bb. In ogni caso &#8211; ribadisce il settimanale statunitense &#8211; nello sviluppo dell\u2019Ovest (che ormai si delinea in tutta la sua ampiezza e profondit\u00e0) il ruolo dell\u2019impresa privata sar\u00e0 ben pi\u00f9 ridotto di quello a suo tempo svolto nello sviluppo dell\u2019Est.<\/p>\n<p>I compagni cinesi ci fanno notare che, introducendo forti elementi di concorrenza, l\u2019area economica privata ha contribuito in ultima analisi al rafforzamento dell\u2019area statale e pubblica, che \u00e8 stata costretta a scuotersi di dosso il burocratismo, il disimpegno, l\u2019inefficienza, il clientelismo. In effetti, proprio grazie alle riforme di Deng Xiaoping, le aziende statali o controllate dallo Stato godono ai giorni nostri di una solidit\u00e0 e di una competitivit\u00e0 internazionali senza precedenti nella storia del socialismo. E\u2019 un punto che pu\u00f2 essere chiarito a partire da un numero dell\u2019\u00abEconomist\u00bb (10-16 luglio 2010) che acquisto e leggo nel confortevole aeroporto di Pechino, in attesa di ripartire per l\u2019Italia: l\u2019articolo di fondo sottolinea che quattro tra le pi\u00f9 importanti dieci banche mondiali sono ora cinesi. Esse, al contrario delle banche occidentali, sono in ottima salute, \u00abguadagnano soldi\u00bb, ma \u00ablo Stato detiene il pacchetto di maggioranza e il Partito comunista nomina i massimi dirigenti, la cui retribuzione \u00e8 una frazione di quella dei loro omologhi occidentali\u00bb. Per di pi\u00f9, questi dirigenti \u00abdevono rispondere a un\u2019autorit\u00e0 superiore a quella della borsa\u00bb, e cio\u00e8 alle autorit\u00e0 di uno Stato diretto dal Partito comunista. Il prestigioso settimanale finanziario inglese non riesce a capacitarsi di queste novit\u00e0 inaudite; spera e scommette che le cose cambieranno in futuro. Resta per ora un fatto che \u00e8 sotto gli occhi tutti: l\u2019economia statale e pubblica non \u00e8 sinonimo di inefficienza, come pretendono i paladini del neoliberismo, n\u00e9 le banche devono pagare i loro dirigenti come nababbi per essere competitive sul mercato interno e internazionale.<\/p>\n<p><strong>7. E\u2019 probabile che l\u2019area<\/strong> economica privata soddisfi ulteriori esigenze. Intanto essa rende pi\u00f9 agevole l\u2019introduzione della tecnologia pi\u00f9 avanzata dei paesi capitalistici: non dimentichiamo che su questo punto gli Usa cercano ancora di imporre un embargo ai danni della Cina. Ma c\u2019\u00e8 un altro punto, di cui mi rendo conto visitando l\u2019avanzatissimo parco industriale di Weifang. In alcuni casi a fondare le aziende private sono stati cinesi d\u2019oltremare: hanno studiato all\u2019estero (soprattutto negli Usa), conseguendo altissimi risultati e accumulando talvolta un certo capitale. Ora ritornano in patria, con una decisione che suscita sgomento nei paesi in cui si erano stabiliti: com\u2019\u00e8 possibile che intellettuali di primissimo piano abbandonino la \u00abdemocrazia\u00bb per ritornare alla \u00abdittatura\u00bb? Oltre che dal richiamo patriottico, che li invita a partecipare allo sforzo corale di tutto un popolo perch\u00e9 la Cina raggiunga i livelli pi\u00f9 avanzati di sviluppo, di tecnologia e di civilt\u00e0, questi cinesi d\u2019oltremare sono attratti anche dalla prospettiva di far valere il loro talento e la loro esperienza nelle Universit\u00e0 come anche nelle aziende private ad alta tecnologia che essi aprono. In altre parole, siamo in presenza della continuazione della politica di fronte unito teorizzata e praticata da Mao non solo nel corso della lotta rivoluzionaria ma anche per diversi anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese.<\/p>\n<p>Ma entriamo finalmente in queste aziende di propriet\u00e0 privata. Con o senza cinesi d\u2019oltremare, esse ci riservano grandi sorprese. A venirci incontro sono in primo luogo membri del Comitato di Partito, le cui foto sono bene in evidenza nei diversi reparti. Dal loro racconto emergono quasi casualmente i condizionamenti che pesano sulla propriet\u00e0. Essa \u00e8 stimolata o pressata a reinvestire una parte consistente dei profitti (talvolta sino al 40%) nello sviluppo tecnologico dell\u2019impresa; un\u2019altra parte dei profitti, la cui percentuale \u00e8 difficile da calcolare, \u00e8 utilizzata per interventi di carattere sociale (ad esempio la costruzione di scuole professionali successivamente donate allo Stato o a una municipalit\u00e0, ovvero il soccorso alle vittime di una catastrofe naturale). Se si tiene presente che queste aziende private dipendono largamente dal credito erogato da un sistema bancario controllato dallo Stato e se si riflette altres\u00ec sulla presenza al loro interno di Partito e sindacato, una conclusione s\u2019impone: nelle stesse aziende private il potere della propriet\u00e0 privata \u00e8 bilanciato e limitato da una sorta di contropotere.