{"id":14657,"date":"2023-04-16T17:03:03","date_gmt":"2023-04-16T17:03:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=14657"},"modified":"2023-04-16T17:03:05","modified_gmt":"2023-04-16T17:03:05","slug":"limperialismo-della-virtu-la-retorica-woke-al-servizio-del-grande-capitale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=14657","title":{"rendered":"&#8220;L\u2019imperialismo della virt\u00f9&#8221;: la retorica woke al servizio del grande capitale?"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Pubblichiamo qui di seguito un articolo di <strong>Christopher Mott<\/strong>, ricercatore associato presso l\u2019Institute for Peace and Diplomacy, gi\u00e0 funzionario presso il Dipartimento di Stato americano. Una versione pi\u00f9 lunga di questo testo \u00e8 stata pubblicata con il titolo \u201c<a href=\"https:\/\/peacediplomacy.org\/2022\/06\/27\/woke-imperium-the-coming-confluence-between-social-justice-and-neoconservatism\/\">Woke imperium: The coming confluence between social justice and neoconservatism<\/a>\u201d nel giugno 2022. Questa versione \u00e8 tradotta dall\u2019articolo apparso sul numero di gennaio di &#8220;Le Monde diplomatique&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><em>Le grandi potenze nascondono spesso le loro ambizioni strategiche dietro a considerazioni virtuose di portata universale: i diritti dei popoli, la difesa della libert\u00e0, la civilt\u00e0. Negli ultimi anni, i valori di sinistra sono sempre pi\u00f9 mobilitati al servizio degli obiettivi strategici dell\u2019Occidente.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Dare la caccia al terrorismo, promuovere la democrazia, proteggere i popoli\u2026 gli Stati Uniti non mancano d\u2019immaginazione per giustificare i loro interventi militari e le loro ingerenze all\u2019estero. Una nuova serie di argomenti viene mobilitata non appena quella precedente ha perso il suo valore. Da alcuni anni, Washington privilegia un registro inedito, quello della giustizia sociale, riciclando le lotte di societ\u00e0 in voga in Occidente per legittimare i suoi interventi all\u2019estero. Cos\u00ec, i dignitari del Pentagono e del Dipartimento di Stato, l\u2019intellighenzia dei think tank pi\u00f9 influenti, ma anche i rappresentanti delle ONG e gli editorialisti dei grandi media \u2013 per farla breve, tutti quelli che contano in materia di politica estera \u2013 parlano ormai di lotta contro l\u2019oppressione delle donne, di difesa delle minoranze etniche, di diritti delle persone LGBT\u2026 Facendo eco ai temi apprezzati dai giovani diplomati e da certi ambienti militanti radicali, elaborano un nuovo obiettivo strategico, che torna utile per giustificare ogni sorta di ingerenza: la \u201cformazione culturale\u201d (culture forming) sulla base di norme e costumi occidentali.<\/p>\n\n\n\n<p>A prima vista, pu\u00f2 sembrare sorprendente che dei temi sostenuti da certi ambienti militanti progressisti \u2013 gli ambienti \u201cwoke\u201d, secondo l\u2019espressione usata dai media \u2013 alimentino delle politiche intervenzioniste ed espansionistiche, spesso armate. Questa tendenza non dovrebbe per\u00f2 sorprendere. Gli Stati Uniti ricorrono da tempo immemore al registro della morale per nascondere le loro mire imperialiste. Sin dal XVII secolo, il puritanesimo anglosassone, con il suo idealismo moralista, costruisce una storia umana basata su narrazioni universaliste. Nella sua versione secolare, questo pensiero \u00e8 incarnato nella figura di Thomas Jefferson, il terzo presidente americano (1801-1809), che concepiva gli Stati Uniti come un \u201cimpero della libert\u00e0\u201d che guidava con il suo esempio le altre nazioni del mondo, afflitte dall\u2019ignoranza (1). Un secolo pi\u00f9 tardi, il presidente Woodrow Wilson (1913-1921) vide nella prima guerra mondiale, una volta entrato nel conflitto, un occasione per propagare i valori politici dell\u2019America e per definire un quadro di comprensione universale delle relazioni internazionali (2).