{"id":147,"date":"2010-10-04T18:09:45","date_gmt":"2010-10-04T18:09:45","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=147"},"modified":"2016-06-06T13:00:33","modified_gmt":"2016-06-06T13:00:33","slug":"la-crisi-non-e%e2%80%99-finanziaria-ma-del-capitale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=147","title":{"rendered":"La crisi non \u00e8 finanziaria ma del capitale"},"content":{"rendered":"<p><strong>1. Sovrapproduzione e crisi<\/strong><br \/>\nSecondo la maggior parte dei mass media, degli economisti e dei governi, quella attuale \u00e8 una crisi finanziaria, che successivamente si sarebbe estesa all\u2019economia \u201creale\u201d. Con questo tipo di analisi si coglie, per\u00f2, solo la forma in cui la crisi si \u00e8 manifestata. Se ne ignora invece il contenuto, che risiede nei meccanismi di accumulazione del capitale. Infatti, le crisi sono la modalit\u00e0 tipica in cui emergono le contraddizioni del modo di produzione attuale. La principale di queste contraddizioni \u00e8 quella tra produzione e mercato. Lo scopo delle imprese \u00e8 produrre per fare profitti e per fare ci\u00f2 riducono i costi delle merci in modo da aumentare il loro margine, cio\u00e8 la differenza tra costi e prezzi di produzione. La riduzione dei costi di produzione passa per la realizzazione di economie di scala, cio\u00e8 per la produzione di masse di merci sempre pi\u00f9 grandi nello stesso tempo di lavoro. A questo scopo vengono introdotte tecnologia e macchine sempre pi\u00f9 moderne al posto di lavoratori, e aumentati ritmi e intensit\u00e0 del lavoro. Astrattamente si tratta di un fatto positivo, in quanto lo sviluppo della produttivit\u00e0 mette a disposizione dei consumatori masse di merci pi\u00f9 grandi prodotte in un tempo minore. Il problema \u00e8 che la produzione capitalistica \u00e8 diretta non verso semplici consumatori ma verso consumatori in grado di pagare un prezzo adeguato a raggiungere il profitto atteso, cio\u00e8 verso un mercato.<\/p>\n<p>Ebbene la questione \u00e8 proprio questa: la produzione capitalistica \u00e8 una produzione che si estende progressivamente senza alcun riguardo per il mercato cio\u00e8 per le\u00a0 capacit\u00e0 di acquisto delle merci prodotte. Inoltre, visto che il profitto \u00e8 dato dal lavoro non pagato dei lavoratori, la riduzione proporzionale di questi ultimi sul capitale complessivo impiegato provoca una caduta del saggio di profitto, che si cerca di compensare con l\u2019aumento dello sfruttamento e quindi producendo un numero maggiore di merci. Tutto questo implica che la produzione tende sempre ad eccedere le capacit\u00e0 di assorbimento del mercato, determinando un permanente squilibrio tra le capacit\u00e0 produttive e la limitatezza del mercato. Una limitatezza che viene accentuata proprio dal meccanismo che sostituisce forza lavoro con macchinari e che conseguentemente provoca l\u2019espulsione di lavoratori dal processo produttivo.<\/p>\n<p>Secondo uno studio della Banca dei regolamenti internazionali, dagli anni 80 ad oggi in tutti i principali paesi industrializzati si \u00e8 avuto uno spostamento del Pil dai salari ai profitti. In Italia la quota andata ai profitti \u00e8 aumentata dal 23,1% del 1993 al 31,3% del 2005. Si tratta dell\u20198% del Pil, equivalente a 120 miliardi di euro ossia a 7mila euro per ognuno dei 17 milioni di salariati italiani che annualmente passano dai salari ai profitti. Ma la cosa pi\u00f9 interessante dello studio della Bri \u00e8 che la causa di questo fenomeno viene individuata, non nella concorrenza dei lavoratori dei paesi \u201cin via di sviluppo\u201d, ma nella introduzione di nuova tecnologia che, espellendo lavoratori e destrutturando l\u2019organizzazione del lavoro, riduce le capacit\u00e0 di resistenza e negoziazione dei lavoratori. In questo modo, si \u00e8 determinata la perdita di capacit\u00e0 d\u2019acquisto dei salari ed i lavoratori si sono trovati costretti al lavoro straordinario con l\u2019effetto di ridurre ancora di pi\u00f9 la domanda di forza lavoro e di aggravare la disoccupazione. Inoltre, avendo