<\/p>\n<p>Ma qual \u00e8 il ruolo svolto dal Partito e dal sindacato? Le risposte che riceviamo non soddisfano tutti i membri della nostra delegazione. Alcuni, riecheggiando una tendenza assai diffusa nella sinistra occidentale, concentrano la loro attenzione esclusivamente sul livello dei salari. Gli interlocutori cinesi, invece, fanno capire che, al di l\u00e0 del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle maestranze, essi si preoccupano del contributo che le loro aziende possono fornire allo sviluppo dell\u2019economia e della tecnologia dell\u2019intera nazione. Da questo scambio di idee vediamo riemergere la contrapposizione tra le due figure su cui insiste il <em>Che fare?<\/em> di Lenin. L\u2019esponente della sinistra occidentale, che chiama gli operai cinesi a respingere ogni compromesso col potere statale nella loro lotta per pi\u00f9 alti salari, crede di essere radicale e persino rivoluzionario. In realt\u00e0, egli si colloca sulla scia del riformista o, peggio, del corporativo \u00absegretario di una qualunque trade-union\u00bb al quale Lenin rimprovera di perdere di vista la lotta di emancipazione nei suoi diversi aspetti nazionali e internazionali, divenendo cos\u00ec talvolta il puntello di \u00abuna nazione che sfrutta tutto il mondo\u00bb (a quei tempi l\u2019Inghilterra). Ben diversamente si atteggia il rivoluzionario \u00abtribuno popolare\u00bb. Certo, rispetto al 1902 (l\u2019anno di pubblicazione del <em>Che fare?<\/em>), la situazione \u00e8 radicalmente cambiata. Nel frattempo in Cina il \u00abtribuno popolare\u00bb pu\u00f2 contare sul sostegno del potere politico; resta il fatto che, per essere rivoluzionario, egli, facendo tesoro dell\u2019insegnamento di Lenin, deve saper guardare l\u2019insieme dei rapporti politici e sociali a livello nazionale e a livello internazionale. Un consistente aumento dei salari si impone ed \u00e8 gi\u00e0 in atto, favorito o promosso dallo stesso potere centrale (come riconosce la grande stampa internazionale) ma esso, al di l\u00e0 del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle maestranze, mira ad accrescere il contenuto tecnologico dei prodotti industriali e quindi a consolidare l\u2019economia cinese nel suo complesso, rendendola altres\u00ec meno dipendente dalle esportazioni. Le (giuste) rivendicazioni salariali immediate non devono compromettere il conseguimento dell\u2019obiettivo strategico del rafforzamento di un paese che sempre pi\u00f9, gi\u00e0 col suo sviluppo economico, imbriglia i piani dell\u2019imperialismo ovvero dell\u2019\u00abegemonismo\u00bb, come pi\u00f9 diplomaticamente preferiscono dire gli interlocutori cinesi.<\/p>\n<p><strong>8. Infine, l\u2019ultima pietra dello scandalo:<\/strong> da qualche anno, in omaggio all\u2019\u00abimportante idea delle tre rappresentanze\u00bb, anche gli imprenditori sono ammessi nelle file del Partito comunista cinese. E di nuovo emergono le preoccupazioni e le angosce di alcuni membri della delegazione europea: \u00e8 in atto l\u2019imborghesimento del Partito che dovrebbe garantire il senso di marcia socialista dell\u2019economia di mercato? In via preliminare gli interlocutori cinesi fanno notare che il numero degli imprenditori ammessi nelle file del Partito (a conclusione di un processo rigoroso di verifica e selezione) \u00e8 del tutto insignificante se messo a confronto con una massa di militanti che ammonta a poco meno di 80 milioni; in altre parole, si tratta di una presenza simbolica. Ma tale spiegazione \u00e8 insufficiente. Abbiamo visto che alcuni di questi imprenditori svolgono una funzione nazionale: in alcuni settori dell\u2019economia hanno cancellato o ridotto la dipendenza tecnologica della Cina dall\u2019estero; talvolta, non