<\/p>\n\n\n\n<p>Questo tentativo di rimodellare l\u2019ordire internazionale sfoci\u00f2 nella creazione della Societ\u00e0 delle Nazioni (SdN) \u2013 alla quale gli Stati Uniti finalmente non parteciparono in ragione dell\u2019intransigenza del Senato, repubblicano e isolazionista, e della feroce resistenza del presidente Warren Harding (1921-1923).<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019alba del XXI secolo, era ancora la morale a guidare l\u2019intervenzionismo americano. Alcuni mesi appena dopo gli attentati dell\u201911 settembre 2001, l\u2019amministrazione di George W. Bush elargiva in effetti il perimetro della sua missione: non si trattava pi\u00f9 soltanto di dare la caccia ad Al-Qaeda e i suoi complici, ma di condurre una \u201cguerra al terrorismo\u201d. Questo progetto utopico pretendeva di pacificare diversi punti caldi del pianeta attraverso operazioni di \u201cregime change\u201d e di \u201cnation building\u201d. Inaugurato in Afganistan, si \u00e8 esteso all\u2019Iraq, e poi all\u2019insieme del Medio Oriente. Queste spedizioni armate erano spesso esplicitamente giustificate con la promozione della democrazia. Esse comportavano inoltre, come era gi\u00e0 stato il caso di altre amministrazioni, una dimensione religiosa che influenzava la definizione delle priorit\u00e0. Per esempio, l\u2019aiuto allo sviluppo e all\u2019educazione fornito ai paesi africani nel quadro della prevenzione dell\u2019AIDS furono a lungo condizionati dalla centralit\u00e0 del principio di astinenza, un valore caro alla destra cristiana americana. Tali programmi si rivelarono globalmente inefficaci, per non dire controproducenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel gennaio 2009, l\u2019arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca segn\u00f2 la fine dell\u2019evangelismo dell\u2019era Bush e l\u2019avvento di una prospettiva che si voleva realista. Con il loro voto abbastanza ampio di alcuni mesi prima, gli Americani avevano rigettato la visione messianica di Bush portata dal candidato repubblicano neoconservatore John McCain, decretando cos\u00ec che il \u201cregime change\u201d non era una risposta adeguata alle minacce del XXI secolo. Tuttavia, anzich\u00e9 abbandonare le strategie idealiste del passato, la nuova amministrazione si accontent\u00f2 di ridefinirne le logiche. All\u2019indomani della \u201cprimavera araba\u201d del 2011, gli Stati Uniti e i loro alleati lanciarono cos\u00ec delle operazioni militaria in Libia e in Siria invocando dei motivi umanitari. Questa copertura ideologica s\u2019inscriveva nel quadro della \u201cresponsabilit\u00e0 di proteggere\u201d (responsibility to protect, o R2P), un concetto popolarizzato da Samatha Power, la cui partecipazione all\u2019amministrazione Obama segn\u00f2 la fine del realismo promesso dal presidente e il passaggio ad un approccio pi\u00f9 classico della politica estera americana.<\/p>\n\n\n\n<p>In Libia, le conseguenze dell\u2019intervento militare furono disastrose. Privato di un potere centrale, dilaniato da una guerra civile tra fazioni rivali, afflitto da problemi che prima non esistevano, come il terrorismo o la tratta degli schiavi alla luce del sole, il paese \u00e8 oggi l\u2019archetipo dello Stato fallito.<\/p>\n\n\n\n<p>Finalmente, la politica della R2P ha avuto per effetto di perpetuare ed esacerbare i problemi che pretendeva di risolvere, alimentando il ritorno una violenza sistemica (3). Ma soprattutto, precipitando il fallimento degli Stati implicati, ha essa stessa creato e aggravato le condizioni che rendono necessari nuovi interventi umanitari. Questi ultimi diventano cos\u00ec una sorta di casus belli perpetuo, avviando un circolo vizioso di crisi.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi, in un contesto di fusione tra \u00e9lite culturali e diplomatiche, la definizione di un\u2019ideologia adeguata per giustificare l\u2019espansione imperialista si trova al cuore della competizione interna tra classi intellettuali. La posta in gioco per queste ultime \u00e8 di conciliare i loro interessi egemonici con il loro sentimento di superiorit\u00e0 morale \u2013 cio\u00e8 di mostrare al mondo la loro virt\u00f9 e la loro coscienza delle prove sopportate dalle popolazioni marginalizzate negli Stati da soccorrere, oliando al contempo gli ingranaggi della macchina da guerra.