le nuove tecnologie una forte componente informatica, che diventa obsoleta pi\u00f9 rapidamente, le ristrutturazioni sono divenute pi\u00f9 frequenti. Dunque, mentre da una parte si moltiplica l\u2019offerta di merci sul mercato, dall\u2019altra parte si riduce la domanda, che per la maggior parte \u00e8 costituita da lavoratori salariati, o, nel caso migliore, non si permette alla domanda di crescere in modo proporzionale all\u2019offerta. Del resto, nella anarchia della concorrenza, ancorch\u00e9 oligopolistica, che regna nel modo di produzione capitalistico, ogni singolo capitale, per battere i concorrenti, tende a realizzare sempre maggiori economie di scala e a ridurre i salari dei propri lavoratori, trattandoli come costi da ridurre e non come compratori. Si produce cos\u00ec una tendenza alla sovrapproduzione di merci che, per\u00f2, ha alla sua base la sovrapproduzione di capitale sotto forma di mezzi di produzione. Ci\u00f2 che \u00e8 importante capire, per\u00f2, \u00e8 che la sovraccapacit\u00e0 produttiva \u00e8 tale entro il modo di produzione capitalistico, che produce solo per il profitto, e che la\u00a0 sovrapproduzione di merci si determina entro i limiti del mercato capitalistico.<strong><br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p><strong>2. Il caso emblematico dell\u2019automobile<\/strong><br \/>\nLa crisi non \u00e8 una cesura nel procedere normale dell\u2019economia, \u00e8 il modo violento in cui il capitale tenta di risolvere le sue contraddizioni. Infatti, le crisi non solo bruciano miliardi di capitale fittizio nei crolli borsistici, ma provocano distruzione di capitale reale attraverso la svalorizzazione delle merci, che giacciono invendute nei depositi o sono vendute sottocosto (negli Usa si \u00e8 arrivati al prendi due automobili ne paghi una), e dei mezzi di produzione, che rimangono inattivi o sottoutilizzati. Le crisi, poi, distruggono forza lavoro attraverso i licenziamenti e, provocando la morte delle aziende pi\u00f9 deboli ed il loro assorbimento da parte di quelle pi\u00f9 forti, determinano la concentrazione della produzione in sempre meno mani.<\/p>\n<p>Soltanto a questo prezzo si generano le condizioni affinch\u00e9 la produzione sia di nuovo profittevole e possa riprendere, riproducendo per\u00f2 le condizioni per replicare la crisi successivamente e su una base pi\u00f9 ampia. Il caso dell\u2019auto \u00e8 emblematico. Si tratta di un settore con le caratteristiche tipiche della grande industria: una progressiva grande concentrazione, e un sempre pi\u00f9 forte aumento della componente tecnologica in rapporto ai lavoratori impiegati. Un settore nel quale, secondo le parole dell\u2019amministratore delegato della Fiat, Marchionne, \u201cla sovraccapacit\u00e0 produttiva \u00e8 un problema generale\u201d. Negli Usa, infatti, la produzione del 2009 sar\u00e0 di appena il 45% dell\u2019output potenziale, pari 5 milioni di auto in meno rispetto al 2007. Secondo CSM Wolrdwide, l\u2019utilizzazione degli impianti delle prime dodici case produttrici mondiali, scesa al 72,2% gi\u00e0 nel 2008, si ridurr\u00e0 nel 2009 al 64,7%. Le conseguenze saranno pesanti persino per le case leader tedesche e giapponesi: in Germania sono gi\u00e0 stati licenziati i lavoratori precari (4500 quelli della Volkswagen), mentre l\u2019orario settimanale di lavoro (ed il salario) \u00e8 stato ridotto per i due terzi dei lavoratori stabili della Volkswagen e a febbraio e marzo per 26mila della Bmw, in Giappone, invece, la Nissan ha pianificato 20mila licenziamenti. Ancora peggiore la situazione delle case Usa, tra le quali GM e Chrysler sarebbe gi\u00e0 fallite senza i 14 miliardi di dollari stanziati dal governo. GM, in particolare, prevede la chiusura di quattro dei ventidue impianti statunitensi e 31mila licenziamenti. Eppure tutto questo si realizza alla fine di un processo in cui le tre major di Detroit avevano migliorato la loro produttivit\u00e0.