solo sul piano oggettivo ma in modo consapevole qualcuno tra di loro si \u00e8 collocato in prima fila nella lotta ingaggiata dal Partito comunista gi\u00e0 nel 1949, la lotta per dare scacco all\u2019imperialismo passando dalla conquista dell\u2019indipendenza sul piano politico alla conquista dell\u2019indipendenza anche sul piano economico e tecnologico. In un mondo sempre pi\u00f9 caratterizzato dalla<em> knowledge economy<\/em>, cio\u00e8 da un\u2019economia basata sulla conoscenza, pu\u00f2 accadere che lo stakhanovista eroe del lavoro dell\u2019Urss di Stalin assuma le sembianze del tutto nuove di un tecnico superspecializzato che, aprendo un\u2019azienda ad alto valore tecnologico, fornisce un importante contributo alla difesa e al rafforzamento della patria socialista.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 fare un\u2019ulteriore considerazione. Sull\u2019onda del \u00absocialismo di mercato\u00bb si \u00e8 venuto a costituire un nuovo strato borghese in rapida espansione. La cooptazione di alcuni suoi membri nell\u2019ambito del Partito comunista comporta una decapitazione politica di questo nuovo strato, allo stesso modo in cui in una societ\u00e0 borghese la cooptazione da parte della classe dominante di alcuni personalit\u00e0 di estrazione operaia o popolare stimola la decapitazione politica delle classi subalterne.<\/p>\n<p><strong>9. E\u2019 venuto il momento di trarre<\/strong> le conclusioni. Nel mio inglese claudicante le espongo in occasione di alcuni banchetti e, soprattutto, della cena che precede il viaggio di ritorno e che vede la presenza fra gli altri di Huang Huaguang, Direttore generale dell\u2019Ufficio per l\u2019Europa occidentale del Dipartimento internazionale del Comitato Centrale del Pcc. Tutti i partecipanti al viaggio sono chiamati a esprimersi con grande franchezza. Nei miei interventi cerco di interloquire anche con gli altri membri della delegazione dell\u2019Europa occidentale e forse soprattutto con loro.<\/p>\n<p>Allorch\u00e9 dichiarano di trovarsi solo allo stadio primario del socialismo e prevedono che questo stadio duri sino alla met\u00e0 del XXI secolo, i comunisti cinesi riconoscono indirettamente il peso che i rapporti capitalistici continuano a esercitare nel loro immenso e variegato paese. D\u2019altro canto, \u00e8 sotto gli occhi di tutti il monopolio del potere politico detenuto dal Partito comunista (e dagli 8 Partiti minori che riconoscono la sua direzione). All\u2019osservatore attento non dovrebbe neppure sfuggire il fatto che, collocate come sono in una posizione di subalternit\u00e0 sul piano economico, politico e sociale, le stesse aziende private, pi\u00f9 che la logica del massimo profitto, sono stimolate, spinte e pressate a rispettare una logica diversa e superiore: quella dello sviluppo sempre pi\u00f9 generalizzato e sempre pi\u00f9 capillarmente diffuso dell\u2019economia nonch\u00e9 del potenziamento della tecnologia nazionale. In ultima analisi, attraverso una serie di mediazioni, le stesse aziende private risultano assoggettate o subordinate al \u00absocialismo di mercato\u00bb. E, dunque, le prediche moraleggianti che una certa sinistra occidentale non si stanca di fare al Partito comunista cinese sono per un verso ridondanti e superflue, per un altro verso infondate e inconsistenti. Ovviamente, \u00e8 del tutto legittimo formulare dubbi e critiche sul \u00absocialismo di mercato\u00bb. Ma almeno su un punto ritengo che a sinistra dovrebbe essere possibile pervenire a un consenso. La politica di riforma e di apertura introdotta da Deng Xiaoping non ha significato affatto l\u2019omologazione della Cina all\u2019Occidente capitalistico come se tutto il mondo fosse ormai caratterizzato da una calma piatta. In realt\u00e0, proprio a partire dal 1979 si \u00e8 sviluppata una lotta che \u00e8 sfuggita agli osservatori pi\u00f9 superficiali ma la cui importanza si manifesta con sempre maggiore evidenza. Gli Usa e i loro alleati speravano di ribadire una divisione internazionale del lavoro, in base alla quale la Cina avrebbe dovuto limitarsi alla produzione, a basso prezzo, di merci prive di reale contenuto tecnologico. In altre parole speravano di conservare e accentuare il monopolio occidentale della tecnologia: su questo piano la Cina, come tutto il Terzo