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa confluenza, sulla scena diplomatica, tra giustizia sociale e neoconservatorismo, tra difensori dei diritti umani e partigiani dell\u2019intervenzionismo militare della NATO, \u00e8 apparsa con evidenza all\u2019avvicinarsi dell\u2019elezione presidenziale del 2016, quando numerosi neoconservatori tradizionali cominciarono a capire che la democratica Hillary Clinton era probabilmente la candidata pi\u00f9 adatta per realizzare i loro obiettivi, a fronte di un Donald Trump che sosteneva una forma d\u2019isolazionismo. Dopo la vittoria a sorpresa del miliardario newyorkese, questi diversi avvicinamenti si sono cristallizzati in una coalizione che accoppia i due partiti; ormai, dei nuovi think tank riuniscono degli ex-analisti repubblicani con delle figure democratiche eminenti (4).<\/p>\n\n\n\n<p>I media americani [e con loro quelli europei, <em>ndt<\/em>] hanno largamente seguito questo riallineamento politico. Cos\u00ec l\u2019editorialista neoconservatore Bill Kritstol, propagandista in capo della guerra in Iraq durante l\u2019era Bush, ha potuto ricevere, nel dicembre 2018, le lodi del canale MSNBC (favorevole ai democratici) che lo salutavamo come \u201cwoke Bill Kristol\u201d (5). I giornalisti come i militanti ricorrono ormai al lessico della giustizia sociale per svilire le nazioni presentate come rivali e consolidare l\u2019ostilit\u00e0 del pubblico nei loro confronti. Il North American Congress in America latina \u2013 un\u2019organizzazione orientata a sinistra ma generalmente piuttosto favorevole agli Stati Uniti \u2013 ha per esempio interpretato le manifestazioni che hanno scosso Cuba nell\u2019estate 2021 come principalmente motivate dalla tolleranza eccessiva del governo cubano nei confronti del razzismo anti-neri (6).<\/p>\n\n\n\n<p>Il caso boliviano \u00e8 ancora pi\u00f9 significativo. Il governo di estrema destra che si \u00e8 installato a La Paz nel novembre 2019 a seguito di un colpo di Stato, con il sostegno degli Stati Uniti, \u00e8 stato spesso evocato in termini positivi dai media occidentali, la sua dirigente, Jeanine A\u00f1ez, essendo presentata come una \u201cmilitante della causa delle donne\u201d (7). Prima di essere battuto alle urne poco meno di un anno pi\u00f9 tardi, il governo A\u00f1ez ha avuto il tempo di prendere delle misure estremamente dure contro le minoranze d\u2019origine amerindiana e i fedeli delle religioni indigene tradizionali. Perseguita per sedizione e per aver causato la morte di una ventina di oppositori, la \u201cmilitante della causa delle donne\u201d \u00e8 finalmente stata arrestata e incarcerata\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>La retorica \u201cprogressista\u201d ha ulteriormente impregnato il discorso atlantista a partire dall\u2019estate 2021, con la fine dell\u2019intervento della NATO sotto comando americano in Afganistan. Era da lungo tempo che i media del mondo intero si disinteressavano di questa guerra cominciata nel 2001. Ma, con la caduta di Kabul e il ritorno al potere dei talebani, le \u201cdonne e le ragazze afgane\u201d hanno improvvisamente ritrovato un posto nelle preoccupazioni occidentali \u2013 il tema era gi\u00e0 stato mobilitato vent\u2019anni fa per giustificare l\u2019intervento militare presso i paesi europei (8). Sempre pronti a evocare i problemi afgani attraverso il prisma delle questioni sociali e dei temi di attualit\u00e0 propri all\u2019America del Nord, i giornalisti occidentali hanno cos\u00ec visto nella cancellazione da parte dei talebani di un murale rappresentante George Floyd (ucciso da un poliziotto americano a Minneapolis nel maggio 2020) un simbolo dell\u2019arretramento delle libert\u00e0 provocato dalla ritirata delle truppe americane (9). La focalizzazione su questi temi permette di presentare la presa di potere dei talebani come una tragedia che avrebbe dovuto essere evitata dagli Occidentali anzich\u00e9 come la conclusione logica della guerra pi\u00f9 lunga della storia degli Stati Uniti.