<\/p>\n<p>Secondo l\u2019Harbour report, le major di Detroit hanno ridotto il divario con gli stabilimenti giapponesi in America in termini di tempo necessario alla produzione di\u00a0 un veicolo dalle 10,51 ore del 2003 alle 3,50 ore del 2007. Del resto, ad essere preceduta da un forte aumento della produttivit\u00e0 fu anche la crisi del \u201929, sebbene, come quella odierna, fosse stata innescata da un crollo finanziario. Infatti, fu proprio negli anni 20 che, col fordismo, si introdusse la catena di montaggio. A partire dagli anni 80, il fordismo si \u00e8 aggiornato, divenendo tojotismo, che, flessibilizzando i processi, avrebbe dovuto sanare la contraddizione tra mercato e produzione. Il bel risultato \u00e8 stato che le auto invendute, solo nei piazzali degli stabilimenti Usa, hanno raggiunto a fine gennaio 2009 quasi i tre milioni, equivalenti a 116 giorni di vendita agli attuali livelli. Prova questa che, entro i limiti dei rapporti di produzione capitalistici, per sanare la contraddizione tra produzione e mercato non c\u2019\u00e8 tecnica manageriale che tenga. Quali sono allora le risposte che si prospettano alla sovrapproduzione? Il caso statunitense \u00e8 ancora una volta emblematico. Oltre ai licenziamenti ed alla settimana corta di 4 giorni (working sharing), si prospetta un allineamento di tutte le case americane alle peggiorative condizioni salariali e assistenziali in vigore presso gli stabilimenti giapponesi negli Usa. In secondo luogo, anche questa crisi, come e pi\u00f9 di altre, data la sua gravit\u00e0, vorr\u00e0 le sue vittime e sar\u00e0 il volano per ulteriori fusioni ed acquisizioni. Sempre secondo Marchionne, nel mercato mondiale dell\u2019auto ci sarebbe posto solo per cinque o sei produttori che riescano a raggiungere l\u2019economia di scala minima di cinque milioni di vetture. Ed \u00e8 proprio la Fiat a distinguersi per il suo attivismo, muovendosi in varie direzioni, dalle joint ventures con la Tata indiana, che \u00e8 entrata anche nel capitale Fiat, alla possibile acquisizione della Chrysler, fino alla ventilata fusione con Peugeot. La crisi fornir\u00e0 poi un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione della produzione, per ridurre i costi e avvicinarsi ai nuovi mercati di sbocco. Gi\u00e0 oggi, Ford e GM producono negli Usa meno del 32% del loro output complessivo, mentre Fiat, Renault e Volkswagen producono nei paesi d\u2019origine rispettivamente appena il 34,9%, il 34,7% ed il 33,6% della loro produzione totale. A pagare saranno, comunque, sempre i lavoratori con la perdita del posto di lavoro e con la riduzione dei salari.<\/p>\n<p><strong>3. Il nesso tra sovrapproduzione e finanza<\/strong><br \/>\nContrapporre, in ambito capitalistico, economia \u201cfinanziaria\u201d e \u201creale\u201d non ha senso ed \u00e8 fuorviante. L\u2019enorme sviluppo del credito e dei mercati finanziari ha alla sua\u00a0 base l\u2019affermazione della grande industria, che ha bisogno di capitali monetari sempre pi\u00f9 grandi da investire. La mondializzazione della concorrenza, le fusioni e le acquisizioni, il gigantismo delle imprese, necessario ad economie di scala sempre maggiori, determinano una richiesta di credito sempre maggiore e banche sempre pi\u00f9 grandi. Sebbene le crisi non siano causate dal credito e dalla finanza, esiste un nesso molto stretto tra crisi e credito. Tale nesso sta nel fatto che il credito favorisce ed accelera la tendenza alla sovrapproduzione di capitale e di merci. Il credito, infatti, permette l\u2019allargamento della produzione in un modo che altrimenti non sarebbe possibile. Nello stesso tempo le banche, concentrando in poche mani il risparmio della societ\u00e0 e trasformandolo in investimento, fanno assumere al capitale stesso una forma \u201csociale\u201d, favorendo la separazione tra direzione e propriet\u00e0. Si crea cos\u00ec una produzione privata senza propriet\u00e0 privata e una nuova aristocrazia finanziaria e di top manager, superpagata, indifferente ai limiti del mercato, e incline ad investimenti spericolati, parassitismo e speculazione. In questo modo si sviluppa la tendenza ai monopoli e alla sovrapproduzione cronica generale. L\u2019industria contemporanea versa da decenni