Mondo, avrebbe dovuto continuare a subire un rapporto di dipendenza rispetto alla metropoli capitalistica. Ben si comprende che i comunisti cinesi abbiano interpretato e vissuto la lotta per far fallire tale progetto neocolonialista come la continuazione della lotta di liberazione nazionale: non c\u2019\u00e8 reale indipendenza politica senza indipendenza economica; almeno coloro che si richiamano al marxismo dovrebbero aver chiara tale verit\u00e0! Grazie all\u2019agognato mantenimento del monopolio della tecnologia, gli Usa e i loro alleati intendevano continuare a dettare i termini delle relazioni internazionali. Col suo straordinario sviluppo economico e tecnologico, la Cina ha aperto la strada alla democratizzazione dei rapporti internazionali. Di questo risultato dovrebbero essere lieti non solo i comunisti ma anche ogni autentico democratico: ci sono ora condizioni migliori per l\u2019emancipazione politica e economica del Terzo Mondo.<\/p>\n<p>A questo punto conviene sgomberare il campo da un equivoco che rende difficile la comunicazione tra Pcc e sinistra occidentale nel suo complesso. Sia pure tra oscillazioni e contraddizioni di vario genere, sin dalla sua fondazione la Repubblica Popolare Cinese si \u00e8 impegnata a lottare contro non una ma due diseguaglianze, l\u2019una di carattere interno, l\u2019altra di carattere internazionale. Nell\u2019argomentare la necessit\u00e0 della politica di riforma e di apertura da lui auspicata, in una conversazione del 10 ottobre 1978, Deng Xiaoping richiamava l\u2019attenzione sul fatto che si stava allargando il \u00abgap\u00bb tecnologico rispetto ai paesi pi\u00f9 avanzati. Questi si stavano sviluppando \u00abcon una velocit\u00e0 tremenda\u00bb, mentre la Cina rischiava di restare sempre pi\u00f9 indietro (<em>Selected Works<\/em>, vol. 3, p. 143). Ma se avesse mancato l\u2019appuntamento con la nuova rivoluzione tecnologica, essa si sarebbe venuta a trovare in una situazione di debolezza simile a quella che l\u2019aveva consegnata inerme alle guerre dell\u2019oppio e all\u2019aggressione dell\u2019imperialismo. Se avesse mancato questo appuntamento, oltre che a se stessa, la Cina avrebbe arrecato un danno enorme alla causa dell\u2019emancipazione del Terzo mondo nel suo complesso. E\u2019 da aggiungere che, proprio per il fatto che ha saputo ridurre drasticamente la diseguaglianza (economica e tecnologica) sul piano internazionale, la Cina \u00e8 oggi in condizioni migliori, grazie alle risorse economiche e tecnologiche nel frattempo accumulate, per affrontare il problema della lotta contro la diseguaglianze sul piano interno.<\/p>\n<p>Il \u00absecolo delle umiliazioni\u00bb della Cina (il periodo che va dal 1840 al 1949, e cio\u00e8 dalla prima guerra dell\u2019oppio alla conquista del potere da parte del Pcc) ha coinciso storicamente col secolo di pi\u00f9 profonda depravazione morale dell\u2019Occidente: guerre dell\u2019oppio con lo scempio inflitto a Pechino al Palazzo d\u2019Estate e con la distruzione e il saccheggio delle opere d\u2019arte in esso contenute, espansionismo coloniale e ricorso a pratiche schiavistiche o genocide a danno delle \u00abrazze inferiori\u00bb, guerre imperialiste, fascismo e nazismo, con la barbarie capitalista, colonialista e razzista che raggiunge il suo apice. Dal modo in cui l\u2019Occidente sapr\u00e0 guardare alla rinascita e al ritorno della Cina, si potr\u00e0 valutare se esso \u00e8 deciso a fare realmente i conti col secolo della sua pi\u00f9 profonda depravazione morale. Che almeno la sinistra sappia farsi interprete della cultura pi\u00f9 avanzata e pi\u00f9 progressista dell\u2019Occidente!<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dal 3 al 16 luglio ho avuto il privilegio di visitare alcune citt\u00e0 e realt\u00e0 della Cina, nell\u2019ambito di una delegazione invitata dal Partito comunista cinese, della quale facevano parte altres\u00ec esponenti dei partiti comunisti del Portogallo, della Grecia e della Francia e della Linke tedesca; per l\u2019Italia, oltre al sottoscritto, hanno partecipato al viaggio Vladimiro Giacch\u00e9 e Francesco Maringi\u00f2. Il testo che segue non \u00e8 un diario o una cronaca; si tratta di riflessioni stimolate da un\u2019esperienza straordinaria. 1. 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