<\/p>\n\n\n\n<p>Il recupero delle cause progressiste a profitto dell\u2019egemonia americana riposa su delle connessioni, di lunga data, tra il mondo della ricerca, i subappaltatori dell\u2019esercito e le agenzie governative. Nella versione iniziale del suo celebre discorso sui pericoli del complesso militare-industriale, pronunciato nel gennaio 1961, il presidente Dwight Eisenhower affermava gi\u00e0 che l\u2019universit\u00e0 era una forza motrice di questa relazione oligarchica (10). Egli riconosceva ugualmente, con premonizione, che le idee in voga nei campus avrebbero fornito comodi giustificativi per legittimare l\u2019ideologia della mondializzazione e i futuri progetti imperiali a nome della \u201cliberazione\u201d. Il nuovo consenso tra ricercatori e governo intende promuovere una teoria politica fondata su una morale universale, che sacrifica i particolarismi come la sovranit\u00e0 e favorisce l\u2019omogenizzazione culturale del pianeta grazie al ricorso del soft power quanto a quello dell\u2019hard power.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Universalizzare l\u2019esperienza americana<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Man mano che guadagna prestigio nei cerchi politici e diplomatici, la retorica imperialista progressista si confonde sempre pi\u00f9 con l\u2019immagine internazionale degli Stati Uniti e il loro ruolo di grande potenza. Le frange acquisite ad una visione convenzionale dell\u2019intervenzionismo, ereditato dalla guerra fredda, hanno capito perfettamente l\u2019interesse di utilizzare a dei fini strategici delle lotte apparentemente motivate dalla giustizia sociale, trascurando i contesti culturali e storici che permetterebbero di spiegare diversamente il trattamento della questione delle minoranze: delle nazioni che vivono secondo modi di vita che ci sembrano inaccettabili possono cos\u00ec essere giudicati facilmente come \u201cproblematici\u201d, \u201cintolleranti\u201d, giustificando delle sanzioni o delle operazioni militari.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019abbiamo visto per esempio con il discorso pronunciato nel marzo 2021 davanti all\u2019Assemblea generale delle Nazioni Unite dalla rappresentante degli Stati Uniti, Linda Thomas-Greenfield (11). Facendo riferimento in un contesto di politica estera al \u201cProgetto 1619\u201d del New York Times \u2013 che invita a tener conto delle conseguenze della schiavit\u00f9 sulla narrazione nazionale \u2013, Thomas-Greenfield tendeva a universalizzare l\u2019esperienza americana e a dedurne una posizione moralista assoluta per interpretare i fenomeni mondiali. Questo modo di stigmatizzare gli Stati rivali sulla base di norme culturali definite in Occidente si \u00e8 anche imposto in occasione delle movimentate discussioni sino-americane che si sono tenute in Alaska nel marzo 2021, nel corso delle quali Washington e Pechino si erano vicendevolmente accusati d\u2019ipocrisia in materia di diritti umani. Poi, nel settembre dello stesso anno, l\u2019amministrazione Biden ha promulgato un decreto che prevede l\u2019applicazione di sanzioni contro ogni persona implicata nelle atrocit\u00e0 commesse nel Tigray, una regione del nord dell\u2019Etiopia in preda ad una guerra civile. Il testo menzionava esplicitamente la natura etnica delle violenze e il loro impatto specifico sulle donne per giustificare l\u2019ingerenza americana. E la lista continua: la Nato ha organizzato un \u201cDibattito sulle questioni di genere e le minacce ibride\u201d lo scorso febbraio (12); il mese seguente, gli Stati Uniti decidevano di annullare le discussioni previste con i Talebani sugli averi confiscati, adducendo come motivo che il governo di Kabul aveva annunciato di non riaprire le scuole per le ragazze.<\/p>\n\n\n\n<p>Se queste politiche dovessero continuare, finirebbero probabilmente per creare un nuovo metodo che permette di delegittimare certi Stati agli occhi dei popoli occidentali, che condividono delle norme socioculturali comparabili. Questa svolta ideologica implica anche un allineamento sul ritmo mediatico, che pu\u00f2 nuocere ad un esame sereno dei fondamenti strategici delle politiche condotte e dei loro benefici per le popolazioni che si dice di voler assistere. Lascia inoltre presagire una nuova generazione di politici pi\u00f9 integrata all\u2019opinione della maggioranza, quella della giovent\u00f9 in particolare, che avvicinerebbe cos\u00ec i militanti della societ\u00e0 civile agli obiettivi dello Stato.