in una situazione di sovrapproduzione, cui si \u00e8 risposto favorendo il credito facile e quindi l\u2019indebitamento, sia dal lato dell\u2019offerta, cio\u00e8 dal lato delle aziende, sia da quello della domanda, cio\u00e8 dei consumatori-compratori. Per anni, con il beneplacito dei governi Usa, la Fed ha mantenuto un bassissimo costo del denaro, spingendo le banche a prestare oltre ogni ragionevole garanzia. In particolare \u00e8 stato incentivato l\u2019acquisto delle case, perch\u00e9 la propriet\u00e0 immobiliare garantiva sull\u2019acquisto a credito di beni di consumo come l\u2019auto. Sono stati concessi mutui fino al 100%, ed anche a chi non aveva n\u00e9 lavoro n\u00e9 altre propriet\u00e0, i cosiddetti mutui subprime. La spirale dell\u2019indebitamento si \u00e8 autoalimentata, grazie alla liberalizzazione dei mercati finanziari e alla abolizione degli steccati e delle regole introdotte dopo la crisi del \u201929, ed i mutui sono stati cartolarizzati in titoli \u2013 i cosiddetti derivati \u2013 venduti alle banche di tutto il mondo. La speculazione si \u00e8 estesa anche alla cartolarizzazione delle assicurazioni sui derivati dei mutui, i credit default swaps (Cds), che hanno raggiunto la cifra astronomica di 45mila miliardi. Inoltre, sono state introdotte altre forme di incentivazione all\u2019indebitamento come le carte di credito revolving. In sostanza la domanda di beni di consumo \u00e8 stata drogata, fondando su basi d\u2019argilla l\u2019espansione economica seguente alla crisi del 2001. Negli Usa e nel Regno Unito il debito delle famiglie nel 2007 aveva raggiunto il 100% del Pil. Intanto la leva finanziaria delle banche era cresciuta a dismisura: le banche europee per ogni euro di capitale posseduto avevano dato in prestito 40 euro, quelle Usa ancora di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Tutto questo non poteva reggere ed infatti non ha retto. Quando la bolla immobiliare ha raggiunto il suo picco e nel 2007 \u00e8 scoppiata, le abitazioni hanno perso fino al 40% del valore ed i loro proprietari non sono pi\u00f9 riusciti a far fronte ai mutui. Il sistema finanziario internazionale si \u00e8 cos\u00ec reso conto di avere in pancia miliardi di titoli col valore della carta straccia, cui si aggiungeva la massa dei Cds, che avrebbero potuto portarlo al collasso. Numerose banche, costrette a iscrivere le perdite a bilancio, sono fallite, sono state acquisite o salvate dallo Stato, e centinaia di miliardi di capitalizzazione di borsa sono stati bruciati. Inoltre, l\u2019incertezza sulla solvibilit\u00e0 delle banche ha portato alla paralisi del mercato interbancario ed al restringimento del credito, con conseguenze devastanti per le aziende, gi\u00e0 pesantemente indebitate ed alle prese con le necessit\u00e0 della internazionalizzazione, della riorganizzazione produttiva e del finanziamento del credito al consumo.<\/p>\n<p><strong>4. Fallimento del mercato e intervento dello Stat<\/strong>o<br \/>\nLa sovrapproduzione che attanaglia l\u2019economia \u00e8 ormai generale. Infatti, secondo la Banca mondiale, al calo, per la prima volta dal 1945, del Pil mondiale si \u00e8 associato il maggiore declino del commercio mondiale degli ultimi 80 anni, ovvero dalla grande Depressione degli anni 30. L\u2019International labour organization prevede dai 18 ai 30 milioni di disoccupati in pi\u00f9, 50 nella previsione peggiore. La crisi ha cos\u00ec dimostrato\u00a0 nel modo pi\u00f9 plateale il fallimento delle capacit\u00e0 regolatrici del mercato.