Rivoluzione o restaurazione? Gli oppositori di Gheddafi con le bandiere monarchiche!

in Africa/Internazionale di

La “Repubblica Araba di Libia Popolare e Socialista” in crisi

40° dalla scacciata degli USA dalla Libia

Nemmeno la Libia di Gheddafi sembra essersi salvata dall’ondata rivoluzionaria che ha investito tutto il nordafrica negli ultimi mesi. La rivolta che il 17 febbraio era scoppiata a Bengasi si è presto propagata in tutto il paese  mettendo  in crisi il regime del Colonnello. Molti, soprattutto a sinistra, hanno subito accolto con favore questa insurrezione vedendo in essa la riproposizione dello scenario tunisino ed egiziano, ovvero, quella di un popolo oppresso e sfruttato economicamente che si ribella contro un dispotismo crudele e cleptocratico. Tuttavia questa lettura, che contiene alcuni elementi di verità, rischia di essere troppo approssimativa e di rivelarsi inadatta nel caso della Libia.

Ridistribuzione della ricchezza e diritti sociali

La situazione libica infatti presenta forti differenze rispetto a quella tunisina ed egiziana. Il regime di Gheddafi, al contrario di quelli di Ben Ali e Mubarak, gode di un certo consenso fra la popolazione derivatogli dalla politica di redistribuzione dei proventi delle enormi risorse petrolifere. Sin dalla rivoluzione del 1° settembre del 1969, nella quale un gruppo di ufficiali capeggiati dall’allora giovane Muammar Gheddafi rovesciarono il corrotto regime filo-britannico e filo-americano di Re Idris, il regime libico ha condotto una politica di emancipazione sociale delle classi meno agiate. L’aspettativa di vita oggi in Libia infatti raggiunge quasi i 75 anni, un record assoluto per un continente come quello africano, dove in certi paesi la durata media della vita è di 30 anni! Il tasso di alfabetizzazione è anch’esso molto elevato: secondo quanto riporta il CIA World Factbook esso si aggira intorno all’82% della popolazione.

Gheddafi il rivoluzionario

con Fidel Castro

Al contrario di molti suoi omologhi africani, che si sono limitati a prendere il potere senza cambiare la struttura economica del proprio paese, Gheddafi, ispirato dalle idee panarabistiche di Nasser, ha come prima cosa nazionalizzato, nel novembre del 1969, l’intero settore bancario e quello petrolifero.  A ciò seguì la limitazione, pari al sessanta per cento del salario, dei trasferimenti all’estero dei fondi appartenenti ai residenti stranieri. In materia sociale, il nuovo regime si distinse per il notevole incremento dei salari, la riduzione del trenta-quaranta per cento degli affitti e l’avvio di una politica di controllo dei prezzi per frenare l’inflazione.

Sovranità e indipendenza in politica estera

In politica estera uno degli obiettivi primari del Consiglio del comando della rivoluzione (Ccr), istituito per volontà di Gheddafi, fu lo smantellamento delle basi militari straniere, in particolare quelle inglesi e americane. Oltre al sostegno alla causa palestinese, l’impegno internazionalista di Tripoli si manifestò in occasione dell’indipendenza delle colonie portoghesi, in particolare nel caso del Mozambico e della Guinea-Bissau. Gheddafi infatti fornì denaro ed armi al Frente de Libertaçao de Moçambique (FRELIMO) di Eduardo Mondlane e Samora Machel e al Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde (PAIGC) di Amilcar Cabral, movimenti di liberazione nazionale che lottavano per l’istaurazione del socialismo nei loro rispettivi paesi. Nel 1973 le truppe libiche penetrarono nel Ciad per sostenere la guerriglia del Front de Libération Nationale du Tchad (FROLINAT), movimento ribelle che aveva ingaggiato una lotta per spodestare il regime di Tombalbaye, sfidando apertamente il neo-colonialismo francese. La dispendiosa guerra ventennale che ne seguì (1973 – 1994) consacrò definitivamente Gheddafi come leader rivoluzionario pan-africano.

A morte!

Almeno due furono i tentativi dell’imperialismo di eliminare il colonnello. Una prima volta, nel 1980, i francesi progettarono di uccidere Gheddafi abbattendo l’aereo che lo doveva portare da Tripoli a Varsavia. Una seconda volta, nel 1986 Reagan fece bombardare dall’aviazione americana la sua casa. In quella occasione rimase uccisa la sua figlia adottiva Sihanna.

L’ultimo Gheddafi strizza l’occhio all’Occidente

con Daniel Ortefa, leader del NIcaragua sandinista

Negli ultimi anni, in particolare dopo la guerra americana in Iraq, Gheddafi ha iniziato a riallacciare i rapporti con l’Occidente capitalista in particolare con l’Italia. Alcuni vedono in tale scelta un cambio di rotta nella politica estera della Libia. In realtà questa scelta sembra essere stata dettata dal timore di essere la prossima vittima del furore bellicista dell’amministrazione Bush, più che da un vero ripensamento della propria politica antimperialista. A riprova di ciò basti pensare ai rapporti di amicizia che il leader libico intrattiene con leader rivoluzionari come Robert Mugabe e Hugo Chavez. In un discorso che venne trasmesso alla radio e alla televisione, il Presidente Venezuelano disse che “ciò che è Bolivar per noi, Muammar al-Gheddafi è per il popolo libico”.

Dopo Gheddafi il buio?

Alla luce di quanto detto non è difficile capire che gli unici a guadagnarci dalla caduta di Gheddafi siano gli americani. Le rivolte potrebbero portare alla costituzione di un emirato islamico in Cirenaica, regione da sempre ostile a Gheddafi, dando la scusa agli Stati Uniti per invadere la regione ed impadronirsi delle risorse petrolifere. Questo scenario è stato evocato oltre che Gheddafi stesso, anche dal leader cubano Fidel Castro che ha parlato di un “piano NATO per occupare la Libia”. Al di la di come andrà a finire è nostro auspicio che il popolo libico trovi una soluzione pacifica a questa crisi, preservando l’integrità del proprio territorio e senza pelose ingerenze da parte dell’imperialismo statunitense.

Gabriele Repaci

Intanto in Europa e negli USA non tutti accettano la campagna mediatica contro la Libia e inizia ad alzarsi voci in sostegno della Rivoluzione Libica e di Muammar al-Gheddafi. Il “Movimento Europeo per la Democrazia Diretta ne è un esempio, seguito dalla redazione americana del giornale comunista “Workers World“, dal giornalista italiano Fulvio Grimaldi (leggi), dalla redazone della rivista di studi geopolitici “Eurasia“, dai Giovani Comunisti di Torino (leggi) e dal “Comitato Italia-Libia“.