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ci\u00f2 lo si pu\u00f2 constatare dall\u2019inizio della guerra russo-ucraina nel febbraio 2022. Certi commentatori hanno messo l\u2019accento sul fatto che, se l\u2019Ucraina non ha davvero di che vantarsi per la sua politica nei confronti delle minoranze LGBT, la Russia fa ancora peggio. Oltre a mettere la barra molto in basso, un caso del genere mostra anche chiaramente che la questione LGBT viene manipolata dai gruppi mediatici favorevoli all\u2019intervenzionismo sotto l\u2019angolo della sua utilit\u00e0 in termini di soft power (13). Un mercato mediatico esiste gi\u00e0 per questo tipo di analisi. Nel maggio 2022, The Atlantic, una pubblicazione generalmente pro-intervenzionismo, augurava una \u201cdecolonizzazione\u201d della Russia. La storia multietnica di questo Stato veniva comparata al colonialismo di epoca vittoriana, cosa che giustificava di smantellarlo con un operazione di \u201cregime change\u201d (14)\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019imperialismo liberale ha chiaramente interesse a descrivere la politica estera americana come progressista e a caratterizzare le nazioni ostili come intolleranti e reazionarie. Questo uso selettivo delle cause progressiste spalanca la porta agli interventi in una lunga lista di zone problematiche del Sud del mondo, rinforzando al contempo una narrazione nazionale che presenta queste operazioni come benefiche e moralmente legittime. \u00c8 facile in seguito affermare che i rivali stranieri che criticano queste politiche sono \u201cdal lato sbagliato della storia\u201d, \u201copposti al progresso\u201d, \u201cdiabolici\u201d \u2013 tutte parole in voga sia nel Pentagono che nel Dipartimento di Stato. Negli anni a venire, Washington insister\u00e0 probabilmente su questi valori nelle sue relazioni con degli Stati che cerca di indebolire e nelle regioni dove vuole estendere la sua presenza militare. Parallelamente, questi valori saranno senza dubbio sistematicamente messi da parte quando si tratter\u00e0 di nazioni amiche, come l\u2019Arabia Saudita, esponendo gli Americani e i loro alleati a delle accuse d\u2019ipocrisia, che indeboliranno ancor di pi\u00f9 la loro presunzione di virt\u00f9 morale.<\/p>\n\n\n\n<p>Da quando la CIA, all\u2019inizio della guerra fredda, sostenne finanziariamente degli artisti per promuovere dei valori liberali associati all\u2019eccezionalismo americano (15), la classe dirigente americana sa utilizzare perfettamente i venti culturali dominanti nell\u2019Ovest per difendere la sua visione della politica estera e i suoi interessi securitari facendoli passare per \u201cinteresse nazionale\u201d. Nei fatti, le istituzioni statali mantengono la carota delle sovvenzioni, delle promozioni e della formazione professionale per favorire l\u2019emergenza di un pensiero di gruppo sistemico in seno alla burocrazia, favorendo l\u2019internazionalismo liberale e fabbricando il consenso attorno al mantenimento della supremazia americana nel mondo. Per quel che concerne le reti di reclutamento e di promozione delle \u00e9lite, il loro ruolo \u00e8 capitale tanto per rinforzare il prestigio delle istituzioni che per intrattenere una cultura del consenso strategico, quest\u2019ultima essendo in seguito perfezionata e diffusa da un esercito di militanti e di gruppi di interesse estremamente visibili ed esperti nell\u2019uso dei media.