<\/p>\n<p>Significativa \u00e8 stata la rapidit\u00e0 della sterzata verso l\u2019intervento dello Stato a partire\u00a0 proprio dai due paesi leader della \u201crivoluzione\u201d neoliberista, Usa e Gran Bretagna, e la consistenza dell\u2019intervento, soprattutto a favore del credito. Negli Usa il programma di aiuto federale, il Tarp, ha gi\u00e0 utilizzato 294,9 miliardi, di cui 250 per la ricapitalizzazione delle banche, su uno stanziamento totale di 700 miliardi, e Obama ha in progetto un ulteriore stanziamento di 2mila miliardi. In gran Bretagna lo stato ha acquisito la Bearn Stearns, il 60% della Royal Bank of Scotland e il 40% di Lloyds-Hbos, mentre la Germania, che ha gi\u00e0 dato 90 miliardi alla Hypo e ha acquistato il 25% della Commerzbank, ha varato una legge che consente l\u2019esproprio statale delle banche in difficolt\u00e0. Ma, visto che queste misure non sono bastate a rimettere in moto il mercato interbancario ed il prestito ad imprese e famiglie, lo Stato ha assunto il ruolo di finanziatore diretto, pi\u00f9 o meno a fondo perduto, delle aziende. In Giappone lo Stato ha stanziato 13 miliardi di euro con cui entrer\u00e0 eventualmente anche nel capitale delle aziende. In particolare, si \u00e8 svolta una corsa al soccorso dei produttori nazionali di auto, dai 14 miliardi di dollari dati a GM e Chrysler ai 7 miliardi di euro stanziati per Renault e Psa, di cui una parte andr\u00e0 alle branche di queste societ\u00e0 che finanziano gli acquisti a credito. Tutte scelte che, insieme alla riduzione praticamente a zero dei tassi di interesse praticati da molte banche centrali come la Fed, dimostrano che la soluzione alla crisi viene ricercata in direzioni vecchie e sbagliate, come l\u2019indebitamento e il protezionismo, ritornato prepotentemente in auge con il buy american. L\u2019insieme delle risorse messe sul piatto\u00a0 dagli Usa raggiungono gli 8000 miliardi, pari al 54% del loro Pil. Se pensiamo che gli Usa in tutta la Seconda guerra mondiale spesero 3600 miliardi e che nel 1944 la spesa bellica fu il 36% del Pil, abbiamo una idea della partita in atto.<\/p>\n<p>L\u2019aumento della spesa statale far\u00e0 esplodere il deficit pubblico, che negli Usa arriver\u00e0 quest\u2019anno al 10% e nel Regno Unito al 6-8%, mentre la virtuosa Germania porter\u00e0 il disavanzo pubblico ai massimi dal 1945. L\u2019ingigantirsi dei debiti pubblici, gi\u00e0 gravati come negli Usa da decenni di sussidi alle imprese e di spese militari, condurr\u00e0 all\u2019inasprimento della tassazione, mentre l\u2019aumento dell\u2019emissione dei titoli di Stato, unico investimento rifugio rimasto, sta gi\u00e0 conducendo al calo dei rendimenti per milioni di piccoli risparmiatori. Al contempo il prezzo dei credit default swaps sui titoli pubblici si \u00e8 alzato, segno dei timori del mercato sulla solvibilit\u00e0 di molti stati.<\/p>\n<p>Mentre gli Usa, grazie al dollaro cercano di continuare a scaricare il finanziamento del loro enorme debito sull\u2019estero, molti paesi periferici, soprattutto nell\u2019Europa\u00a0 dell\u2019est, presi dalle difficolt\u00e0 della recessione, rischiano una bancarotta che avrebbe pesanti contraccolpi sulle banche europee e sull\u2019euro.<\/p>\n<p><strong>5. Conclusioni: pianificazione e riduzione dell\u2019orario di lavoro<\/strong><br \/>\nSe il fallimento del mercato \u00e8 ormai evidente a tutti, meno evidente \u00e8 l\u2019altrettanto grande fallimento della propriet\u00e0 e della produzione privata. In Italia ad esempio assistiamo all\u2019apparente paradosso di chi, Confindustria in testa, chiede e ottiene l\u2019intervento statale sotto forma di aiuti e continua a rivendicare le privatizzazioni, ad esempio delle utility. In effetti \u00e8 proprio nei momenti di difficolt\u00e0 che il capitale si rifugia di pi\u00f9 nelle rendite di monopolio, fuori dalla concorrenza. In ogni paese, la premessa a tutti gli aiuti pubblici \u00e8 che lo Stato, anche nel caso in cui entrasse in una banca o in una azienda con quote di maggioranza, rimanga rigorosamente fuori dalla sua gestione, magari comprando azioni senza diritto di voto.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 l\u2019espansione del credito aveva messo a disposizione del privato il capitale sociale (il risparmio della collettivit\u00e0), rendendo la produzione privata una produzione senza propriet\u00e0 privata.<\/p>\n<p>Oggi che lo Stato finanzia le banche private o eroga direttamente alle imprese il capitale impiegato, la propriet\u00e0 acquista ancora di pi\u00f9 un carattere sociale. Si accresce quindi la contraddizione tra il carattere sempre pi\u00f9 sociale della produzione e della propriet\u00e0 e l\u2019appropriazione privata del prodotto di quella produzione, che si concentra in sempre meno mani.