<\/p>\n\n\n\n<p>Concettualizzare la politica (inclusa la politica estera) sotto l\u2019angolo della giustizia sociale \u00e8 diventato un riflesso per la classe diplomata che occupa l\u2019essenziale dei posti di management intermedio in seno alle agenzie governative, alle imprese mediatiche e alle societ\u00e0 private. Tuttavia, come le banche d\u2019investimento o i fabbricanti d\u2019armi non rinunciano a parte dei loro profitti quando impugnano i simboli LGBT o Black Lives Matters (a dei fini essenzialmente promozionali), la CIA e il Dipartimento di Stato possono a loro volta mostrare pubblicamente il loro impegno in favore delle cause progressiste del momento senza rinnegare le loro ambizioni imperialiste. Anzi, meglio: il processo di professionalizzazione permette al personale attuale e futuro di appropriarsi queste esibizioni di virt\u00f9 e di propagarle. Per coloro che aspirano ad un\u2019assunzione o una promozione, questo \u00e8 uno dei modi migliori per segnalare la propria identificazione con gli obiettivi dell\u2019istituzione. Pierre Bourdieau lo chiamava \u201ccapitale culturale\u201d, definito come la \u201cfamigliarit\u00e0 con la cultura legittima di una societ\u00e0\u201d. Si traduce con un insieme di saperi, competenze, usi e qualificazioni che sottolineano l\u2019appartenenza alla classe dominante.<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia, coloro che preferirebbero vedere gli Stati Uniti ingaggiarsi in una politica estera pi\u00f9 realista e pi\u00f9 prudente non possono che constatare che il nuovo ethos di giustizia sociale adempie solo parzialmente o per nulla alla funzione che hanno avuto in passato la promozione della democrazia o la R2P: questo discorso moralista legittima tutte le azioni militari e diplomatiche intraprese in suo nome e discredita al contempo le critiche che potrebbero essergli opposte. Ma il nuovo imperialismo della virt\u00f9 \u00e8 forse ancora pi\u00f9 destabilizzante perch\u00e9, oltre alla ristrutturazione politica dei paesi \u201cnemici\u201d, cerca di ottenere la loro sottomissione culturale totale. Un processo che, con il tempo, potrebbe radicalizzare ancora di pi\u00f9 i paesi del Sud, non solo contro l\u2019America, ma anche contro il liberalismo e il progressismo in quanto tali. Si vedono gi\u00e0 delle nazioni con pochi interessi in comune, al di l\u00e0 della loro ostilit\u00e0 alle ingerenze americane, coalizzarsi contro l\u2019egemonia dell\u2019imperialismo liberale in nome della loro sovranit\u00e0 statale e della loro civilt\u00e0 (16).<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Avvertimento ai progressisti<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Da un punto di vista storico, queste evoluzioni non sono n\u00e9 inedite n\u00e9 esclusive agli Stati Uniti. Nel XVII e XVIII secolo, l\u2019Impero britannico ha incoraggiato il commercio mondiale degli schiavi per dei motivi tanto finanziari quanto coloniali, prima che la causa anti-schiavit\u00f9, a seguito dei progressi dell\u2019industrializzazione in epoca vittoriana, non divenne un modo per ridefinire l\u2019espansione imperiale in termini di dovere morale (la \u201cmissione civilizzatrice\u201d, il \u201cfardello dell\u2019uomo bianco\u201d). L\u2019imperialismo liberale sotto direzione americana sembra funzionare secondo una logica simile: le azioni umanitarie concernono spesso delle regioni dove hanno gi\u00e0 avuto luogo degli interventi occidentali, e creano le condizioni che giustificheranno futuri interventi, producendo cos\u00ec una spirale di conflitti perpetui e insolvibili. I casus belli motivati dalle considerazioni di giustizia sociale hanno un\u2019utilit\u00e0 evidente per chi si nutre delle disposizioni espansioniste. In tal senso, questa analisi pu\u00f2 essere letta come un avvertimento ai militanti progressisti: il complesso militare-industriale \u00e8 perfettamente in grado d\u2019assimilare il vostro linguaggio e di metterlo al servizio dei propri obiettivi. E si pu\u00f2 sin d\u2019ora scommettere che se questo paravento ideologico che oggi permette di giustificare una politica estera aggressiva e degli interventi militari in terra straniera cesser\u00e0 di essere considerato funzionale, sar\u00e0 a sua volta prontamente rimpiazzato da una nuova retorica. E il ciclo ricomincer\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Note:<\/h3>\n\n\n\n<p>(1)&nbsp;Robert W. Tucker and David C. Hendrickson, \u201cThomas Jefferson and American foreign policy\u201d, <em>Foreign Affairs<\/em>, New York, primavera 1990.<\/p>\n\n\n\n<p>(2)&nbsp;Milan Babik, \u201cGeorge D. Herron and the eschatological foundations of Woodrow Wilson\u2019s foreign policy, 1917-1919\u201d, <em>Diplomatic History<\/em>, vol. 35, n\u00b0&nbsp;5, Oxford University Press, novembre 2011.<\/p>\n\n\n\n<p>(3)&nbsp;Si veda Anne-C\u00e9cile Robert, \u201cOrigines et vicissitudes du \u2018droit d\u2019ing\u00e9rence\u2019\u201d, <em>Le Monde diplomatique<\/em>, mai 2011.<\/p>\n\n\n\n<p>(4)&nbsp;Glenn Greenwald, \u201cWith new DC policy group, dems continue to rehabilitate and unify with neocons\u201d, <em>The Intercept<\/em>, 17&nbsp;luglio&nbsp;2017.<\/p>\n\n\n\n<p>(5)&nbsp;The Beat with Ari Melber, \u201cFat Joe and woke Bill Kristol\u201d, MSNBC, dicembre&nbsp;2018.<\/p>\n\n\n\n<p>(6)&nbsp;Bryan Campbell Romero, \u201cHave you heard, comrade? The socialist revolution is racist too\u201d, North American Congress in Latin America, agosto&nbsp;2021.<\/p>\n\n\n\n<p>(7)&nbsp;\u201cWomen\u2019s activist Jeanine Anez takes the reigns in Bolivia\u201d, <em>The Australian<\/em>, Sydney, novembre&nbsp;2019.<\/p>\n\n\n\n<p>(8)&nbsp;\u201cCIA report into shoring up Afghan war support in western Europe\u201d, WikiLeaks, marzo&nbsp;2010.<\/p>\n\n\n\n<p>(9)&nbsp;Akhtar Mohammed Makoii, \u201cThe soul of Kabul: Taliban paint over murals with victory slogans\u201d, <em>The Guardian<\/em>, Londra, 7&nbsp;settembre&nbsp;2021.<\/p>\n\n\n\n<p>(10)&nbsp;Henry A. Giroux, <em>University in Chains: Confronting the Military-Industrial-Academic-Complex<\/em>, Routledge, Londra, 2007.<\/p>\n\n\n\n<p>(11)&nbsp;Linda Thomas-Greenfield, \u201cRemarks at an UNGA commemoration on international day for the elimination of racial discrimination\u201d, US Mission to the United Nations, New York, marzo 2021.<\/p>\n\n\n\n<p>(12)&nbsp;\u201cDeep dive recap: Exploring gender and hybrid threats\u201d, OTAN, Bruxelles, febbraio&nbsp;2022.<\/p>\n\n\n\n<p>(13)&nbsp;J. Lester Feder, \u201cThe fight for Ukraine is also a fight for LGBTQ rights\u201d, <em>Vanity Fair<\/em>, marzo&nbsp;2022.<\/p>\n\n\n\n<p>(14)&nbsp;Casey Michel, \u201cDecolonize Russia\u201d, <em>The Atlantic<\/em>, Washington, DC, maggio&nbsp;2022.<\/p>\n\n\n\n<p>(15)&nbsp;Frances Stonor Saunders, <em>The Cultural Cold War: The CIA and the World of Arts and Letters<\/em>, The New Press, New York, 2013.<\/p>\n\n\n\n<p>(16)&nbsp;Benjamin Norton, \u201cVenezuela and Iran sign 20-year cooperation plan, Maduro pledges \u2018joint anti-imperialism struggle\u2019\u201d, <em>Multipolarista<\/em>, 11&nbsp;giugno 2022.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblichiamo qui di seguito un articolo di Christopher Mott, ricercatore associato presso l\u2019Institute for Peace and Diplomacy, gi\u00e0 funzionario presso il Dipartimento di Stato americano. Una versione pi\u00f9 lunga di questo testo \u00e8 stata pubblicata con il titolo \u201cWoke imperium: The coming confluence between social justice and neoconservatism\u201d nel giugno 2022. Questa versione \u00e8 tradotta dall\u2019articolo apparso sul numero di gennaio di &#8220;Le Monde diplomatique&#8221;. Le grandi potenze nascondono spesso le loro ambizioni strategiche dietro a considerazioni virtuose di portata universale: i diritti dei popoli, la difesa della libert\u00e0, la civilt\u00e0. Negli ultimi anni, i valori di sinistra sono sempre<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":14660,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[20,4],"tags":[],"coauthors":[259],"class_list":["post-14657","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-europa","category-esteri"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/14657","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=14657"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/14657\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":14833,"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/14657\/revisions\/14833"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/14660"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=14657"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=14657"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=14657"},{"taxonomy":"author","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.sinistra.ch\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcoauthors&post=14657"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}