<\/p>\n<p>Del resto, con sole cinque case automobilistiche a dividersi il mercato mondiale, come prevede Marchionne, si pu\u00f2 ancora parlare di propriet\u00e0 privata? Si tratta di una produzione in realt\u00e0 gi\u00e0 quasi socializzata. Abbiamo invece una produzione privata senza propriet\u00e0 privata, e che si sottomette lo Stato come erogatore concentrato del capitale della societ\u00e0. La crisi non si risolve con gli aiuti agli imprenditori privati o gettando masse di denaro nel pozzo senza fondo dell\u2019insolvenza di banche che continuano a non prestare. La crisi si risolve solo andando alla sua radice, che certo non sta negli stipendi dei supermanager. In primo luogo, non ha senso mantenere la produzione privata, quando i capitali sono pubblici.<\/p>\n<p>Permarrebbero, a spese dei lavoratori-contribuenti, l\u2019anarchia irrazionale della concorrenza e lo squilibrio permanente tra produzione e circolazione delle merci. Tali\u00a0 contraddizioni possono essere risolte solo mediante il coordinamento complessivo, la pianificazione dell\u2019economia da parte delle collettivit\u00e0, secondo le priorit\u00e0 della\u00a0 societ\u00e0 e dell\u2019ambiente, e cominciando con la ripubblicizzazione delle banche e dei servizi di pubblica utilit\u00e0. In secondo luogo, va affrontata la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. Le scoperte tecnologiche e l\u2019enorme aumento della produttivit\u00e0 che negli ultimi decenni ne \u00e8 derivato possono liberare tempo vitale invece di essere fonte di disoccupazione. Ma questo \u00e8 possibile a farsi solo se l\u2019orario di lavoro viene ridotto a parit\u00e0 di salario, liberando bisogni e la possibilit\u00e0 di soddisfarli, ed allargando cos\u00ec i limiti del mercato. Se \u00e8 vero che la crisi libera i mostri della xenofobia e dell\u2019autoritarismo e che la depressione del \u201929 apr\u00ec la strada ai fascismi, quella stessa crisi ebbe anche risposte a sinistra. Negli Usa nel 1932 il senatore Black, in opposizione al working sharing, che redistribuiva solo la povert\u00e0 e non l\u2019occupazione, propose una legge per la riduzione dell\u2019orario a 30 ore, che fu sconfitta solo di misura per l\u2019opposizione di Roosvelt e degli imprenditori. Fu invece in Francia che nel 1936, in piena crisi, fu approvata una legge per le 40 ore, che port\u00f2, a parit\u00e0 di salario, l\u2019orario di lavoro annuale da 2496 a 2000 ore.<\/p>\n<p>La differenza tra Francia e Usa \u00e8 che, all\u2019epoca, in Francia era al governo quel grande esempio di protagonismo politico dei lavoratori che fu il Fronte popolare. Un esperimento politico su cui, mutatis mutandis, forse varrebbe la pena di riflettere.<\/p>\n<p>Oggi, in conclusione, di fronte ad una crisi eccezionale che evidenzia il fallimento di un intero modo di produzione ritorna d\u2019attualit\u00e0 proprio il fantasma che si \u00e8 voluto esorcizzare negli ultimi venti anni, il socialismo. La possibilit\u00e0 di rispondere alla crisi economica e alla crisi politica della sinistra passa cos\u00ec per la capacit\u00e0 di prospettare una organizzazione alternativa della societ\u00e0 e dell\u2019economia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Articolo del 9 aprile 2009.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1. Sovrapproduzione e crisi Secondo la maggior parte dei mass media, degli economisti e dei governi, quella attuale \u00e8 una crisi finanziaria, che successivamente si sarebbe estesa all\u2019economia \u201creale\u201d. Con questo tipo di analisi si coglie, per\u00f2, solo la forma in cui la crisi si \u00e8 manifestata. Se ne ignora invece il contenuto, che risiede nei meccanismi di accumulazione del capitale. Infatti, le crisi sono la modalit\u00e0 tipica in cui emergono le contraddizioni del modo di produzione attuale. La principale di queste contraddizioni \u00e8 quella tra produzione e mercato. 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